Una sciarada a Caracas. Parlando di contaminazioni gastronomiche e linguistiche tra l’Italia e il Venezuela, di Silvio Mignano

Silvio Mignano è nato a Fondi nel 1965. Diplomatico e scrittore, è attualmente Ambasciatore in Venezuela. Ha pubblicato i romanzi Una lezione sull'amore (Roma, Fazi, 1999), Le porte dell'inferno (Roma, Fazi, 2001), il libro di favole Il regalo del rinoceronte (Lecce, Manni, 2004), le raccolte di poesie Taccuino nero per il viaggio (Marina di Minturno, Caramanica, 2003), Non abbiamo uno sceneggiatore di scorta (La Paz, Gente Común, 2009) e La nostra ribelle buona educazione (Lecce, Manni, 2011, Premio Sertori Salis 2012 per il miglior libro italiano di poesie del biennio). I suoi romanzi e le sue poesie sono tradotti in spagnolo. A novembre sono in uscita i suoi romanzi Pilar degli Invisibili e La favola del mercante Docibile e della principessa siriana (Robin-La biblioteca del Vascello).

 

“¡Mira qué chica al dente!”
“Claro, y también tiene una boloña de dinero”.
“Pero, ¿sabes qué?, es una comeburro”.

Uno scambio come questo non sarebbe forse di immediata comprensione nemmeno per molti madrelingua spagnoli. È infatti intriso di contaminazioni a loro volta derivate dalla commistione tra lo spagnolo venezuelano e l’italiano degli emigrati italiani.

Di tutto ciò e di molto altro si è parlato lo scorso 30 settembre nel corso di un collegamento in videoconferenza tra l’Aula Magna dell’Università degli Studi di Milano e il Centro italo-venezuelano di Caracas, nel quadro di Piazza delle lingue 2015, la IX edizione della manifestazione organizzata dall’Accademia della Crusca con l’alto patronato della Presidenza della Repubblica. In concomitanza con l’Expo milanese, quest’anno l’evento era dedicato in modo speciale all’«italiano nel cibo».

Un segmento particolare, Quando gli “altri” eravamo noi, intendeva esplorare l’influenza che le comunità italiane all’estero hanno avuto e tuttora hanno sulla cultura gastronomica, sulle abitudini sociali e sulla lingua dei paesi dove sono emigrate. Erano dunque collegate in videoconferenza tre città: Filadelfia, Toronto e Caracas.

Organizzatrice della videoconferenza è stata la professoressa Silvia Morgana, ordinaria di storia della lingua italiana presso l’Università degli studi di Milano. Moderatore del collegamento con il Venezuela era invece Danilo Manera, ordinario di letteratura spagnola.

A quel collegamento ho partecipato in prima persona, accompagnato però dal vero protagonista della giornata: Filippo Vagnoni, un imprenditore e intellettuale. Vagnoni ha fatto tante cose nella vita, compreso il direttore della Corte dei conti e del Consiglio nazionale elettorale del Venezuela, negli anni Novanta. Gestisce il ristorante del Centro italo-venezuelano e importa dalle sue Marche eccellenti vini da lui stesso prodotti, tra i quali spicca un rosso piceno di alta qualità. Ha creato una fondazione culturale, la Fundavag, che opera anche come casa editrice e pubblica poesia, narrativa e soprattutto eccellenti saggi di sociologia e politologia.

Si è parlato, con Vagnoni, di quanto siano non solo remote nel tempo le relazioni tra Italia e Venezuela, ma anche costitutive della stessa identità nazionale di quest’ultima: dalla scoperta di Colombo, il primo a raggiungere il delta dell’Orinoco nel corso del suo terzo viaggio, ad Amerigo Vespucci, che inventò proprio il nome di Venezuela, a sua volta legato al nostro paese, poiché non altro significava, e significa, che “piccola Venezia”; dai viaggi di Francisco de Miranda in Italia alla fine del XVIII secolo a quello di Simón Bolívar che, pochi anni più tardi, il 15 agosto 1805, pronunciò a Roma il celebre giuramento di Monte Sacro, fondamento teorico del movimento di indipendenza di tutto il continente. E ancora, la prima grande immigrazione di italiani, alla fine dell’Ottocento, e la seconda, negli anni Cinquanta del secolo scorso, cha ha fatto sì che gli italo-discendenti siano oggi, secondo i calcoli di Vagnoni, tre milioni, ovvero il dieci per cento della popolazione venezuelana.

Si è parlato di come questo felice meticciato sia penetrato nel profondo del modo di vivere venezuelano, facendo sì che un paese fondato sull’arepa (una schiacciata di farina di mais) sia oggi il secondo al mondo, dopo l’Italia, per consumo pro capite di grano duro: pane, pasta e pizza; che l’aperitivo sia diventato abitudine locale, che il caffè sia presente in mille modi, comprese le tante varianti dell’espresso e del cappuccino, e che ovunque siano fiorite gelaterie italiane.

Ma dall’altra parte dello schermo, a migliaia di chilometri, c’erano la Crusca e l’Università di Milano. Non potevamo perciò non entrare nell’altro meticciato, quello che trasforma la lingua, e che spesso inevitabilmente trova nell’atto del mangiare e del bere, sociale prima ancora che alimentare, il materiale dal quale attingere.

Ecco allora il significato del dialogo che ha aperto questo testo: ser al dente (non: al diente, come vorrebbe la corretta grafia spagnola), ovvero essere al dente, ha assunto per traslato un significato che va oltre l’ambito della cucina. Si usa molto con accezione galante, per indicare una ragazza avvenente al punto giusto. Ancor più interessante è il termine boloña: di per sé, in tutto il mondo ispanofono, la boloña è la mortadella (metonimia che viene naturalmente da Bologna), ma in Venezuela è di più, vuol dire anche una gran quantità, evidentemente perché i venezuelani che negli anni Cinquanta videro arrivare gli emigrati italiani conservarono a lungo la memoria di quegli enormi e rigonfi insaccati dalla pelle lucida e tesa sui fianchi. E comeburro? Qui il gioco di parole è triplice. Il burro, si sa, è l’asino, in spagnolo, mentre il prodotto caseario si dice mantequilla. È una nozione alla portata di uno studente italiano alla prima lezione di spagnolo. Qui però il burro non è un errore italofono per mantequilla, ma resta proprio burro ovvero asino, e chi era accusato di mangiare (comer) il nobile ciuchino se non proprio gli italiani più poveri, quelli che dovevano accontentarsi di mortadella non di origine suina? Comeburro, mangiatore d’asino, è perciò l’italo-venezuelano, con un’accezione che via via si è fatta meno dispregiativa per divenire vagamente canzonatoria, se non addirittura affettuosa.

Ecco risolta la sciarada in apertura:

“¡Mira qué chica al dente!”
“Claro, y también tiene una boloña de dinero”.
“Pero, ¿sabes qué?, es una comeburro”.
“Guarda che bella ragazza!”
“Certo, ed è anche molto ricca”.
“E sai una cosa? È italiana”.

Tutto questo abbiamo scoperto in una mattinata assolata, sul terrazzo di un ristorante italiano, davanti a un antipasto e a un calice di rosso piceno, guardando la valle affascinante sui cui si adagia Caracas, e lontano, attraverso lo schermo di un computer, il bel paese là dove ’l sì suona.

 

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