Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda:
Alessandro Zironi conversa con Claudio Giunta

È appena stato pubblicato il volume di Claudio Giunta e Giovanna Silva Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda, Macerata - Milano, Quodlibet – Humboldt, 2014, pp. 183, €19, ISBN 978-88-7462-609-0. Il libro si propone come un road-book, ovverosia il vero e proprio resoconto di un viaggio in Islanda compiuto percorrendo la Route 1 che segue il perimetro dell’isola. Il volume è corredato da ulteriori contenuti, quali un saggio di Giunta su Halldór Laxness, il saggio Un incontro in Islanda (su un episodio del viaggio islandese di W. H. Auden) e, infine, una conversazione fra Roman Signer e Barbara Castelvecchi. Una buona occasione per un’intervista sui generis, che prosegue una lunga conversazione ferrarese in cui i due (Claudio e Alessandro) avevano annoiato una giovane platea di dantisti tenendo banco, per tutta la durata di una piacevole cena, discettando di Islanda. Alessandro Zironi insegna Filologia Germanica e Letterature Nordiche all’Università di Bologna, Claudio Giunta insegna Letteratura Italiana all’Università di Trento. Oltre alla filologia li unisce l’amore per l’Islanda.

 

Sono stato sull'Appennino modenese, a percorrere in solitaria un tratto dell'estense via Vandelli, oramai tratturo in mezzo ai boschi. Nessuno: silenzio, assoluto, zaino sulle spalle, e dentro il tuo “Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda”. Tu scrivi di solitudini: perché cercarle in Islanda quando sono anche incommensurabilmente molto più vicine a noi?
Be’, intanto sono onorato dal fatto di essere intervistato, e intervistato da te, cioè da uno che, tra l’altro, conosce l’Islanda (anch’io) e l’islandese (io zero). Oh sì, certo, possibilità di starsene da soli non mancano nemmeno in Europa, in Italia, nelle nostre città, e io le sfrutto abbastanza spesso. E anch’io ogni tanto mi spingo sui monti. Ma quando uno guarda dal crinale delle Alpi o degli Appennini prova sì la solitudine che dici, e ascolta quel silenzio, però sa che al fondo della solitudine, dietro i boschi e le valli, ci sono le città, altri esseri umani. A colpirmi, a commuovermi, nella solitudine islandese, sono state due cose: il fatto che i boschi non ci siano, che lo spazio si svolga davanti a te letteralmente a perdita d’occhio, vuoto; e il fatto che al fondo della solitudine ci siano non le città ma un’altra solitudine, cioè il mare, e non un mare amichevole come il Mediterraneo, ma l’Oceano. Voglio dire: la solitudine appenninica e quella islandese sono la stessa cosa, lo stesso concetto, ma almeno per me la grana del concetto è diversa; negli Appennini non mi sento fuori dal mondo, in Islanda sì. Ed è questa la sensazione che si compendia nella parola ‘solitudine’: non ‘starsene da soli’ ma ‘non stare nel mondo’.

Il titolo del tuo volume riporta la parola 'viaggio', ma sappiamo bene che il viaggio è un concetto semantico piuttosto vago. Il viaggio è interiore, ma anche di vesciche ai piedi, fatto con jeep e auto a noleggio oppure misurando le fatiche del corpo. Il tuo viaggio in Islanda, che è poi una coazione a ripetere, come lo definiresti?
Sì, esatto, è una coazione a ripetere: a me è capitato di tornare in Islanda e di starci una settimana senza quasi muovermi da Reykjavík: mi bastava essere lì, vedere quella luce (e qualche amico ormai caro). E naturalmente in questo c’è anche una parte di autosuggestione, è chiaro che per oscure o non oscure ragioni ho trasformato l’Islanda in un simbolo, per me, di qualcos’altro. Comunque, nel caso del ‘viaggio’ di cui si dice nel libro, è proprio il viaggio turistico delle guide; di fatto il libro è, vuole essere una guida diciamo per il turista intellettuale (il non intellettuale sarà impaziente con le lungaggini del reportage, temo): alla fine ci sono indicazioni pratiche, ristoranti, alberghi, mappe. Ma per me personalmente (e per molti altri islandofili) si tratta proprio dell’idea di ‘stare fuori dal mondo’ di cui dicevo prima. Per qualche giorno, si capisce, poi si torna tra gli uomini. Ma, voglio dire, per me non è poi soltanto un viaggio dello spirito: è proprio un viaggio del corpo, nel senso che io nello spazio islandese mi ci sento fisicamente bene.

Leggendo le tue pagine ho ripercorso mentalmente i taccuini di William Morris, che mi sono trascritto a Londra, in cui il vittoriano racconta, in punta di matita, su dei quadernetti, la sua Islanda dell'estate 1871, coi suoi venti, piogge e difficoltà. Una cosa mi aveva colpito dei Notebooks di Morris: vi traspare sempre lo sguardo un po' da colonialista, di colui che va a vedere il 'buon selvaggio', dal quale compra cucchiai d'argento e, se potesse, manoscritti. Non ti sei mai sentito l'occidentale che abita nel primo mondo che va a vedere, con occhio talvolta ironico, un altro mondo?
Veramente no, perché l’Islanda oggi è davvero un paese progredito, ricco nonostante la crisi post-2008, più civile dell’Italia sotto diversi punti di vista. Certo, arrivando nei villaggi sulla costa, passando davanti alle fattorie, uno non può fare a meno di guardare con stupefazione chi vive in un angolo così nascosto del pianeta: ma non è lo sguardo che si posa sul ‘buon selvaggio’, ovviamente, è uno sguardo quasi ammirato per chi è riuscito e riesce a vivere bene partendo da tanto poco, e da condizioni così sfavorevoli. Anzi, questo per me è sempre stato un motivo di particolare fascino e seduzione: la percezione, al fondo della vita islandese, di un’immane fatica, dunque di un’immane vittoria contro la natura ostile – una vittoria della civiltà, non certo dei buoni selvaggi. No no, nessun senso di superiorità, al contrario…

Sempre rimanendo su William Morris e l'Islanda. Morris rimase fulminato nel 1868: scoprì, prima ancora che l'Islanda, l'islandese, e la sua letteratura. Sembra, dalle tue pagine, che il tuo interesse nei confronti dell'Islanda sia più simile a quello del viaggiatore romantico, che si reca a scoprire il sublime; talvolta vi è un approccio un po' stile 'Avventure nel mondo'. Insomma, l'Islanda è Natura o Cultura?
Proprio così come dici: viaggiatore romantico, sublime, Avventure nel mondo. La lingua islandese non mi interessa. Mi interessano un po’ le saghe, perché faccio di mestiere lo studioso di letteratura medievale, ma devo dire che mi interessano il giusto: ne ho lette quattro o cinque, in traduzione, non ne leggerò altre. No, per me l’Islanda è quasi soltanto Natura, è la magnifica occasione di evadere dal paese iperculturale nel quale vivo. Poi ovviamente mi piace Laxness, e ne scrivo. Ma il paese, l’Islanda, mi interessa e mi piace e mi commuove per come appare, non per la sua civiltà. Natura, natura!

Quando io vado in un posto, anche sotto casa, ad esempio in Slovenia, e non conosco la lingua del luogo sto malissimo, mi pare che manchi il tassello primo per la comprensione del piccolo (o grande) mondo che sto percorrendo. Sei stato in Islanda più volte: com'è il tuo rapporto emotivo con la lingua del posto? Mai pensato a Teach Yourself Icelandic? Vince la pigrizia, o la soddisfazione emotiva viene da altre dimensioni?
La soddisfazione emotiva viene, ti dicevo, dal piacere che c’è nella semplice contemplazione del paese, nel viaggiarci dentro anche da soli, o con persone a cui voglio bene. Mi sono sentito straniero in altri paesi in cui si parlava arabo, o bengali, o giapponese. Ma in Islanda no, non direi: è Europa, quasi tutti parlano inglese, mai pensato di studiare islandese, no. Certo, molte cose vanno perdute, in questo modo: ma da un lato a me piace, interessa la superficie delle cose, mi piace descriverla senza farmi troppe domande intorno a ciò che c’è sotto; dall’altro, ci vorrebbe troppo tempo per entrare nel linguaggio islandese, e, come ti dicevo, quello che cerco in Islanda non è esattamente il contatto con gli islandesi. O meglio: gli islandesi che conosco parlano inglese, hanno una cultura simile alla mia, conoscono l’Europa, leggono Franzen, vedono Mad Men. Insomma, è sempre Europa no?

I tuoi incontri islandesi, almeno da quello che traspare dal tuo volume, sono soprattutto con gente che islandese non è, almeno che non siano le persone presso le quali alloggi. Gente indipendente, questi islandesi, che poi non si mischiano più di tanto con chi viene da fuori, o vi è invece da parte del viaggiatore l'atteggiamento dell'uomo bianco che si chiude nel suo club coloniale e quando va lì ricerca i propri simili?
No, in realtà conosco un buon numero di islandesi simpatici, che mi hanno dato indicazioni utili anche per il libro. Solo che arrivare da italiano in un paese come l’Islanda, in cui tutti conoscono tutti, e senza parlare la lingua, fa sì che uno prima di tutto entri in contatto con gli italiani, poi con gli altri stranieri, e solo in fondo con gli islandesi. Ma a questo fondo, ti dicevo, ci sono arrivato: soprattutto grazie ai colleghi dell’università (islandesi), che mi hanno presentato ad altri loro amici. No no, il difetto dell’apartheid proprio non ce l’ho, al contrario, sono un tipo molto gioviale, e tutto cerco, quando viaggio (ma in generale), salvo che le persone simili a me...

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