L’oblio di sé. Carlo Pulsoni intervista Pablo d’Ors

 

Esce finalmente in Italia L’oblio di sé (traduzione di Simone Cattaneo, Milano, Vita e Pensiero, 2016), terzo titolo della tua trilogia. Ti chiedo innanzitutto di spiegare le ragioni di questo titolo

Il filo conduttore della vita di Charles de Foucauld è stato dimenticare se stesso per vivere nella libertà che solo il distacco dal proprio ego può dare, la fratellanza e il mistero di Dio.

Il libro è una biografia di Charles de Foucauld, una figura cha ha fortemente influenzato la tua vita, a giudicare dai tuoi scritti. A quando risale la sua scoperta e quali sono i motivi per cui ti ha così affascinato?

Naturalmente conoscevo la storia di quest’uomo, però in un momento difficile della mia vita in cui mi sentivo perso e umiliato, la figura di questo santo mi ha illuminato portandomi ad accettare il fallimento, ma anche insegnandomi la via della meditazione e dell’umiltà.

Il libro è scritto in forma di autobiografia. Non c’è il rischio che il lettore possa avere un’immagine di Charles de Foucauld che in realtà è la tua?

È come il ritratto di un pittore: lui mette i pennelli e la persona posa la sua immagine. Il grande artista sa cogliere nell’immagine l’essenza della persona ritratta. Allo stesso modo io ho messo le parole cercando, però, di cogliere l’essenza della vita di de Foucauld. Spero di esserci riuscito.

Nel tuo libro Charles de Foucauld racconta i suoi anni giovanili caratterizzandoli come particolarmente peccaminosi. In questo non si distacca dalle autobiografie di altri santi (penso ad Agostino o a Teresa di Avila per restare al passato) in cui essi manifestano o la loro dissolutezza o la loro palese inferiorità nella fede rispetto ad altre persone. Non credi che questo eccesso di modestia possa essere percepito dal lettore in senso opposto, ovvero come un atto di superbia?

Dalla conversione alla morte l’umiltà è stata una paziente conquista della sua anima, riuscendo a uscire da se stesso e rilevare le proprie pecche e i propri limiti.

Trovo molto suggestivo quanto scrivi a p. 396: «Quanto ho appena scritto mi porta a concludere che le categorie ‘successo’ o ‘fallimento’ non sono adeguate per giudicare una vita. Un successo agli occhi degli uomini, per Dio può essere un fallimento; e un fallimento, il più grande dei successi. Per questo motivo, ora, quando vedo chi sono diventato, mi dico: “Sono un fallito ma non importa; sono un trionfatore ma non importa”; piccolo o grande, cosa importa! Come a Mosè, non mi sarà concesso di vedere la Terra Promessa, se non da lontano. Ma non importa: non avrei mai creduto di poter provare tanta indifferenza verso me stesso». Che valore ha ciò non per l’io personaggio Charles de Foucauld, ma per l’io narrante Pablo d’Ors?

Il difficile da accettare è l’impermanenza di tutte le cose, ma la vita non è qualcosa di statico bensì un flusso in continuo cambiamento, non si arresta mai e in ogni forma che assume abbiamo l’opportunità di ammirarne la bellezza. Solo il distacco dal proprio ego ci può consentire l’accettazione della realtà, qualunque essa sia. La meditazione è il mezzo più efficace per riscoprire il nostro vero centro, la nostra anima.

Nelle ultime pagine Charles de Foucauld esprime delle considerazioni che poco si addicono a un religioso nella mentalità attuale: non solo si rivela a favore della guerra [i.e. il primo conflitto mondiale], ma definisce pure i tedeschi come dei barbari di cui si augura la fine. Sono riflessioni in realtà che ben si attagliano allo spirito del tempo: basta ricordare quanto scriveva sul versante italiano Padre Agostino Gemelli. Non credi che queste pagine possano risultare incomprensibili a un lettore dei nostri giorni?

Un religioso, come qualsiasi uomo, è figlio del suo tempo. Non bisogna dimenticare che de Foucauld fu un militare e un patriota. Inoltre mi sembra che questo accada anche oggi: molti credenti di tutte le religioni sono spesso a favore delle attuali guerre disseminate nel mondo.

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