Abdelkader Benali, De stem van mijn moeder (La voce di mia madre), Amsterdam, De Arbeiderspers, 2009

Il protagonista, fotografo olandese figlio di immigrati marocchini, sta cercando di riprendersi dalla separazione da Eva Soares, traduttrice con cui ha avuto una lunga storia ma che ora l’ha lasciato, pur essendo incinta di due gemelli. Quando i bambini nascono, Eva vorrebbe farglieli conoscere, ma lui si rifiuta totalmente, evitando perfino di rispondere alle telefonate e alle mail di Eva. Si lascia inoltre sterilizzare, per evitare in futuro simili “incidenti”. Un giorno, sul set fotografico, gli arriva una chiamata del padre, figura cardine della sua crescita, con cui non ha mai smesso di confrontarsi e di scontrarsi: colui che ha osato fare “il grande salto”, lasciando il Marocco e i suoi infiniti problemi familiari e sociali, partendo per il nuovo mondo, l’Olanda. Il padre lo chiama per dirgli che la madre è molto malata e per chiedergli di venire a trovarla. La madre si è chiusa in un disperato, ostinato, silenzio dopo la morte dell’altro figlio, fratello gemello del protagonista, che un’estate in Marocco si era lanciato da un’altissima roccia – quella da cui solo il padre (realmente e in senso figurato, con l’emigrazione) aveva osato buttarsi, unico fra tutti.
Con La voce di mia madre Abdelkader Benali (1975) torna a tematizzare, a distanza di qualche anno, il proprio retroterra di migrazione, il difficilissimo rapporto intergenerazionale tra genitori migranti e figli cresciuti sul suolo olandese, alla ricerca di un proprio posto nella vita, mai scontato per il loro essere portatori in sé di culture diversissime e confliggenti.

 

Lingua originale: olandese
Sito casa editrice: www.arbeiderspers.nl