Storia di un torchio. Chiara Moretti intervista Maria Gioia Tavoni

 

Gentile Maria Gioia Tavoni, nel suo articolo intitolato D'Annunzio, l'"estremo dei bibliomanti" (2014) si fa riferimento a quando D'Annunzio, nel 1931, si avvalse di un torchio al Vittoriale e con questo ristampò un opuscolo. Ci sono documenti, testimonianze, che attestano questa installazione? quale fu l'opuscolo che venne ristampato?La scelta fu casuale o ci fu un motivo preciso?

In quel mio breve primo saggio sul Vate, feci un errore. Quel contributo costituiva, infatti, la trasposizione a stampa di una lezione tenuta poco prima all’Università di Istanbul e la parte finale, dove cito il torchio del Vittoriale, non era sufficientemente documentata sul contenuto dell’opuscolo. D’Annunzio non ristampò, infatti, ma stampò col torchio del Vittoriale, per la pima volta, nel 1931, avvalendosi sicuramente di persona esperta, un opuscolo il cui titolo - desunto, come poi potei verificare da mie ricerche, in special modo da importanti colophoni quattro-cinquecenteschi - è Diligentissime impressit, opuscolo che rappresenta l’errata corrige di ciò che era sfuggito al fido Angelo Sodini, considerato l’Argo delle correzioni dei suoi Opera omnia. La notizia sembra che per primo l’abbia data Piero Chiara, che ebbe molta familiarità con le carte del poeta. Tale notizia è stata più volte riportata – è del 15 ottobre di quest’anno l’ultima volta in cui se ne parla– da Massimo Gatta, un ricercatore attento prevalentemente alla storia e alle tecniche dell’editoria contemporanea. Nei vari saggi e articoli di Gatta vi è tutto ciò che riguarda forma e contenuto di quell’opuscolo. Ad essi pertanto rimando.

Il Corriere della Sera di Brescia, il 29 marzo del 2016 (http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/16_marzo_29/torchio-vate-tornera-stampare-cartiere-toscolano-fea76dc0-f58a-11e5-a42a-1086cb13ad60.shtml), ha dato la notizia del ritrovamento di un torchio all’interno del Vittoriale, è il torchio utilizzato da D’Annunzio nel 1931? Lei è riuscita a vederlo? Sa dirci qualcosa di più su questa macchina da stampa?

Ritornando a quel mio breve intervento, essermi imbattuta nella conoscenza del torchio al Vittoriale, mi indusse a chiedere, poco prima della pubblicazione, e poi ripetutamente, ai conservatori dei libri e delle carte di D’Annunzio se avevano notizie di quella pressa e dove era possibile che essa fosse conservata. Mi dissero all’epoca che, nonostante ripetute ricerche – ho ancora documentazione fra le mie email - non avevano trovato nulla. Del ritrovamento del torchio personalmente non mi è mai stata data notizia. L’ho scoperto solo tramite un amico che mi ha fornito il link per documentarmi in merito.
Senz’altro si tratta di un torchio in ghisa di tipo Stanhope (dal nome del suo inventore, Lord Stanhope, 1753-1816), un nobile inglese il quale non brevettò la sua macchina per la visione illuminata che lo guidava: consentire che la stampa potesse diffondersi il più possibile senza particolari vincoli. Quel tipo di torchio fu pertanto prodotto dai primi anni dell’Ottocento per quasi tutto il secolo da vari costruttori. Fu il primo interamente metallico, basato su un meccanismo di leve multiple e un contrappeso per abbassare e far tornare la platina al suo posto che consentì la stampa di più grandi formati ottenuta con una minore fatica da parte dei torcolieri.
Da ciò che si desume dalla foto in Internet il torchio risulta sì arrugginito, ma in ottimo stato di conservazione e spiace venire a conoscenza che esso non verrà tenuto fra i cimeli del Vittoriale, considerato che avrebbe potuto essere anche utilizzato a comprova di una delle tantissime esperienze del Vate, in quella sua officina senza fine. Eventuali esercitazioni di stampa all’interno dello stesso Vittoriale, avrebbero, inoltre, attirato anche giovani lontani dal periodo, dai luoghi dannunziani e dagli usi della stampa manuale.

Nel suo articolo lei cita una lettera di D'Annunzio del 1889 in cui il poeta scrive "il manoscritto è legato, quasi direi da un legame ombelicale all'essere dello scrittore. I torchi recidono quel legame caro e terribile". Da questa frase si può capire lo stretto legame che D'Annunzio aveva con le proprie opere. La presenza del torchio al Vittoriale può essere considerata come un mezzo per lo scrittore per non recidere quel legame? Dopo aver seguito con scrupolosa attenzione tutte le fasi di stampa della pubblicazione dei suoi libri, stamparli personalmente sembra la conclusione più naturale, a questo proposito Le chiedo se l’opuscolo del 1931 fu il primo di una serie di opere stampate al Vittoriale o fu un caso isolato?

Non credo che il ricorso al torchio personale da parte del Vate possa ricongiungersi all’assunto espresso in quella lettera, molto lontana nel tempo rispetto all’utilizzo che D’Annunzio si apprestò a fare di uno strumento del quale, a mio avviso, se ne avvalse non solo per dare sempre più rilievo alle proprie opere, ma pure per una visione della stampa ‘in proprio’ in gran parte utilitaristica. Non va dimenticato, per rimanere vicino al periodo dannunziano, che pure Carducci e Pascoli vagheggiarono di poter stampare autonomamente, ma soprattutto con lo scopo di perseguire un maggiore ritorno economico dalla propria produzione, oltre a poter vegliare più da vicino sulla correttezza delle personali pubblicazioni.

D’Annunzio ricorse invece al torchio – non sono ancora in grado di dire quando esattamente esso entrò al Vittoriale -, negli anni del suo inesorabile declino, - «la sconcia vecchiezza» a suo stesso dire -, che lo spinsero, pur di tener alta la propria fama, a forme di esibizionismo sempre maggiori, al ricorso a qualunque strumento dell’ambizione, compreso il dare concretezza al suo spinto indirizzo ideologico, il quale lo portò, non solo ad abbracciare ma a sostenere tutta l’epopea del fascismo del periodo, creandone una sorta di liturgia con la guerra d’Etiopia. Le stesse pubblicazioni rintracciate, come dirò, rivestono per D’Annunzio prioritariamente tale finalità: voler essere conosciuto anche come il più acceso sostenitore dell’impresa africana. Forse quel torchio, utilizzato dapprima in spregio al suo editore oltre che al suo correttore, non è un caso che ricominci a stampare nel 1935, dopo il Diligentissime impressit, come si è detto, uscito nel 1931.

Già subito dopo il mio primo saggio, m’impegnai a fondo in indagini e ricerche in varie direzioni, a cominciare dalle più ovvie, ovvero dall’interrogazione di SBN, il nostro Opac nazionale, che mi consentì di appurare che altre stampe, ascrivibili agli anni 1935-36 - sempre ammesso che tutte siano state indicizzate - portano la medesima sottoscrizione del Diligentissime impressit, o con minima variante. Riuscii pure, di quelle segnalate in SBN, ad acquistarne alcune, una delle quali, quasi sicuramente, grazie anche alla supervisione del coautore del mio ultimo libro, Alessandro Corubolo, grande esperto di tipografia manuale, si deve alla stampa con caratteri mobili e che, nel formato nel quale essa uscì, penso grazie al torchio del Vittoriale, permise la ‘miniaturizzazione’ della princeps a scopi prevalentemente di maggiore divulgazione, più ancora che di auspicata resa economica.

Inoltre, leggendo testi e soprattutto vari carteggi, la lettura di alcuni dei quali, privi di indici, non sono ancora riuscita a terminare, mi è stato consentito di venire a conoscenza di vari prodromi editoriali, di quando esattamente, ad esempio, D’Annunzio insieme con l’avvocato Chianini, l’editore Bemporad e l’onorevole Bruchi decisero di stringersi nel “Sodalizio dell’Oleandro”, con cui dar vita a un’edizione popolare di tutte le sue opere. La volontà di perseguire tale serie, che va ricondotta alla nota ingordigia economica di D’Annunzio, ai fini della mia ricerca, si presta a una interpretazione delle sottoscrizioni che assumono un diverso significato, come cercherò di provare con un nuovo intervento: costituiscono infatti una chiave di volta per penetrare non solo nel doppio binario auspicato dal Vate per la diffusione delle proprie opere, ma pure per l’utilizzo con cui esse avrebbero o furono in parte perseguite ed anche eseguite.

Vanno ricondotti all’epopea fascista anche i sei volumetti, o meglio le sei plaquette del Teneo, te Africa in italiano, di cui ora sono in possesso, e la cui storia, sia contenutistica sia editoriale, ha anch’essa un doppio se non un triplo binario. Nessuna di esse in alcuna parte sembra essere frutto di tipografia manuale: si tratta di una riduzione del formato di manoscritti originali di D’Annunzio, ottenuta con foto o con stampa anastatica, i cui scopi, come si è detto, eminentemente ideologici, insieme con cenni editoriali, sono stati riassunti nell’edizione commentata, uscita nel 2005 nei Meridiani di Mondadori.

Interessante è notare, non solo la particolare sottoscrizione che le riconduce al Vittoriale, ma che in varie carte di tutte e sei le plaquette vi appaiono diversi celebri motti di D’Annunzio sebbene con iconografie inusuali e come per le coperte sia stata usata sempre una xilografia che non mi è stato dato ancora rinvenire in altre pubblicazioni ma che, quanto a soggetto, fu invece ricorrente per i sigilli dorati con cui egli chiudeva le buste dirette agli amici e, sempre incisa, in gemelli e portasigarette: in inchiostro rossastro l’elefantino con la proboscide alzata, ma senza essere inscritto in alcunché, e con ai piedi uno dei motti preferiti di D’Annunzio: Suis viribus pollens.

http://www.vastospa.it/html/notizie_dal_mondo/prov_pe_pe_dannunzio_motti_vate.htm

Tutto lascia pensare che all’interno del Vittoriale, relativamente a ciò che si produsse quanto ad edizioni, vi fosse, oltre al torchio, un vero e proprio laboratorio. La ricerca, come può intuirsi da queste note, appare ancora intricata e ardua e, naturalmente, bisognosa di essere continuata. La ringrazio pertanto, gentile dottoressa, per avermi concesso di fare il punto su ciò che fino ad ora sono riuscita a mettere a fuoco.

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