La via del Noh. Enrico Pulsoni intervista Fabio Massimo Fioravanti

Dopo la laurea in Lettere Moderne, Fabio Massimo Fioravanti (Roma 1955) inizia l’attività di fotografo professionista collaborando con riviste italiane e straniere, case editrici e agenzie d’immagine. È autore di reportage fotografici sul Giappone, l’Asia Centrale, l’India e l’Africa del sud. Collabora con numerosi artisti - pittori, musicisti, scrittori - a progetti multidisciplinari comuni. Ha pubblicato vari libri fotografici tra cui: La Via del Noh, CasadeiLibri 2014; Zuiganji. La vita dei monaci Zen, fmf.com 2011; il libro d’arte Bambini in Uzbekistan, Edizioni T.T.L. 2009; Per Alberto Moravia: luoghi e ricordi, Roma, Edizioni Empirìa, 2007; Imagine Uzbekistan, Ariccia, Edizioni Novale, 2006. È autore di mostre, personali e collettive, in Italia e Giappone. Tra le ultime: La Via del Noh (Macerata, Accademia di Belle Arti / Caffè Venanzetti; Roma, Spazio Ducrot); Dietro le quinte del teatro Noh (Venezia, Museo Nazionale d'Arte Orientale Cà Pesaro); La stanza di Alberto (Roma, Festival della Letteratura di Viaggio, Villa Celimontana - Palazzetto Mattei); Udaka Sensei (Roma, Orto Botanico e in precedenza Doozo Gallery); Zuiganji. La vita dei monaci Zen (Fidenza, Auditorium delle Orsoline; Genova, Museo d'Arte Orientale 'Edoardo Chiossone'; Roma. Museo Nazionale d'Arte Orientale "Giuseppe Tucci").
Sito web: www.fabiomassimofioravanti.com

 

Puoi definirti in qualche modo come fotografo?

Credo sia sempre difficile guardare con distacco al proprio lavoro, per cui non so bene come definirmi. So che la fotografia mi ha aiutato a vivere, a stare bene con me stesso, a stabilire rapporti con il mondo. Io sono una persona riservata, da ragazzo un timido patologico, ed in questo senso fotografare mi ha aiutato tantissimo. Il mio corso di studi è stato molto classico: sono laureato in Lettere Moderne, con specializzazione in Storia del teatro e Filosofia del linguaggio.
Per me la fotografia è sempre stato un modo per rapportarmi agli altri e nello steso momento “viaggiare” dentro me stesso: dentro le mie ossessioni e le mie paure, per esorcizzarle e superarle. Insomma un modo per entrare in contatto con il mondo e ri-conoscerlo.
Come potrei definirmi in due parole? Forse fotografo umanista, forse fotografo antropologo, forse fotografo documentarista. So che ormai mi interessano solo i lavori di grande scavo, di grande approfondimento, i progetti lunghi ed anche lunghissimi.

Come nasce il tuo amore per il Giappone?

Ricordo che sin da bambino piccolo ero affascinato dall’Asia e dall’Oriente: non so quante volte ho letto Il Milione di Marco Polo nell’adolescenza! Mi affascinava tutto quello che veniva da questo misterioso - e lontanissimo allora - mondo orientale. Era l’idea di un paesaggio, di una cultura, e di una vita diversa dalla nostra, anche molto mitizzata ovviamente, e forse tutto questo mi aiutava ad evadere da un presente per alcuni aspetti difficile e doloroso per me (mio padre è stato molto ammalato nella mia adolescenza).
Crescendo ho iniziato a strutturare questa mia passione ed a focalizzarla sul Giappone, ho iniziato a vedere i film dei grandi autori giapponesi: Kurosawa, Ichikawa, Ozu, Oshima, e leggere i grandi della letteratura: Kawabata, Tanizaki, Mishima, Soseki. Ci sono stati due libri fondamentali per il mio amore per il Giappone: Libro d’ombra di Tanizaki e soprattutto Genji monogatari di Murasaki Shikibu.
Poi negli anni dell’università, grazie al prof. Mario Verdone della cattedra di Storia del Cinema, ho potuto vedere e studiare quasi tutti i classici del cinema giapponese, e soprattutto li ho visti in un cinema e non in cassetta video!
Ho iniziato a leggere in modo onnivoro anche tanti altri autori della letteratura: Banana Yoshimoto, Kenzaburo Oe, Haruki Murakami, Kobo Abe, Kenji Nakagami, Nagai Kafu, Ogai Mori, Yasushi Inoue, Ryunosuke Akutagawa. La letteratura è sempre stata per me fonte di ispirazione. Ho letto e amato moltissimo il poeta pellegrino e viandante Matsuo Basho. Più avanti negli anni sulle orme di Basho ho fatto anche un viaggio in Giappone e tra l’altro sono stato per circa un mese ospite del Tempio Zuiganji a Matsushima su cui Basho scrisse i famosi versi: “Oh, oh, Matsushima, oh, oh...” che descrivono come meglio non si potrebbe l’impossibilità di tradurre verbalmente una grande emozione fisica. Di Basho mi è sempre sembrata giapponesissima una frase che per me è fondamentale per la mia vita di fotografo e come persona: “Il giorno e la notte sono i viaggiatori dell’eternità... Anch’io sono stato tentato dal vento che sposta le nubi e preso dal desiderio di viaggiare” (Dallo Stretto sentiero per Oku, 1694). Ecco questa frase di Basho riunisce in sintesi le mie grandi passioni: il viaggio, l’Altrove, la luce ed il buio.
(Della mia permanenza al monastero di Zuiganji ho fatto un libro ed una mostra: Zuiganji. La vita dei monaci zen. La mostra è stata ospitata al Museo Nazionale d’Arte Orientale “Tucci” di Roma nel 2010 ed al Muso d’Arte Orientale “Chiossone” di Genova dal 2010 al 2013).
Infine c’è stato un incontro casuale ma importantissimo, ancora una volta non solo per il mio amore per il Giappone ma per la mia vita: quello con Junkyu Mutoh, pittore e scultore giapponese, e con sua moglie Miyako Tanaami. Loro hanno vissuto per circa vent’anni vicino a dove vivo io, ai Castelli Romani. Per l’esatezza ho conosciuto Junkyu nel tennis club dove giocavo. Poi la conoscenza è diventata amicizia fraterna e frequentazione quotidiana, ed infine sono diventato anche il fotografo ufficiale delle belle opere - pitture e sculture - di Junkyu. Con Junkyu e Miyako avevamo una associazione che si occupava di scambi culturali tra Italia e Giappone: l’Office Move. Organizzammo, tra l’altro, due bellissime mostre: Antichi costumi del teatro Noh. La collezione della famiglia Kongoh e Da Sendai a Roma. Un’ambasceria giapponese a Paolo V. Sendai è la città natale di Junkyu e proprio da Sendai partì la prima ambasceria giapponese diretta in Italia, allora a Roma alla corte di Papa Paolo V Borghese (1615).

Come sei entrato in contatto con il teatro Noh?

Come dicevo il mio primo contatto con il teatro Noh risale al 1989 quando feci il primo viaggio in Giappone insieme al mio amico Junkyu Mutoh ed altre persone per organizzare le mostre Antichi costumi del teatro Noh, mostra che si tenne a Milano al Castello Sforzesco nel 1989 ed a Firenze al Museo Bardini nel 1990; e Da Sendai a Roma. Una ambasceria giapponese a Paolo V che si tenne a Castel Sant’Angelo a Roma nel 1990/1991.
In quell’occasione ebbi modo di conoscere e fotografare velocemente - a Kyoto - il Maestro Iwao II Kongoh (il venticinquesimo patriarca della Scuola Kongoh), considerato uno dei più grandi attori di Noh del Novecento (morto nel 1996). Il Maestro Iwao II era amico della moglie di Junkyu: Miyako Tanaami. Miyako era stata allieva del Maestro Iwao II da ragazza, ed era una mia carissima amica. Tutto questo mi ha reso più facile entrare nel mondo del Noh che è un mondo molto tradizionale e chiuso. Ho avuto la rara opportunità di dare sin dall'inizio uno sguardo dall’interno a questo mondo e non solo da spettatore a teatro. Fotografai il Maestro in alcuni esercizi ed anche alcune sue preziosissime maschere, fotografie che servivano per il catalogo ed altro materiale promozionale. Fotografai di nuovo il Maestro Iwao II a Milano nel dicembre 1989 in occasione dell’apertura della mostra.
Il Maestro Iwao II è stato il maestro/sensei di Udaka Michishige, Udaka infatti nel 1960 divenne l’ultimo discepolo, o uchi-deshi, di Kongoh Iwao II.
Tra l'altro Iwao II Kongoh è stato uno dei pochissimi attori di Noh che ha recitato in Italia. Recitò Hagoromo (L’abito di piume) nel 1984 a Castelgandolfo nella Villa Pontificia alla presenza di S.S. Giovanni Paolo II, poi a Roma e Firenze, e nel coro c’era anche Udaka Michishige.
Data la complessità ed il costo di uno spettacolo di Noh (in Italia non esiste un teatro/palcoscenico di Noh; tra attori, coro, musicisti e assistenti di scena a volte sul palco ci sono non meno di 20 / 25 persone) sono pochissimi gli spettacoli completi che sono stati messi in scena in Italia dal primo spettacolo avvenuto alla Biennale di Venezia del 1954, il 6 e 7 agosto, nella splendida cornice del Teatro Verde sull’isola di San Giorgio con attori straordinari come Kita Minoru, Kanze Hisao e Kanze Hideo.
Una curiosità: nel giugno 2013 ha recitato come shite per la prima volta un italiano, il giovane studioso e praticante di Noh Diego Pellecchia allievo di Udaka Michishige (in Kiyotsune al Teatro Kongoh di Kyoto).

Quale rapporto hai stabilito con il maestro Udaka?

Ho conosciuto il Maestro Udaka Michishige nell’aprile del 2012, in occasione del primo dei tre viaggi in Giappone che ho fatto specificatamente per produrre il libro La Via del Noh.
Avevo preparato questo incontro tramite un lungo scambio di email - dal settembre 2011 al marzo 2012 - con Rebecca Teele Ogamo, che è la principale collaboratrice del Maestro ed è il Senior Director dell’International Noh Institute che il Maestro ha fondato nel 1986 (tra l’altro Rebecca è stato il primo straniero ammesso nell’Associazione attori professionisti di Noh).
In occasione del nostro primo incontro - avvenuto il 5 aprile del 2012 - non ho scattato neanche una fotografia, ritenendo che non solo fosse poco educato, ma che fosse necessario conoscerci prima di iniziare a fotografare. In realtà le prime fotografie le ho scattate esattamente una settimana dopo, quando il Maestro mi ha dato il primo appuntamento in occasione delle sue prove private di Tomonaga.
Gli attori di Noh - che siano shite o waki - non provano insieme agli altri attori, ma si esercitano da soli, provando e studiando la parte negli studi privati. Infatti si incontrano sul palco (insieme con i musicisti ed il coro) una sola volta prima dello spettacolo vero e proprio, ma anche questa non è una prova come la intendiamo noi, ma piuttosto una sorta di “ripasso generale” per accordarsi sul tempo o sui movimenti, prova fatta senza maschere e costumi però. Questo ripasso generale si chiama moshiawase.
Dopo questa prima sessione fotografica ne sono seguite tante altre, considera che io per questo lavoro risiedevo a Kyoto in una piccola casa che avevo affittato nella parte nord della città dove si trova anche lo studio del Maestro, per cui spessissimo andavo alle sue lezioni di canto e danza o anche alle lezioni di mask carving, infatti il Maestro Udaka è attualmente l’unico maestro di Noh che è anche scultore di maschere. Spesso rimanevo fino a notte tarda nel suo studio di Iwakura, condividendo con lui ed i suoi allievi molte tazze di tè ed a volte dei brevi pasti nei piccoli ristoranti della zona.
Come sai io volevo riuscire ad ottenere i permessi per fotografare nel backstage ed in particolare nella Stanza dello Specchio, che è il luogo più segreto ed intimo del teatro Noh, e sicuramente il luogo più magico e affascinante per un fotografo. E’ in questa stanza, che si trova esattamente prima del palco, da cui lo divide solo la tenda agemaku con i cinque colori simbolici, che l’attore diventa il personaggio che dovrà interpretare sul palcoscenico. Infatti dopo essere stato vestito dai tantissimi aiutanti nel backstage vero e proprio, l’attore entra in questa stanza dove appunto c’è uno specchio, e davanti allo specchio indossa la maschera e si concentra per gli ultimi istanti prima dell’entrata in scena.
La cosa interessante è che li, dopo gli ultimi aiuti e ritocchi che i vari assistenti gli danno, lo shite viene a poco a poco lasciato solo, si isola, nessuno più gli parla o lo tocca. Tutto questo è straordinariamente descritto da Rebecca Teele Ogamo nel suo saggio “Introduzione alla Via del Noh”: “L’attore osserva in silenzio la maschera riflessa nello specchio, il volto del personaggio che sta diventando: lo specchio riflette non solo forme plastiche, ma l’anima del personaggio interpretato. La trasformazione profonda sopraggiunge in un istante d’immobilità: non è più l’attore, ora è la maschera a vedere”.
Questo luogo “segreto” mi affascinava e così aspettavo che il Maestro mi desse i permessi, ma alla fine del primo viaggio non me li aveva ancora dati, avevo fotografato tanti spettacoli ma neanche un backstage.
Due o tre giorni dopo essere tornato in Italia - erano i primi di luglio del 2012 - mi arriva una email da Rebecca Teele che mi informa che potevo fotografare - se volevo - due backstage: ad ottobre a Tokyo, ed a novembre a Matsuyama! E così ai primi di ottobre del 2012 sono tornato in Giappone per finalmente poter fotografare nella Stanza dello Specchio.
Poi - verso la metà di dicembre - prima di tornare in Italia il Maestro mi ha chiesto di poter fotografare le sue maschere per un libro che stava facendo, e per altri suoi utilizzi (sito web, blog, mailing) e devo dire che questo mi ha fatto davvero molto piacere.
Nell’autunno del 2013 sono tornato per il terzo dei viaggi previsti per il libro ed ho di nuovo fotografato spettacoli e backstage ed alcune sue nuove straordinarie maschere.
Credo che entrare in amicizia con un orientale ed in particolare con un maestro giapponese non sia facile, nel senso che loro danno alla parola declinazioni molto diverse dalle nostre, ma penso di poter dire che il nostro rapporto sia di assoluta stima e rispetto reciproco. Spero il prossimo anno di poter tornare a lungo in Giappone per fare un secondo libro sul Noh, ed in quell’occasione conto anche di poter studiare “mask carving” con il Maestro Udaka.

 

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