F.lli Lega: da Stabilimento Grafico a Bottega Storica.
Chiara Moretti dialoga con Vittorio Lega

Vittorio Lega è a capo dello storico Stabilimento Grafico F.lli Lega di Faenza, gli rivolgiamo qualche domanda per conoscere meglio la storia della casa editrice.

 

Tipografia, casa editrice, cartoleria, da più di 100 anni la famiglia Lega si occupa di queste attività presso i numeri civici 31 e 33 di corso Mazzini a Faenza. Può raccontarci qualcosa sulla nascita della “Tipografia Francesco Lega”? Come nasce la storica casa editrice?

Francesco Lega rilevò nel 1910 a Faenza una officina tipografica ed editoriale secolare, gestita allora dall'Orfanotrofio Maschi di Faenza, ma che risaliva, attraverso i marchi Montanari, Conti e Archi, ai primi anni del Settecento. I 10 figli di Francesco, alcuni dei quali ancora in tenera età, furono avviati al lavoro nella tipografia che, alla morte del fondatore, mutò nome in Fratelli Lega. Giunta alla quarta generazione, l'azienda continua oggi negli stessi locali l'attività editoriale e quella commerciale di cartoleria.

Quali furono le prime pubblicazioni con il marchio "Francesco Lega"?

Faenza aveva vissuto un momento di grande rinnovamento grazie alla Esposizione torricelliana del 1908, quando la celebrazione del terzo centenario della nascita di Evangelista Torricelli, sul modello delle coeve esposizioni internazionali delle grandi metropoli, aveva sancito l'apertura della città a impulsi culturali europei. Questo fermento, sostenuto anche dal lavoro degli artisti del "Cenacolo baccariniano" – eredi dell'opera di Domenico Baccarini, morto giovanissimo nel 1907 – continuò negli anni successivi e fu grazie ad esso che la tipografia Lega, oltre alla ordinaria produzione basata sulla richiesta della committenza colta cittadina, civile ed ecclesiastica, poté intraprendere progetti editoriali di respiro maggiore: così sono nate, per esempio, le Opere di Evangelista Torricelli, e riviste come “Faenza”, organo del Museo Internazionale delle Ceramiche, “La piê”, “Valdialmone”, per arrivare a “Xilografia”.

Può parlarci di Xilografia?

“Xilografia” è sicuramente la pubblicazione più importante della casa editrice. Uscì in 300 copie dal 1924 al 1926, per iniziativa dell'incisore e ceramista Francesco Nonni. La rivista si caratterizza rispetto ad altre del settore, pensiamo a “L'Eroica”, per la totale assenza di testo composto tipograficamente (se si escludono gli indici di ogni fascicolo), raccogliendo esclusivamente tavole xilografiche – molte a colori – realizzate dai maggiori artisti nazionali, da De Carolis a Viani, e da alcuni artisti europei. Anche copertina, frontespizio e colophon sono frutto di tavole incise da Nonni stesso con particolare cura del lettering xilografico. La raccolta completa si compone di 29 fascicoli - la rivista uscì infatti come mensile per i primi due anni, per passare a cadenza trimestrale nel terzo e ultimo anno; il numero dell'aprile 1924 è duplice. In quel mese infatti Nonni si prese gioco degli abbonati, facendo precedere il fascicolo ordinario da un ‘doppio’, conosciuto dai collezionisti come Pesce d'aprile, contenente un'unica xilografia monocroma a doppia pagina: senza questo, la raccolta non può dirsi completa.

Il corpus di 361 xilografie si configura nel complesso come saggio rappresentativo della fioritura xilografica di inizio Novecento, proprio nel momento in cui quell'epoca volgeva al termine.

Nel 1918 Arturo Martini pubblica con la casa editrice Lega Contemplazioni, un volume prevalentemente xilografico considerato il capostipite dei libri d'artista italiani, o l’incunabolo della modernità come meglio è stato definito; nel 2017, quasi allo scoccare del centenario, i Fratelli Lega presentano uno studio su Arturo Martini e le sue "Contemplazioni". Si tratta del volume di Maria Gioia Tavoni dal titolo Riproporre il silenzio per le Contemplazioni di Arturo Martini, può dirci qualcosa di più su queste due pubblicazioni?

La vicenda di Contemplazioni è allo stesso tempo un orgoglio e un cruccio per i Lega. Orgoglio per avere in qualche modo partecipato alla realizzazione di un'opera non secondaria – lo dimostra incontrovertibilmente Maria Gioia Tavoni – nella vicenda artistica di Arturo Martini; cruccio per non avere mantenuto né copia né alcuna memoria o traccia d'archivio di quella pubblicazione. Vale a spiegare in parte questa “distrazione” il fatto che nel 1918, in piena grande guerra, diversi dei fratelli fra cui il maggiore, Domenico Lega, che guidava la tipografia, erano al fronte. Arturo Martini cercava di dare voce alle inquietudini dell'epoca, di trasporle dal piano personale e quello universale dell'arte, di rinnovare i linguaggi grazie a una nuova grammatica della creazione e della fruizione estetica, capace di ridare slancio alla sua attività di scultore appena la Storia, di lì a poco, glielo avrebbe consentito. Non trovò a Faenza un ambiente capace di cogliere la valenza culturale del suo lavoro – nessuna copia è documentata a Faenza in collezioni pubbliche o private – e neppure una tipografia in grado di realizzarlo al meglio: il libretto che ne uscì non è infatti ineccepibile, superato per qualità dalla seconda edizione milanese del 1936.

Io stesso sono venuto a conoscenza di questa nostra pubblicazione dai numerosi articoli e schede di catalogo che si sono susseguiti negli ultimi decenni; nessuno di questi studi – tutti molto suggestivi – andava però in profondità nell'analisi: sentivo che era il momento giusto per fare luce sulla vicenda di Contemplazioni in modo completo; un'opportunità a cui guardavo anche come a un dovere, per riscattare la “distrazione” dei miei avi. L'operazione non sarebbe stata facile, per la pluralità di competenze che avrebbe richiesto: decisivo è stato l'incontro con Maria Gioia Tavoni, storica del libro capace di coniugare curiosità e rigore, muovendosi a proprio agio nella sterminata bibliografia della storia dell'arte, della mistica, della letteratura; capace, anche, di immaginare un filo rosso fra Arturo Martini e la grafica dei giorni nostri, coinvolgendo Lucio Passerini a realizzare un'incisione originale per la tiratura di testa della plaquette.

Ripercorrendo la storia della casa editrice Lega notiamo che il ricco catalogo ospita pubblicazioni di vario tipo tra queste le prime opere di poesia Dialettale di Tonino Guerra e numerosi periodici nazionali e regionali, come il Bollettino Internazionale del Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, Torricelliana. Bollettino della Società Torricelliana di scienze e lettere, Studi Romagnoli, Epigraphica, fino ad arrivare a Nautilus, la rivista di studi e ricerche del Liceo Torricelli-Ballardini di Faenza. Quali sono i nuovi progetti editoriali dell'azienda? Vista la recente pubblicazione continuerà ad occuparsi anche di libri d'artista?

Rispondere a questa domanda mi è particolarmente difficile. A parte “Nautilus”, le pubblicazioni che lei cita risalgono ai tempi in cui i locali dell'azienda ospitavano tutto il ciclo produttivo del libro. La tipografia Lega non ha saputo cavalcare il suo primato nel difficile momento del passaggio alla stampa offset nei primi anni '80, ripiegando sulla scelta di rimanere editori puri. Anche con questa riorganizzazione, il transito generazionale non è stato scontato: se il filo della continuità non si è spezzato, questo è avvenuto più per l'inerzia di un'attività assai ben impostata, che per la progettualità di noi singoli. Negli ultimi anni tuttavia, celebrato il centenario dell'attività nel 2010, è stata avviata una sistematica ricognizione dell'archivio edizioni, alla ricerca di figure e pubblicazioni da rivalutare, in una logica che cerchi di essere il meno possibile localistica e autocelebrativa. Di questo lavoro la plaquette martiniana di Maria Gioia Tavoni è forse il frutto più alto. È giunto oggi il momento di strutturare maggiormente questo “nuovo corso” aprendosi all'esterno, e sicuramente il libro d'artista, nicchia dinamica e ricchissima di spunti creativi, è una delle direzioni da esplorare per il futuro della casa editrice.

 

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