Una modesta proposta per salvare le librerie, di Oliviero Diliberto

 

Propongo un gioco. Vi ricordate, voi (noi) appassionati seguaci di Charta, quale è stata la prima libreria nella quale siete entrati? Intendo da bambini, accompagnati magari da uno dei genitori, o dal maestro, o perfino da soli, curiosando timidi tra gli scaffali. Io la ricordo benissimo, a Cagliari, nella mia città natale. Un bugigattolo della città vecchia. Carico di carte e di odori. Mi ci portava mia mamma, allora docente nei licei cittadini. Come il colonnello Aureliano Buendia – di fronte al plotone d’esecuzione, nell’incipit formidabile di Cent’anni di solitudine – ricordava quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio, così io ricordo quella libreria di una volta. Luoghi, allora, le librerie, non solo di “spaccio” di volumi, ma territori elettivi di conversari più o meno colti, dove l’intellettualità cittadina si interrogava, avida e curiosa, su quanto l’editoria proponeva: gli autori, le critiche, i premi. Luoghi d’incontro e di socialità intellettuale, dunque. Di colto pettegolezzo, di amicizie o magari anche di rivalità o invidie feroci, a stento celate da un certo perbenismo di facciata, sottile ipocrisia provinciale. Se, dunque, avete ricordato la vostra libreria, proseguiamo il gioco. La domanda seguente è: quella libreria esiste ancora? No, non rispondete, sarebbe tristissimo. Non molti anni fa, infatti, tenevo una rubrica settimanale su Il Giornale di Reggio, dedicata alle “recensioni” delle librerie che andavo visitando un po’ per scelta, un po’ casualmente nelle città ove mi recavo – allora – per tutt’altri motivi (I Libronauti, Aliberti, Reggio Emilia 2007): come una sorta di Gambero Rosso delle librerie. Era, appunto, il 2007. Sono trascorsi sei anni (non certo un’eternità) e più della metà delle librerie allora visitate sono nel frattempo chiuse. Un’ecatombe. La gran parte di esse, peraltro, erano le cosiddette “librerie indipendenti”, non facenti parte di grandi catene che, a loro volta, sono proprietà di importanti case editrici: sfruttando la sinergia tra produzione, distribuzione e vendita diretta, queste resistono (e, ovviamente, ne sono ben felice!). Ma le librerie di catena – pur spesso belle e ricche di offerte – scontano un non so che di “seriale”, di standardizzato: l’offerta dei volumi è decisa centralmente, uniforme per tutte, e così la fantasia, l’estro, la curiosità intellettuale, l’audacia (molto spesso) del singolo libraio non contano. Ed invece è proprio la scelta di ogni singolo libraio a determinare l’anima delle librerie: non solo la scelta dei titoli, evidentemente, ma anche la loro collocazione, l’esposizione in scaffali di maggiore o minore evidenza (massime, come ben sappiamo, di fronte alla cassa!). Dalla scelta e dalla collocazione dei libri desumiamo i gusti e persino il carattere del libraio, perché non è vero – o è vero solo in parte – che il libraio indipendente metta in evidenza ciò che ritiene di poter vendere meglio: il libraio indipendente e bravo ha carattere: sceglie anche sulla base di precise sue inclinazioni e di ciò che i suoi clienti affezionati (i cosiddetti lettori forti) si aspettano. Il libraio indipendente non potrebbe vendere altri prodotti merceologici, né è un dipendente che si affida al computer per sapere se possiede o meno un titolo che gli viene richiesto. Egli viceversa suggerisce, interloquisce, critica. Insomma, per chi frequenta solitamente le librerie, il confine tra venditore ed amico, o complice, è sottilissimo, tende ad assottigliarsi sempre più con l’aumentare delle visite, delle chiacchiere, degli ammiccamenti. Ma reggere, tanto più in momenti di crisi come questi, è sempre più dura. Gli affitti aumentano vertiginosamente, i costi di gestione anche. Chiudono librerie storiche, fantastici e spesso leggendari luoghi di incontro colto, ove sono spesso transitati grandi scrittori (o, addirittura, erano di proprietà di grandi scrittori: la libreria Saba di Trieste ne è eloquente esempio). Nel mio girovagare per librerie ho raccolto storie di genealogie di librai: alcune nate nell’800 e proseguite di padre in figlio (o genero, nipote e così via). Così come ho ascoltato, rapito, i racconti dei clienti illustri che non si limitavano all’acquisto: entravano, si sedevano, magari fumavano (beh, sì, allora si poteva…), deliziavano gli astanti con un aneddoto, il libro che andavano ultimando, i progetti di una rappresentazione teatrale, il pettegolezzo del momento. Le librerie indipendenti erano, dunque, per definizione, luoghi di cultura. Perdendole, pertanto, si perde un pezzo del patrimonio culturale del Paese: sembra non importare che a pochi. Di certo, non si interessa a ciò (salvo rare eccezioni, che pur vi sono: ma esigua minoranza) la classe dirigente, nel suo complesso. Una paninoteca, una jeanseria, un qualunque altro negozio più redditizio prendono progressivamente il posto – spesso appetibile per posizione urbana: centri storici, vie commerciali e destinate allo struscio locale – delle librerie. Lamento scontato, il mio, che proviene da un amante vorace dei volumi e della carta. Ma non dovrebbe essere interesse generale – anche di chi non è abituale frequentatore dei libri – vivere in un Paese migliore, più civile, più colto, più educato? Domanda retorica. Occorrerebbe che lo Stato e le stesse istituzioni locali proteggessero questo patrimonio straordinario, che si va perdendo. Mi si obbietta (e mi è stato tante volte obbiettato, nella mia precedente vita pubblica): eventuali incentivi statali (o comunali) offerti ad un’iniziativa privata falserebbero il mercato, produrrebbero un’illecita condizione di favore per alcuni, a danno di altri. Così, anni addietro, avevo provato ad avanzare una proposta, che ogni tanto (raramente) è riapparsa nel dibattito pubblico e tuttavia non ha sortito alcun esito. La ripropongo. Poiché i cosiddetti lettori forti esistono, ma di norma non sono ricchi (tutt’altro…), sarebbe utile poterli incentivare a comprare di più (e loro sarebbero ben felici): ripropongo dunque la detraibilità fiscale (anche eventualmente parziale) dell’acquisto dei libri. Così come le spese mediche e farmaceutiche sono in parte detraibili dalla dichiarazione dei redditi, sul presupposto che così si salvaguarda il diritto alla salute dei cittadini, altrettanto dovrebbe valere per il diritto alla salute dello spirito. È una proposta che graverebbe comunque poco sull’erario (non si tratterebbe certo dell’Imu…), ma farebbe felici editori, autori, librai e lettori! Aggiungo. Perché un imprenditore può scaricarsi dal reddito le spese che sostiene per l’acquisto di materiale o strumentazione e così via, mentre – ad esempio – un insegnante (che ha il dovere di leggere, continuare ad apprendere, aggiornarsi, migliorarsi) non può viceversa farlo? Concretamente, sarebbe sufficiente (come per le spese farmaceutiche) conservare gli scontrini. Una proposta semplice, non particolarmente onerosa, vantaggiosa per la collettività, che dall’aumento della lettura può ottenere migliori cittadini. Se ne gioverebbero tutte le librerie, come ovvio: ma quelle indipendenti, oggi in terribile difficoltà, sarebbero probabilmente quelle che trarrebbero indispensabile giovamento dall’aumento delle vendite dei libri. Sarebbe sufficiente per la loro sopravvivenza? Non so rispondere. Di certo, aiuterebbe. E poiché intendo esercitare l’ottimismo della volontà e non il pessimismo della ragione, ora vado nella mia abituale libreria a contribuire alla sua vita: poiché essa è essenziale anche per la mia...

(l’articolo è stato precedentemente pubblicato in “Charta”, a. XXIII, n. 131, gennaio/febbraio 2014)

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