Elena Diosono intervista Enio Cricco






«Mi chiamo Enio, Hugo, Nando Cricco, figlio di Costanzo, detto Corrado, Di Sant’Andrea delle Fratte e di Rosa Marchesi, magionese. Sono nato a Bolzano il 7 giugno 1921. Enio, con una sola enne, per colpa del prete tedesco che raccolse la denuncia della mia nascita e trascrisse il nome così come i miei genitori l’avevano pronunciato».

«In famiglia, quando si parlava di andare a Magione si diceva «gin al paese / artornano/ gin giù / argìno”: un miracolo di sintesi per dare sfogo al desiderio struggente di tornare al luogo d’origine, lasciando momentaneamente le terre ‘redente’ dove, nel primo dopoguerra, ci avevano inviato a vivere da stranieri, tra lingue e costumi sconosciuti».

 



Per cominciare vorrei parlare della sua opera principale e cioè L’“Inferno” di Dante raccontato ai Perugini. Altrove ha detto che il lavoro nasce dal desiderio di raccontare Dante al povero mondo contadino dell’800, così il Poeta avrebbe potuto essere conosciuto da molti. Per far ciò il mezzo più diretto e familiare è il dialetto parlato, da qui nasce l’idea di unire al testo scritto quello sonoro. Vorrei sapere se è accaduto qualcosa in particolare che l’abbia spinto ad intraprendere questo progetto o se invece è nato gradualmente e spontaneamente.

Quest’opera è soltanto un argomento trattato in dialetto perugino, che poi sia perugino o strettamente magionese è un dettaglio che mi interessa poco. Non ci fu un progetto che mi abbia spinto a intraprendere la traduzione ma solo un’idea sollecitata dai racconti di mio padre, un uomo dell’800 proveniente dal mondo contadino e non acculturato. Mi raccontava di come i contadini si raccogliessero in inverno nei luoghi di maggior conforto, e cioè le stalle, appesi alle labbra dei cantastorie che giravano per le campagne e affascinavano la gente che gradiva i loro racconti eroici sul passato. A volte era intrattenuta anche dai fatti di cronaca nera che, come oggi, affascinano gli ascoltatori. Il mio lavoro è stato qualcosa di naturale che si è creato autonomamente a partire da questo mondo contadino desideroso di sapere e conoscere, e dal quale noi abbiamo potuto trarre una grande cultura.

Continuando a parlare dell’Inferno vorrei saperne di più sul metodo con cui ha operato la sua traduzione nel dialetto Perugino. Ciò che emerge è la capacità che il linguaggio ha di catturare il lettore senza però sfruttare le caratteristiche troppo materiali e crude del dialetto; ma al contrario il dialetto appare lingua misurata e governata dal buon gusto. E’ questo effetto forse il frutto di una sorta di labor limae?

Non c’è stato un metodo alla base della traduzione: Dante parlava una lingua perfettamente riconoscibile e parallela al dialetto nostro, dico nostro per distinguerlo dal perugino perché il magionese è più circoscritto. Ho sempre riconosciuto corrispondenze e assonanze straordinarie, addirittura giochi di parole. Dante si esprimeva per farsi capire da tutti non da un pubblico particolare. Anche il carattere ripulito del dialetto è frutto di spontaneità più che di una scelta stilistica. Nel dialetto umbro distinguevamo sempre con l’amico Moretti un dialetto campagnolo, grezzo, genuino, greve, saporoso, ma ritenuto più volgare rispetto a quello parlato in paese che era purgato da certe cadenze. Io propendevo per la forma “di paese” perché era quella a cui ero abituato e a cui sono stato abituato per tutta la vita. Mio padre che era contadino a volte usava dei termini più rustici e suscitava il riso e la critica di mia madre. Per citare un aneddoto la mamma diceva: “si sente che sei del treggine” (o tregine), località del pre-appennino vicina a Magione. Anche in casa dunque c’era questo controllo tra il dialetto più grezzo e quello più moderno, ma pur sempre antico.

Lei vive ed ha vissuto a Bolzano dove con i suoi genitori magionesi ha parlato il dialetto di casa. Per questo si potrebbe dire che il suo dialetto non sia pienamente vissuto; cosa ne pensa? Nonostante la distanza che separa Bolzano da Magione, durante la sua giovinezza l’estate era il momento di “arnì” a casa. Le esperienze e le avventure vissute durante i soggiorni magionesi affiorano come ricordi nei suoi “Scritti in lingua magionese-perugina”. Questi sono ricchi di riferimenti non solo a persone, ma molto spesso a luoghi come la piazzetta di Casalta. Secondo lei sarebbe possibile parlare di dialetto svincolandolo dal suo forte legame con il territorio?

Non sono magionese perché non sono nato a Magione, per quanto oggi da quasi centenario mi possa considerare magionese perché sono un magionese speciale, riconosciuto tale per meriti eccezionali: Honoris causa. Mi hanno regalato la cittadinanza in virtù della mia opera di traduzione. Il dialetto è stato perfettamente vissuto da me in casa, anche se sono stato lontano dal paese dei miei. L’ho vissuto anche se la mia famiglia stava a Bolzano. “Arnì” vuol dire ritornare a casa, ma io ero a casa. Il desiderio era dei miei genitori che con il passare degli anni sentivano sempre di più la lontananza da Magione. Per il mio caso direi “nì” per tornare a casa. Il dialetto non si può svincolare dal territorio, è inevitabile, è nato nel territorio. Se togliamo il territorio cosa resta? Non c’è possibilità.

Il dialetto è la nostra prima lingua, quella che ci viene spontanea e che conosciamo fin da piccoli ed è testimone di una grande ricchezza culturale e popolare. Ciononostante viene ancora considerato indicatore di volgarità e rusticità, pertanto se ne disincentiva l’utilizzo. L’italiano è la lingua che impariamo crescendo e soprattutto che studiamo a scuola cercando di liberarci dagli “errori” delle nostre parlate locali. In determinati contesti l’italiano è l’unica lingua possibile, ma nella quotidianità il dialetto è spesso più espressivo e preciso, meno generico. Quello che è certo è che la sua letteratura dialettale è un’importante testimonianza storica del dialetto perugino-magionese, ma ha anche un forte significato affettivo ed emozionale per i parlanti di quest’area. Dietro il suo lavoro si nasconde anche l’auspicio che la letteratura dialettale possa elevare i dialetti e portare alla loro riscoperta?

Di dialetto parlammo molto col professor Giovanni Moretti, amico perduto, il quale era oltre che dialettologo e impegnato in campo accademico, un Magionese di origine, di educazione, di sentimenti. Era un pessimista sulla sorte del dialetto e cioè prevedeva la sua fine. Riteneva che con l’ingresso dei nuovi mezzi di comunicazione la gente avrebbe finito per rifiutare il dialetto. Auspico che i dialetti sopravvivano e si incrementi la tendenza a farli riscoprire. I giovani hanno bisogno di conoscere altre strade e altre possibilità che al nostro tempo si rifiutavano a priori. Ricordo che nell’immediato dopoguerra parlare di dialetto era riconoscere un sentimento, un essere inferiore, fuori dalla realtà, una denuncia di incultura; era sinonimo di volgarità, di povertà di spirito. Se si potesse invece recuperare il valore dei dialetti, riscoprirli e studiarli più a fondo magari aumentandone la conoscenza. Certamente un dialetto, e specialmente quello perugino, contiene pochi vocaboli e non consente di spaziare in aree culturali di eccessivo impegno. Parlare di alta filosofia e di storia è difficile se non si hanno a disposizione dei termini precisi. Per questo l’approfondimento dello studio dei dialetti potrebbe consentire di recuperare dei lemmi che non sono più usati o che sono addirittura sconosciuti. Per me ed alcuni amici con cui sono in contatto, diventa divertente proporci la conoscenza di una nuova parola. Io quando trovo un termine nuovo nelle mie reminiscenze di centenario, o quasi, son felice. Davanti a me ho degli appunti dove ci sono dei modi di dire sconosciuti a tanti, ma che riemergono dalla mia memoria di figlio di umbri e di incolti. Se potessimo suscitare nei giovani la curiosità di indagare sulle origini della lingua e del dialetto sarebbe una cosa magnifica, una cosa per cui uno alla mia età potrebbe dire “sono contento di aver potuto fare quel poco che ho fatto”.

Scarica l'intervista PDF

 

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported License