L'ora che volge il disio, di Antonello Tolve

 

Era già l’ora che volge il disio
Ai navicanti e ’ntenerisce il core
Lo dì c’han detto ai dolci amici addio

Dante, Purgatorio, VIII, vv. 1-3

 

Intergenerazionale, transmediale e multiculturale, Disio. Nostalgia del futuro presenta un gemellaggio costruttivo tra due paesi che presentano alcune caratteristiche estetiche simili, alcune confluenze visive e alcuni atteggiamenti che saltano il fosso della diversità per dar luogo ad una serie di scambi, di interventi intermittenti tesi a creare vie di fuga, forze plurivoche, corali, coralline, polifoniche – la cui polifonia pone le basi di una riflessione sulla fratellanza, sui pensieri ancora pensabili, sui domini della libertà.

Segnata da un rapporto di partecipazione culturale, di contaminazione linguistica, di necessaria coesistenza delle differenze e dalla basilare evocazione di un unterschiedlich (Nietzsche), la mostra riflette su una serie di fenomeni contemporanei che, nati dall'impeto della mondializzazione, mostrano codici estetici sempre più aperti alla fusione di stili, di espressioni, di formule creative che superano il confine del quotidiano e trasformano l'opera in un dispositivo di ordine riflessivo che non solo invita a vedere da un’altezza nuova il mondo, le cose, gli avvenimenti, ma anche a rinnovare la figura dell’osservatore, a tramutarlo in un ricercatore, in una figura produttiva che ricrea dentro di sé l’opera e la proietta, poi, con le proprie categorie, nella vita che concretamente vive per scoprirne la realtà latente.

Divisa in tre sezioni – La presenza del futuro, Tornare e Passato prossimo – ognuna delle quali è da intendersi come confluenza delle altre, Disio (termine preso a prestito da Dante per indicare lo sgambetto al tempo della saudade) vuole essere oggi un momento di riflessione e di dibattito critico sullo stato dell’arte, un luogo che tra senso e libertà riattiva il giudizio critico e l’intelligenza da un’atmosfera dalla qual sono spesso banditi.

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Sala TAC - Trasnocho Cultural

Come un cervello o una mente che si estende e tesse la costruzione magica del nuovo, La presenza del futuro vuole essere un perno la cui rotazione centrifuga mostra la visione poetica e profetica del futuro e di un territorio artistico sovrastorico, sovratemporale.

Generata dall’incontro di alcune figure (Armando Reverón, Umberto Boccioni, Marcel Duchamp, Kazimir Malevic) la cui indiscutibile portata estetica scavalca il tempo, lo spazio e ogni genere di territorialità per disegnare un pentagono – formato dal Teléfono di Reverón, dal Dibujo para Forma únicas de continuidad en el espacio di Boccioni, dal Dibujo Suprematista di Malevic e dal Desnudo de pie di Duchamp – il cui potere magnetico è visione futura, presenza costante dell’attuale, lettura dell’avvenire. Due nomi di recente generazione (Luis Arroyo e Magdalena Fernandez) entrano in questo anello visivo con un lavoro congiunto, come appendici di una riflessione che si estende al presente e alle presenze d’oggi per evidenziare una crescita dell’arte, del pensiero critico, dell’ideologia celeste che agisce sul futuro in quanto tempo di una coniugazione. Con un’opera significativa, sempre nella stessa area, cinque artisti italiani e dieci venezuelani presenti anche nella sezione di mezzo (Tornare), presentano una traccia estetica del loro lavoro, un indizio, una impronta capace di marcare la loro visione del mondo, il loro sguardo a venire.

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La Caja - Centro Cultural Chacao

La sezione dedicata al ritorno è il cuore della mostra, e vuole proporre i lavori site specific nati dal trialogo degli artisti delle cinque generazioni che ricoprono idealmente il secondo Novecento – si messe in conversazione a questi artisti dapprima in maniera epistolare e poi reale, con lo scopo di farli lavorare insieme, auspicando che realizzassero opere a sei mani tra gli spazi interni ed esterni, tra l'aperto e il chiuso, tra l'Innen e l’Aussen.

Grazie alla forza creatrice di cinque artisti italiani – Enrico Pulsoni (1956), Giovanni Termini (1969), Eugenio Tibaldi (1977), Domenico Antonio Mancini (1980) e Antonio Della Guardia (1990) – in dialogo con dieci artisti venezuelani – Jason Galarraga e Adolfo Alayón (per gli anni Cinquanta), Luis Millé e Zeinab Rebeca Bulhossen (per gli anni Sessanta), Hayfer Brea e Angela Bonadies (per gli anni Settanta), Ivan Candeo e Camilo Barboza (per gli anni Ottanta), Eduardo Vargas Rico e Manuel Eduardo González (per gli anni Novanta) – la mostra vuole proporre, in un quadro di incerti equilibri economici, politici e sociali, la magia di un risveglio, l'entusiasmo bipolare di riprendere in mano la tradizione (la perennità di valori acquisiti nel passato che si proiettano nel futuro), il desiderio di un impegno comune.

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Partendo da un clima socio-antropologico e dall'installazione unica di ‘guapas’ yekuana, la terza sezione Passato prossimo pone al centro dell'attenzione lo spazio perfetto di una geometria che caratterizza non solo molte delle riflessioni artistiche italiane nate in seno ai gruppi dell'Arte Cinetica e Programmata dei primi anni Sessanta del XX secolo che si intersecano con i nomi lucenti di Jesús Soto e Carlos Cruz-Diez, ma anche alcune dinamiche delle culture attuali. Si tratta di un secondo pentagono che, grazie al lavoro di due artisti venezuelani (Antonio Paz e Jesús Moreno) e di due artisti italiani (Max Coppeta e Fabrizio Cotognini), costruisce un momento irrinunciabile, una riflessione sullo splendore della geometria, un itinerario sul furor mathematicus attuale.

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