L'OVI e lo spirito del tempo

di Claudio Giunta

 

È molto probabile che la cosa non interessi il famoso Grande Pubblico, ma all’Istituto dell’Opera del Vocabolario Italiano (OVI), a Firenze, si sta lavorando da parecchi anni a un vocabolario dell’italiano antico. Vale a dire che si schedano testi e, dai testi, si cerca di capire che cosa significavano, ai tempi di Dante o di Petrarca, strane parole come pocca (unità di misura della lana) o parole meno strane ma ambigue come lanciuola (che era sì una ‘piccola arma da lancio’, ma anche uno ‘strumento per eseguire i salassi’, nonché ‘lo stesso che arnoglossa’: vedi, con un clic, arnoglossa).
Il vocabolario non è ancora finito ma, per la parte che si è fatta (una parte cospicua), lo si può consultare gratuitamente all’indirizzo www.vocabolario.org. È la più importante opera lessicografica in corso in Italia; ed è, più in generale, una meravigliosa impresa culturale: perché lo studio della lingua antica – oltre ad essere importante in sé – può illuminare infiniti aspetti della storia delle arti e del pensiero. Quando si parla di ‘ricerca in campo umanistico’ (e se ne parla spesso con perplessità) è a un’opera del genere che bisogna pensare (e ogni perplessità svanisce). L’OVI è stato diretto per circa vent’anni da Pietro Beltrami, che adesso torna all’insegnamento universitario, alla sua cattedra di filologia romanza all’Università di Pisa. Amici e colleghi di Beltrami si sono riuniti nella sede dell’Accademia della Crusca, la scorsa settimana, per ringraziarlo del lavoro veramente magnifico svolto in questi anni. È stata anche l’occasione per rispondere un’altra volta alla domanda – sempre attuale, è che è sempre giusto tornare a porsi – “a che serve una cosa come il vocabolario dell’italiano antico?”. Questo è un tentativo di risposta.
«Confesso – ha scritto una volta Kristeller – di non apprezzare i risultati ottenuti dal nostro tempo a tal punto da convincermi che possiamo permetterci di rinunciare alla ricca eredità del nostro passato. Questa eredità può restare viva solo se ogni generazione include un po’ di studiosi che si dedicano al compito di preservare per il futuro le opere d’arte, della letteratura, della filosofia, della scienza».
Ora, sugli oggetti del passato si possono fare essenzialmente due cose: li si può descrivere; o si possono usare come mattoni per costruire dei discorsi. Naturalmente si possono anche fare le due cose insieme, e naturalmente una buona descrizione è sempre, anche un’interpretazione; ma accettiamo la semplificazione e diciamo che il primo è soprattutto l’obiettivo del filologo e del linguista, mentre il secondo è soprattutto l’obiettivo dello storico della letteratura e dello storico delle idee. In un altro suo saggio, Kristeller mostra di non avere dubbi su quale sia l’occupazione più importante: «Sono propenso a pensare che sia più importante fare l’edizione critica di un testo o scrivere una monografia su un autore trascurato che formulare un’altra teoria sul pensiero del Rinascimento nel suo complesso. È vero: una visione generale dovrebbe essere sempre il nostro obiettivo, ma occorre pensare che quell’obiettivo resta irraggiungibile se non sono prima esplorati adeguatamente tutti i particolari su cui quella visione generale deve poggiare».
All’intersezione tra queste due citazioni si trova insomma il profilo dello studioso ideale secondo Kristeller: qualcuno che non si occupa del presente ma del passato, e piuttosto del passato remoto che del passato prossimo; e qualcuno che si occupa soprattutto della manutenzione di questo passato, mentre lascia in secondo piano o affida a un secondo momento le interpretazioni generali.
Ho così descritto, con le parole di Kristeller, l’atteggiamento verso la cultura che definisce, oltre allo stesso Kristeller, tutti gli studiosi che hanno partecipato e partecipano all’impresa dell’OVI, e in primo luogo colui che è stato in questi anni il suo direttore. Ora, mi è capitato di citare queste pagine di Kristeller in un articolo che ho messo online, e tra i molti commenti suscitati dall’articolo ce ne sono stati un paio che meritano di essere citati qui perché mi paiono esemplari di un atteggiamento verso la cultura umanistica molto diverso da quello che ispira le persone qui presenti e, credo, molto diffuso.
Il lettore n. 1 scrive: «Se la cultura è diventato qualcosa da conservare come una marmellata, almeno secondo Kristeller, non c'è da andargli a ruota: c'è da dargli torto. La cultura è quello che fa della realtà ciò che è, e la fa riconoscere come tale ai ‘nuovi’ cittadini che nascono, a quelli presenti che vivono. Non è un cimitero».E il lettore n. 2 scrive: «Se siamo convinti che il ricercatore sia una sorta di antiquario addetto a custodire e eventualmente spolverare un po’ le reliquie del passato, ha ragione la Gelmini: meglio dedicare i pochi fondi disponibili a chi cerca la cura contro il cancro. Io non credo che sia così: con Said, il cui Umanesimo e critica democratica sarebbe utile rileggere insieme a Kristeller, credo che i saperi umanistici intesi in senso lato siano fondamentali per il benessere, anche materiale, di una società. L’errore secondo me consiste proprio nel vedere il ricercatore umanista come un topo di biblioteca buono solo a spulciare vecchi codici. Viceversa sarebbe bello, utile e proficuo se ci fossero più progetti culturali, più laboratori creativi organizzati da un numero maggiore di quello attuale di operatori culturali, formatori, artisti, figure che ora come ora a stento sono considerate lavorative».
Insomma, ai tempi di Kristeller (o delle due culture di Snow) il conflitto stava fuori del recinto delle discipline umanistiche, ed era una specie di conflitto di confine contro le scienze applicate. Oppure il conflitto era all’interno del recinto umanistico ma era un conflitto di punti di vista sopra il medesimo oggetto: editare il Rinascimento o interpretarlo? I pareri che ho citato sono invece pareri di ‘umanisti’ che in sostanza ne fanno una questione di cronologia: il passato, prossimo o remoto, è roba da lasciare agli antiquari e ai collezionisti; la cultura umanistica deve parlarci del mondo di oggi. Lo sottolineo, perché mentre i dubbi circa i confini tra le discipline e circa i metodi di studio ci sono sempre stati, questa obliterazione del passato in quanto passato è, mi pare, una novità, una non abbastanza meditata novità degli ultimi decenni.
Da questo punto di vista, il libro menzionato nel secondo dei commenti che ho citato, Umanesimo e critica democratica di Said, è un ottimo caso di studio, perché è uno di quei libri che vengono spesso adoperati nel dibattito sulle discipline umanistiche come esempio di libro che non imbalsama la cultura ma si sforza di farla agire, di mobilitarla allo scopo non solo di interpretare le cose ma di cambiarle. Dedico quindi a Pietro Beltrami questa interessante genealogia della filologia romanza: «Caratterizzata fin da subito da un taglio comparatistico, la filologia romanza dell’inizio del XX secolo trasse la maggior parte dei suoi principi di base dalla tradizione interpretativa tedesca che esordisce con la critica omerica di Friedrich August Wolf (1759-1824), prosegue con l’ermeneutica biblica di Herman Schleiermacher, abbraccia alcune delle più importanti opere di Nietzsche (che di professione era un filologo classico) e culmina nella filosofia, ardua e complessa di Wilhelm Dilthey».
Ora, l’obiettivo minimo dell’OVI, di quelli che ci lavorano, potrebbe essere sintetizzato così: fare in modo che a queste opinioni superficiali e infondate (la filologia romanza non è questo) sia sempre possibile opporre – nei libri, sui giornali – opinioni più serie e più fondate da parte di specialisti che sanno meglio di Said che cosa sia la filologia romanza, o la linguistica, o la storia dell’arte e della letteratura. E l’obiettivo massimo potrebbe essere sintetizzato così: convincere anche gli scettici del fatto che l’arte, il pensiero, i testi del passato devono continuare ad essere il principale campo d’indagine dell’umanista, e che gli strumenti che occorre adoperare in questa indagine sono anzitutto quelli forgiati da discipline tecniche come la paleografia, la linguistica, la filologia, e non invece l’ideologia nutrita di ignoranza di Edward Said.
In questa impresa, dovremmo fare attenzione soprattutto a quali argomenti non scegliere, perché ogni cattivo argomento indebolisce la nostra posizione. Lo dico perché in discussioni simili a queste noi scegliamo spesso cattivi argomenti, argomenti fradici di una retorica scolastica, mortuaria, che nel migliore dei casi può convincere solo chi è già convinto, e far sorridere gli altri. Il latino che apre la mente, la difesa dell’identità nazionale, il sommo poeta, l’Europa della cultura al posto dell’Europa delle banche, e via dicendo. È una retorica conservatrice solo un po’ meno antipatica e sciocca di quella velleitariamente progressista che ha dettato i due commenti che ho citato in precedenza. Sono del parere che la seconda tra le colpe gravi degli italiani sia il modo in cui gli italiani trattano la scuola, l’università, il paesaggio, i siti archeologici, tutto ciò che appartiene a tutti e richiede concentrazione (a volte astensione, silenzio) e cura. Ma sono anche del parere che la prima tra le colpe gravi degli italiani sia la retorica. Ecco, a me pare che il sobrio, silenzioso studio della lingua e della letteratura che in questi anni si è fatto all’OVI abbia, tra i tanti meriti, anche quello della mancanza di retorica. Per una ragione del resto spiegabilissima – e cioè che gli studi seri e difficili attraggono le persone serie e responsabili e respingono i superficiali e i narcisisti – le persone stesse che ci lavorano sembrano soprattutto dei professionisti dell’understatement. E il loro direttore lo è in una forma addirittura virtuosistica: un olimpionico dell’understatement. Perciò ho pensato di dedicargli, a lui e all’OVI, e allo spirito che l’OVI incarna, quattro versi del mio poeta preferito, Philip Larkin, che era anche lui un uomo alieno dalla retorica: «for, though I’ve no idea / What this accoutred frowsty barn is worth, / It pleases me to stand in silence here; / A serious house on serious earth it is». Cioè: «perché anche se non ho idea / di quel che vale questa vecchia baracca impavesata, / mi piace starmene qui in silenzio; / una casa seria su terra seria è questa». (Avvertendo solo che la poesia s’intitola Church Going, e che Larkin parlava di una chiesa).

(l'articolo è stato precedentemente pubblicato su "Il Sole 24 ore" del 6 ottobre)