Tra libri cartacei e libri digitali: una prospettiva transnazionale,
di Chiara De Santi

Chiara De Santi si è laureata in russo e francese presso l’Università degli Studi di Firenze, conseguendo poi un Masters di Ricerca e un Ph.D. in storia all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole, e un Ph.D. in italianistica all’Università del Wisconsin-Madison (Stati Uniti). È un’assistente universitaria (Visiting Assistant Professor) all’università di Fredonia, nello stato di New York, dove insegna lingua, cultura, letteratura, cinema e storia italiani, e discipline cinematografiche (film studies). Si occupa di cinema, storia e letteratura contemporanei, e di italiano come L2.

 

Dopo aver letto l’articolo di Alessandro Magno pubblicato su Insula Europea (I lettori di Ebook, in Italia e nel mondo), non ho potuto fare a meno di riflettere sulla mia esperienza con i libri, un’esperienza che attraversa paesi e culture diverse, ovvero l’Italia, la Russia e gli Stati Uniti.

Sono nata e cresciuta in Italia, in una famiglia che ha sempre dato un grande valore ai libri, tanto da farsi costruire una libreria di oltre cinque metri che tocca il soffitto, creando così una sorta di muro portante della casa. Per i miei genitori, il prestito in biblioteca non era un’alternativa da prendere in considerazione: i libri si compravano. Punto. Era un bene prezioso su cui costruire la vita di ognuno di noi. I libri dovevano restare in casa, non essere restituiti per essere condivisi con altri, se non parenti o amici. La loro donazione, poi, era cosa sacrilega. Su questa linea, ho continuato ad accumulare libri sia in Italia che all’estero, ovvero in Russia e negli Stati Uniti, dove adesso vivo da quasi dieci anni. Ma ultimamente qualcosa è cambiato nella mia relazione con il libro stampato e questo grazie alle esperienze e alla tecnologia.

La mia biblioteca cartacea, adesso sistemata in numerose librerie dell’IKEA acquistate ovunque, è divisa per sezioni, tra cui quelle dedicate alla letteratura e alla storia italiane, al cinema, alla letteratura straniera in lingua italiana, alla letteratura russa e così via. Un tempo, i libri all’interno delle varie sezioni seguivano un ordine alfabetico rigoroso, ma dopo cinque traslochi, di cui uno transoceanico, tale rigore non è più tale e oggi devo, ahimé, guardarmi tutta una sezione per trovare un libro. I libri in cirillico meritano, poi, una menzione particolare in quanto giunti in Italia mezzo posta. Erano in russo e costavano pochissimo, almeno per noi che frequentavamo il paese di Dostoevsky e venivamo da un paese in cui i libri, se possibile, non sono mai costati poco. Li compravo nelle librerie moscovite e, per alleggerire i bagagli, li portavo alla posta e lì li impacchettavano, avvolgendoli nella carta da pacchi e legandoli con lo spago: quei pacchi avevano un sapore antico e soprattutto portavano in Italia l’odore della Russia. Forse non ce l’avevano nemmeno, l’odore della Russia, ma io volevo sentirlo ugualmente. Quei libri mi hanno seguito in America, dove poi si sono impregnati di altri odori. All’ennesimo trasloco ho deciso di donare la maggior parte di loro alla biblioteca dell’Università del Wisconsin a Madison, dove ho fatto il dottorato in italianistica. Li ho spediti in grosse scatole senza carta da pacchi e senza spago e con questa donazione è cambiato il mio approccio al mercato librario.

Il mio mercato librario... Quando il container da 20 piedi caricato su un cargo nel porto di Genova è arrivato nel porto di New York un mese dopo conteneva non solo tutta la mia vita italiana, ma anche quella russa, incluso un numero ingente di scatole di libri. Allora, i traslocatori chiesero a mio marito se fossi una bibliotecaria, poiché, se non lo fossi stata, avrei dovuto necessariamente essere una commerciante di libri. Non credo che lui commentò, figlio di un accademico che, invece, ha trasmesso ai figli l’idea del prestito bibliotecario. In ogni caso, i traslochi e l’avvento della tecnologia mi hanno portato a cambiare la prospettiva sugli e-book, ovvero i libri elettronici o digitali, un argomento alquanto dibattuto dagli addetti ai lavori e dai lettori. Sicuramente la mia esperienza con questi è una goccia d’acqua nel mare magnum delle discussioni e vuole rimanere tale: solo un’esperienza da condividere.

Da utente Apple, quasi tre anni fa e dopo lunghi mesi di riflessione mi sono decisa a prendere un iPad con l’intenzione di passare al libro digitale. Il secondo passo fu l’installazione del programma Kindle di Amazon. Assieme a questi, fu investita una discreta quantità di tempo per scaricare anche molti libri in italiano e in inglese, offerti gratuitamente dal colosso americano degli acquisti online. Uso un passato remoto perché non mi è più ricapitato di cercare e scaricare libri gratuiti, così che quei giorni sono rimasti parte di un vero e proprio passato remoto, così distante da essere quasi dimenticato. A proposito di queste acquisizioni, devo ammettere di non aver mai scaricato libri pirata, e per essere onesti e nonostante le premesse e le intenzioni d’investire nei libri digitali, in questi tre anni i miei acquisti di libri elettronici non sono mai decollati (forse questi rappresentano solo il 2% dei libri che compro). Qual è il problema? Con una formazione transnazionale, sono una ricercatrice e, nella maggior parte dei casi, i libri di saggistica dedicati al mio campo di studi non hanno la versione elettronica, tanto da essere obbligata a rivolgermi al cartaceo. In secondo luogo, per il mio lavoro, ho un problema non indifferente con i libri digitali: la maggior parte di questi, almeno per la mia esperienza, non hanno le pagine e citare da testi senza pagine complica la vita del ricercatore, in quanto lo stesso deve comunque procedere al prestito (inter)bibliotecario per rintracciare e verificare le stesse. Per questo motivo, i libri elettronici a fini di ricerca, almeno nel mio caso, non funzionano. Quindi, per quanto mi riguarda, i libri digitali senza numeri di pagina possono essere soltanto quelli d’evasione, ovvero quella narrativa che so che non entrerà mai nei miei ambiti di ricerca (anche se vige il detto mai dire mai). C’è anche da aggiungere che al momento riesco a leggere per piacere solo in estate quando sono in Italia, dove ricevo in regalo per lo più… libri cartacei! E da parte di amiche che sono passate ai programmi di lettura elettronica con Kindle o simili. Mi pare che se si deve regalare un libro, lo si regala comunque cartaceo, anche solo per scrivere una bella dedica a futura memoria e lasciare un segno tangibile sulle librerie dei conoscenti.

Oltre a queste, ci sono altre considerazioni da fare che implicano nuovamente l’ambito professionale. Oltre ad essere una ricercatrice, sono anche una docente che insegna in un’università a studenti—nativi digitali—di circa 18-22 anni, i quali vivono un’esperienza tecnologica assai diversa da quella di molti di noi, migranti digitali. Per ragioni diverse che non sto qui ad indagare, negli Stati Uniti il mercato dei libri di testo sta andando verso quello elettronico, che offre prezzi più vantaggiosi rispetto ai costosissimi libri di testo cartacei. Qual è il mio problema con i libri di testo digitali? Che la tentazione degli studenti di navigare verso altri lidi quando hanno un portatile o un tablet davanti agli occhi è fortissima, tanto che non acconsento all’utilizzo di questi nei miei corsi, ovviamente una decisone che viene opportunamente spiegata e supportata da evidenze pedagogiche (a questo proposito, mi permetto di suggerire un articolo che può essere d’interesse: http://chronicle.com/blogs/linguafranca/2014/08/25/why-im-asking-you-not-to-use-laptops/). Infine, la mancanza delle pagine nei libri di testo elettronici crea problemi quando gli studenti decidono di citare direttamente dal testo: per esperienza diretta, valutare un elaborato con citazioni imprecise è alquanto problematico, poiché una tale approssimazione è un’infrazione etica grave di non facile gestione.

Insomma, la questione dei libri digitali rimane aperta e ha un carattere soggettivo. Credo fermamente che ogni lettore abbia il diritto di scegliere il formato che preferisce sulla base delle sue necessità, senza essere costretti a demonizzare o esaltare l’uno o l’altro, ma valutandone i pro et contra, i quali variano con gli utenti e le culture. Dobbiamo solo augurarci che il mercato continui a soddisfare ogni tipo di esigenza, digitale e tradizionale, in nome della conoscenza e non del profitto.

 

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