In fondo ha tutto a che fare con l’amore, di Silvio Mignano

 

«Dante affretta le colombe al nido per impazienza d’amore»: così Ugo Foscolo spiegava il verso 82 del canto V dell’Infermo, Quali colombe dal disio chiamate. La parola torna nel verso di apertura del canto VIII del Purgatorio: Era già l’ora che volge il disio. Quest’ultimo non è soltanto il desiderio – dell’amato, della casa o dei dolci amici ai quali si è detto addio – ma qualcosa di più, di trasversale ai modi temporali dei verbi e dunque tale da creare un ponte tra il presente, il passato e il futuro: è il desiderio di una cosa futura, che tuttavia non è certa, come non è mai certo ciò che appartiene al futuro; ed è perciò anche una forma di rimpianto, singolare perché normalmente il rimpianto si collega al passato, a ciò che si è dovuto abbandonare e che perciò si è perso, mentre qui siamo di fronte al rimpianto di qualcosa che non si è ancora avuto.

Partendo da questo concetto meraviglioso nella sua semplice aura di mistero, si è deciso un anno fa di costruire il progetto Disio: nato attorno a un tavolino in un giardino di Caracas, sotto l’ombra di un mango gravido di frutti e con il volo di enormi pappagalli assurdamente colorati, altissimi nel cielo. Parlandone con Antonello Tolve ci soffermammo proprio su quella parola dantesca e sulla sua intraducibilità, e attorno ad essa costruimmo, con l’intervento entusiastico dell’Ambasciata e dell’Istituto italiano di cultura, l’incontro tra sette artisti italiani e quattordici venezuelani, appartenenti a cinque diverse generazioni. Il progetto prevede il dialogo orizzontale tra italiani e venezuelani, all’interno di ciascuna generazione, e quello verticale, o trasversale, tra l’una e l’altra generazione. Il tutto è garantito e certificato, se così si può dire, da un gruppo di opere di autori ormai codificati e appartenenti al patrimonio di ciascuno di noi: Boccioni, Malevic, Reverón, Duchamp: opere che vengono dal passato ma che si situano in un presente senza tempo, e dunque esistono già oggi in un tempo futuro al quale noi non siamo ancora arrivati ma verso il quale guardiamo, con quello slancio ideale contenuto nella parola disio.

Ed è bello pensare allora che un altro artista, Dante Alighieri, faccia parte del progetto e sia presente con noi nelle sale della TAC e della Caja, sorridendoci con le labbra sottili, appena stirate, con un misto di affetto e di bonaria ironia, riconoscendo anche in noi le colombe dal disio chiamate. Perché in fondo ha tutto a che fare con l’amore: quello che nello stesso canto V dell’Inferno nulla amato amar perdona, o quello che nel canto VIII del Purgatorio punge il novo peregrin, e che qui si declina come sentimento di unione tra i popoli, di solidarietà tra le generazioni, di passione per la bellezza e per la salvazione che da essa arriva sempre.

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