Lettera da Francoforte di Mario Baudino

 

Anche la Fiera internazionale di Francoforte risente della crisi generale che, soprattutto in Europa, stringe nella sua morsa i consumi culturali, e quindi i libri. Gli editori arrivano con risultati non eccellenti, cali di fatturato più forti da noi e meno in America, ma soprattutto tira aria di spending review, per citare una parola totem. I risultati di questa edizione dicono che ancora una volta sono scese sia l'affluenza dei visitatori professionali, sia quella dei commerciali: e persino quella del pubblico nel fine settimana in cui la Buchmesse è aperta a tutti.

Il calo è minimo, si aggira sul due per cento, ma continua da qualche anno (meno sei dal 2011). Aggirandosi per le maestose Halle della Fiera o al Frankfurterhof, l'hotel a due passi dalla banca europea, punto d'incontro abituale e affollatissimo del mondo editoriale, lo si poteva percepire a livello fisico: un po' meno concitazione, un po' meno folla, qualcosa come una leggera ombra su un mondo che qui, ogni anno, celebra una settimana di frenetico lavoro e di super-party mondano.

La Buchmesse apre ufficialmente il mercoledì (quest'anno, l'8 ottobre) ma dal lunedì sera Francoforte comincia ad affollarsi, gli alberghi annunciano il tutto esaurito e applicano la tariffa massima, i ristoranti alzano cautamente i prezzi e il grande carosello comincia. Si parla i soldi, di contratti, di diritti e di progetti. Gli autori non contano granché, e infatti sono presenti in pochi (quasi sempre i soliti, per esempio Ken Follet o Paulo Coelho). Narrava Cesare Garboli che molti anni fa un Pasolini piuttosto sconcertato, trascinato alla Fiera, dopo essersi guardato lungamente intorno gli disse: «Qui non siamo nessuno, non esistiamo».

Contano gli editori, gli agenti, i responsabili dei diritti esteri delle case editrici, si parla di tirature, di generi, di possibili best seller e anche di letteratura, ma il problema in questo caso è semmai come ottenere buoni diritti e ottimi anticipi per gli scrittori di letteratura, in altre parole vendere i buoni romanzi o la saggistica di qualità a prezzi paragonabili ai best seller di genere. Impresa non facile, in cui da anni eccelle Andrew Wylie, il più noto agente del mondo soprannominato amorevolmente «lo squalo». Capacità di negoziazione straordinaria, portafoglio di autori che va da Salman Rushdie a Martin Amis, dagli eredi Calvino a Baricco, da Citati a Calasso (tanto per restare in Italia), Wylie è uno dei protagonisti alla Fiera.

Quest'anno era molto preoccupato, come tutti, per Amazon. La grande libreria on-line (non solo libreria, ma il resto non interessa gli editori) è com'è noto in contrasto col gruppo Hachette, multinazionale dell'editoria con case editrici in Europa e America, da cui pretende uno sconto del 50 per cento (anziché del 30, come era d'uso). Hachette non ci sta, e sul mercato anglosassone dove è in posizione ormai di quasi monopolio, Amazon ne penalizza gli autori, rallentando la consegna dei libri, scoraggiando i clienti.

Gli scrittori sono insorti, hanno firmato manifesti e petizioni (in America e in Germania), il braccio di ferro continua, e la scuderia Wylie è in prima linea. La posta in gioco è alta; tutti gli editori sono molto preoccupati. Amazon sostiene di fare solo l'interesse del cliente, con un servizio formidabile e, dove la legge lo consente, tutti gli sconti possibili. Spiega anche che una parte consistente delle vendite è costituita da libri di piccoli editori. E' vero. Ma i «piccoli» non hanno peso contrattuale.

I grandi e i medi rispondono che con questi sistemi i loro margini di profitto evaporeranno, e con essi la loro autonomia, la loro stessa ragione di esistere; dovranno lavorare in perdita, ovvero verranno divorati da Amazon. Il rischio, come in un romanzo di Agatha Christe, è che alla fine non ne rimanga nessuno. Anzi, uno solo, super-distributore e super-editore. Scenario orwelliano. Credibile? Amazon investe senza curarsi dei profitti, grazie al sostegno di Wall Street. Ha un motore infinitamente più potente di chiunque altro, soprattutto di un gruppo editoriale per quanto grande. La domanda semmai è se potrà crescere all'infinito.

In Italia per ora il problema non si pone, i rapporti sono anzi idilliaci, o quasi. Ma proprio il direttore di un nostro grande gruppo, nella hall del Frankfurterhof, riassumeva così la situazione: ormai il colosso di Jeff Bezos ha fatto capire chiaramente a che cosa mira, vuole «mangiarsi tutto, compresi gli editori». A Francoforte quest'anno, pur continuando a cercare libri, a vendere libri, a inventare libri in grado di sconfiggere la crisi, oltre naturalmente a organizzare party, non si è parlato d'altro.

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