Ricordando Walter Kaiser (1931-2016), di Claudio Giunta

 

Pochi italiani conoscono il nome di Walter Kaiser, ma negli ultimi decenni pochi hanno fatto per gli studiosi e per gli studi umanistici italiani tanto quanto ha fatto Walter Kaiser, scomparso martedì scorso a New York a 84 anni. Kaiser ha studiato e poi insegnato Letteratura inglese alla Harvard University, specializzandosi nel Cinquecento europeo, e in particolare in autori che poi sono stati per tutta la vita i suoi autori: Erasmo, Shakespeare, Montaigne (la premessa a una raccolta di Selected Essays di Montaigne, scritta a meno di trent’anni, è ancora oggi un gioiello d’intelligenza e di stile). Ma – per noi – è stato anzitutto il direttore di Villa I Tatti, il centro di studi sul Rinascimento della Harvard University a Firenze, dal 1988 al 2002: si deve soprattutto a lui, alla sua inesauribile attività di amministratore e fundraiser, se la Villa – dopo anni difficili – è tornata ad essere ed è, oggi, un piccolo paradiso in terra, e una delle rarissime istituzioni (private) che finanzia la ricerca di alto livello in campo umanistico, permettendo a giovani studiosi di trascorrere un anno di lavoro in un ambiente ideale per la ricerca (ideale significa che il tempo, ai Tatti, si spendeva e si spende non seguendo o tenendo cicli di conferenze ma studiando e chiacchierando con altre persone che studiano, in piena libertà).

Chi vuole ascoltare o riascoltare la sua voce la trova in rete, nel sito «Villa I Tatti: an Oral History». Nelle parole che Kaiser usa per ricordare Bernard Berenson c’è tutta la verve, l’intelligenza e la sprezzatura che rendevano le conversazioni con lui così piacevoli. Ma chi ha avuto la fortuna di conversare con lui ricorda soprattutto l’ampiezza e, vorrei dire, la bellezza della sua cultura. Tanti, anche coltissimi, quando parlano di musica, arte, letteratura danno l’impressione di citare direttamente da un libro della biblioteca (e peggio quando quel libro lo hanno scritto loro); lui no: amava davvero quella roba, e dava l’impressione non solo di averla studiata ma anche di portarla sempre con sé.

Era un uomo di letture e frequentazioni davvero internazionali. Perciò era un po’ il contrario di quei nomadi accademici che ‘visitano’ per tre giorni un’università, fanno una conferenza per lo più irrilevante e poi riprendono l’aereo per andare a fecondare un’altra università, o a vedere un’altra mostra. Ricordo che a un noto direttore di museo inglese che gli mostrava la sua agenda della settimana – domani a Londra, dopodomani a Pechino, giovedì a New York – rispose con una nota di rammarico: «Well, this is not the way to live». Ma gli aneddoti sarebbero infiniti, anche perché non aveva un carattere facile, non tutti gli andavano bene (né lui andava bene a tutti), e dovendo incontrare ogni giorno un gran numero di persone, per lo più postulanti, aveva sviluppato un radar sensibilissimo per gli sciocchi, gli scocciatori e soprattutto i vanesi, che nel mondo accademico abbondano («those ghastly people...» era una delle sue espressioni favorite).

Negli ultimi anni è stato uno dei collaboratori più brillanti della «New York Review of Books»: alcuni dei suoi pezzi si trovano nel sito della rivista. Una volta mi ha detto, un po’ scherzando un po’ no, che era orgoglioso non tanto di quella collaborazione quanto del fatto che qualche mese prima, sullo stesso numero, avevano pubblicato un pezzo suo e un pezzo di suo figlio David. Pochi giorni prima di Natale gli ho scritto per fargli auguri. Avevo appena visto il documentario di Scorsese sulla storia della NYRB, e gli ho detto che mi era parso di vederlo sbucare, a un certo punto, a un ricevimento per i cinquant’anni della rivista, alle spalle del suo amico Bob Silvers. Dovrò rivedere il filmato, perché non ha fatto in tempo a rispondermi.

Crescendo, invecchiando, è normale, e forse è addirittura sano, perdere un po’ di convinzione. Tutte quelle giornate spese su vecchie cose come Platone, Dante, Proust – sarà stato un modo sensato di passare l’esistenza? Il panorama, intorno, ogni tanto fa venire il dubbio che forse era meglio fare altro. Ma nella particolare umanità di Kaiser, nella qualità del suo umorismo, nel suo splendido modo di stare al mondo c’era qualcosa, qualcosa di difficile da definire che si trova, mi sembra, proprio in «quella roba», e soltanto in quella. È stato tempo ben speso.

 

(l’articolo è stato pubblicato in precedenza sul Domenicale del “Sole 24 ore” del 10 gennaio 2016)

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