Stampare in clandestinità: Nella Lilli.
Alberto Preti intervista Daniela Brunelli.

Daniela Brunelli, nata a Verona nel 1961, laureata in Storia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, ha conseguito il Diploma di specializzazione in Archivistica, paleografia e diplomatica presso l’Archivio di Stato di Mantova e il Master in Gestione e direzione di Biblioteche, presso l'Università Cattolica Sacro Cuore di Milano. Dirige la Biblioteca centrale Arturo Frinzi dell'Università di Verona e dal 2009 è presidente della Società Letteraria di Verona, istituzione fondata nel 1808 della quale è la prima presidente donna.
 

 

Un libro di Alessandro Corubolo e Maria Gioia Tavoni, pubblicato di recente (Torchi e stampa al seguito), ti ha fatto incontrare (o meglio rincontrare) Nella Lilli Mascagni, una delle tante, giovani donne che, fra il 1943 e il 1945, hanno messo in gioco la propria vita impegnandosi nella lotta di liberazione, come staffette e partigiane combattenti. Ti aspettavi un incontro del genere in un libro dedicato alle stamperie mobili nel corso dei secoli?

In verità, l’approfondita ricerca condotta da Alessandro Corubolo e Maria Gioia Tavoni sul fenomeno dei “torchi mobili” e sulla “stampa al seguito” ha reso possibile tali e tante occasioni d’incontro da aver trovato al suo interno rappresentato pressoché “tutto il mondo in un libro”. Prendo a prestito questa magnifica espressione, riportata nel volume dei nostri autori, dall’ultimo verso di un inno alla tipografia stampato da Costantia Grierson (1705-1732), una straordinaria figura di poetessa e stampatrice irlandese itinerante, poiché trovo che restituisca compiutamente il senso del mio crescente stupore nell’addentrarmi nella fitta rete di relazioni che il libro offre. Fin dalle prima pagine, infatti, si è rapiti dalla molteplicità di storie singolari e spesso sorprendenti, attraversate da diversi filoni d’indagine che fanno dei torchi mobili i validi supporti della storia culturale, artistica, politica, economica, tecnologica lungo i secoli, non solo del nostro paese.
Ciascun lettore può scegliere il proprio percorso e cercarne le tracce nelle pagine del libro. La mia personale lettura, ad esempio, è stata di genere e attraverso di essa ho incontrato personalità eccezionali di donne sapienti, coraggiose e audaci, spesso sconosciute o re-incontrate come Nella Lilli Mascagni. Della sua valorosa esistenza come staffetta partigiana avevo notizia, ma certo non conoscevo il capo d’imputazione per il quale venne internata nel Lager di Bolzano, ossia che possedeva un piccolo torchio domestico con il quale stampava le informazioni da portare ai resistenti delle valli trentine. Nella, nata nel ’21 e nel ’43 già entrata nella Resistenza, fu una delle staffette partigiane più attive nella Val di Fiemme, anche grazie ad un rete di sostenitori come il parroco don Luigi Zorzi di Cavalese, che la sollecitava a lasciare volantini e opuscoli sui banchi alla prima Messa del mattino.

Nella Lilli, catturata dai tedeschi e rinchiusa, nei mesi che precedettero la liberazione, nel lager di Bolzano, fu testimone, fra l’altro, dell’efferata uccisione di un giovane internato, Bortolo Pizzuto (o Pezzuti, secondo gli atti processuali), che aveva tentato la fuga. Perché proprio quel tragico episodio di barbarie ha stimolato il tuo interesse?

Gli autori accennano all’episodio nell’ultima parte del volume dedicata alla stampa clandestina durante la seconda guerra mondiale, per la quale l’utilizzo di mezzi da stampa mobili risultò di fondamentale importanza. Si tratta di un altro prezioso campo d’indagine che Corubolo e Tavoni ci hanno donato, spalancando nel contempo molteplici percorsi di approfondimento. Ebbene, la menzione della barbara uccisione del giovane Bortolo Pezzuti sotto gli occhi di alcuni internati, fra i quali Nella Lilli, mi ha portata a collegare l’episodio alla presenza di un altro importante testimone dell’orrendo crimine, ossia Egidio Meneghetti, una figura di straordinario interesse sia da un punto di vista professionale, che d’impegno civile e culturale. Ben prima che le carte processuali a carico di Seifert lo accertassero, infatti, proprio grazie alla sua struggente poesia “Lager. Bortolo e l’ebreeta”, pubblicata nel 1955, si sono potute conoscere le atroci violenze commesse da Michael Seifert e Otto Sein all’interno del campo di concentramento e di transito di Bolzano.
Egidio Meneghetti, nato a Verona nel 1892, Medaglia d’argento nella prima guerra mondiale a cui partecipò come medico in prima linea, durante il ventennio fascista fece parte dei gruppi clandestini di Giustizia e Libertà. Dopo l’8 settembre 1943 fu tra i fondatori del primo Comitato di Liberazione Nazionale Veneto e membro dell’esecutivo militare regionale. Nel 1944 organizzò la brigata partigiana “Silvio Trentin” e nel gennaio del 1945 venne arrestato e condotto nel campo di concentramento di Bolzano dove rimase prigioniero fino alla liberazione. Precocemente avviato alla carriera accademica all’Università di Padova come farmacologo, egli apparteneva ad una famiglia di medici e patrioti. Dopo la caduta del fascismo, Concetto Marchesi, rettore dell’Università patavina, lo nominò pro rettore e quando si diede alla macchia, riparando prima a Milano e poi in Svizzera, ebbe in Meneghetti un prezioso appoggio per l’attività cospirativa anti fascista nella città di Padova. Dal 1945 al 1947 il Meneghetti fu a sua volta rettore dell’Università di Padova e dedicò la sua scrittura, oltre che a numerosi studi scientifici, anche ad alcune raccolte di magnifiche poesie nelle quali si ritrovano i temi legati alla Resistenza, resi con un sapiente uso del dialetto veronese. La sua vicenda umana e professionale è stata magistralmente approfondita grazie ad alcuni pregevoli studi, in particolare in quelli condotti con straordinaria dedizione da Gian Paolo Marchi.
Ritornando, dunque, all’efferato omicidio di Bortolo Pezzuti, Meneghetti, che il 16 dicembre 1943 durante il bombardamento dell’Arcella, aveva già incontrato la disperazione dovuta alla perdita della moglie Maria e dell’amatissima figlia Lina, anch’esse impegnate nella lotta clandestina, si trovò ad assistere quale inerme testimone insieme a Nella Lilli, agli orrendi crimini messi in atto dai due “Ucraini Missa e Oto”, che la “gran bufera” della guerra e del nazismo aveva trasformato in “boia e assassini”. Il lungo e struggente poema, che si può leggere alla fine di questa intervista, è dedicato anche ad una giovane ragazza ebrea sulla quale si scatenò la furia violenta e assassina delle due guardie nella stessa notte di Pasqua che vide la morte, dopo tre giorni di agonia, di Bortolo Pezzuti. Meneghetti pubblicò la prima edizione del commovente poemetto nel 1955 per i tipi della Stamperia Valdonega di Verona, la gloriosa stamperia fondata nel 1948 da Giovanni Mardersteig. Successivamente curò ulteriori edizioni con varianti lessicali, che vennero pubblicate da editori diversi.
Il lettore che oggi si sofferma su quei versi, oltre a trovare il perfetto spaccato di quello che era l’inferno concentrazionario nazista, rimane emotivamente scosso dalla delicatezza e dalla compassione con le quali in forma poetica il Meneghetti descrive ciò di cui è stato testimone. Ecco perché aver conosciuto questa vicenda attraverso il suo poema e aver trovato il legame con Nella Lilli, grazie alla ricerca di Corubolo e Tavoni, mi ha profondamente colpita e sollecitata ad approfondire la conoscenza della loro relazione.

Una singolare coincidenza vuole che tu conosca il dott. Bartolomeo Costantini, già Procuratore della Repubblica presso il Tribunale militare di Verona, che fu pubblico ministero nel processo contro uno dei due ucraini delle SS che massacrarono l’inerme Bortolo, ricordato nella dolente poesia “Lager. Bortolo e l’ebreeta”, di Egidio Meneghetti. Che notizie hai del suo lavoro di magistrato inquirente contro i criminali di guerra nazisti e i collaborazionisti italiani?

Il dott. Bartolomeo Costantini è una persona di altissima caratura professionale e di altrettanto elevate qualità umane. Mi pregio della sua preziosa amicizia avvenuta all’interno della Società Letteraria di Verona e qui coltivata grazie a ideali comuni che ci vedono coinvolti in iniziative culturali, spesso condivise anche con la Comunità ebraica o con l’Istituto veronese per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea. Uomo dotato di valori profondamente democratici e anti fascisti, la cui tenacia e determinazione hanno saputo superare non semplici questioni processuali anche internazionali, a lui si deve il ritrovamento in Canada di Michael Seifert, la richiesta di estradizione e la pena dell’ergastolo che nel 2000, in qualità di Procuratore presso il Tribunale militare di Verona, egli riuscì a far irrogare ad una delle spietate guardie del Lager di Bolzano. Ricorderai l’incresciosa scoperta del così detto “armadio della vergogna”, rinvenuto nel 1994 nel palazzo Cesi a Roma, nel quale erano contenuti 695 fascicoli d'inchiesta e un registro generale riportante 2274 notizie di reato, relative a crimini di guerra commessi sul territorio italiano durante l'occupazione nazifascista. In pratica si trattava di tutte le fonti nelle quali erano riportate le denunce e le testimonianze raccolte all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, dapprima colpevolmente non distribuite alle varie procure territoriali competenti e nel 1960 addirittura archiviate dal Procuratore generale militare di quel tempo in maniera del tutto illegittima. Il ritrovamento diede ovviamente corso ad una serie d’indagini per scoprire le ragioni dell’insabbiamento e lo stesso dott. Costantini racconta che finalmente, nel 1994, arrivarono a Verona circa 130 fascicoli provenienti dal quel famigerato armadio e numerosi processi poterono essere avviati anche se molti dovettero essere chiusi per archiviazione a seguito della morte dell’indagato o perché contro ignoti o per reati estinti per prescrizione. Il processo che riguardava il Lager di Bolzano fu sicuramente quello più importante e per il quale si costituirono parte civile l’ANPI, il Comune di Bolzano nella persona dell’avvocato Arnaldo Loner e la Comunità ebraica. Nel 1999, grazie alla collaborazione delle autorità tedesche, venne scoperta l’esistenza in vita di Michael Seifert e avviato il procedimento a suo carico per i reati non prescritti, con la richiesta di estradizione dal Canada, poi avvenuta il 16 febbraio 2008. Durante le fasi istruttorie del processo di primo grado, il dott. Costantini raccolse le testimonianze di quanti, fra i sopravvissuti, vissero la tragedia del Lager di via Resia e fra questi raccolse le preziose deposizioni di Nella Lilli sposata Mascagni, che con grande generosità mi ha messo a disposizione e che costituiscono oggi un ulteriore prezioso tassello da affiancare a quello che gli autori del volume su Torchi e stampa al seguito hanno portato alla luce.

Come intendi muoverti su questo terreno, in cui si incrociano ricerca storica e scavo nella e sulla Memoria, lasciando importanti tracce letterarie? Lo svilupperai proseguendo nell’indagine e approfondendo le riflessioni? E muovendoti in quali direzioni?

Come avrai intuito l’essere partita dalla lettura di un eccellente libro di storia della stampa, seguendo una pista di genere, ed essere giunta alle carte processuali di un processo per crimini di guerra, mi ha profondamente sorpresa e commossa. Questo è uno dei motivi per cui ritengo che nel volume di Alessandro Corubolo e di Maria Gioia Tavoni sia rappresentato “tutto il mondo in un libro” e sono loro profondamente grata per avermi donato tante opportunità di riflessioni e spunti di ricerca.
D’altro canto mi ha profondamente commossa anche aver avuto la possibilità di stabilire un contatto fra due persone a me tanto care, quali Maria Gioia Tavoni e Bartolomeo Costantini, un uomo coraggioso che, nell’esercizio della sua delicata professione, per primo si pose il grande tema della memoria. Pur essendosi dedicati professionalmente ad ambiti diversi, entrambi hanno incrociato sul loro cammino Nella Lilli, della quale, in modi diversi, ci hanno restituito lo spessore intellettuale, l’immensa tragedia umana e la generosità della testimonianza quale valore irrinunciabile per non dimenticare.
Con la condanna all’ergastolo di Seifert il principio di giustizia è stato riaffermato e le vittime e i loro congiunti hanno avuto il riconoscimento loro dovuto; ma credo sia doveroso proseguire e non abbandonare il campo d’indagine. Recentemente sono riuscita a mettermi in contatto con Andreina e Lorenza Mascagni, figlie di Nella Lilli, deceduta a Trento nel 2009, e grazie alla loro generosa disponibilità desidero approfondire ancora, per quanto sarà possibile, la straordinaria figura della nostra tipografa clandestina delle valli trentine. Proprio grazie alle figlie sappiamo che l’attività di testimone di Nella è continuata per tutta la sua vita con grande fervore, dedizione e militanza: si dedicò al testimoniare, soprattutto nelle scuole, dell’orrore che aveva vissuto in quel luogo di tortura e sempre ribadì ai giovani gli irrinunciabili valori civili e democratici per i quali tante volte, da giovanissima staffetta partigiana, aveva rischiato la vita.

Lager. Bortolo e l’ebreeta di Egidio Meneghetti

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