Ladro di libri, professione e passione di oggi e di ieri. E domani?, di Maria Gioia Tavoni

Maria Gioia Tavoni, già ordinaria di Bibliografia e Storia del libro presso l'Alma Mater, ha iniziato la sua attività di ricerca quando ancora era direttrice della Biblioteca Comunale di Faenza (Ra). Ha insegnato dapprima a Pisa poi a Bologna, collaborando con Umberto Eco nel master Editoria cartacea e multimediale. Chiamata spesso ad insegnare all’estero, ha privilegiato soprattutto le università di Francia e Spagna. Ha al suo attivo diverse monografie e numerosi saggi; la sua bibliografia è consultabile online www.mariagioiatavoni.it.

 

Che il furto dei libri sia una delle costanti delle attività delinquenziali dell’uomo trova conferma pure nelle recenti ‘rapine’ verificatisi in Italia, da quelle perpetrate in un lungo itinere a Napoli, alla Biblioteca Oratoriana dei Girolamini, a quelle, avventurose, perfino rocambolesche ma smascherate, che hanno colpito, fra gli altri, uno spazio romano altrettanto magico, soprattutto per chi al suo interno si è spesso cimentato con le «sudate carte» ivi conservate.

Ma prima di rinverdire entrambi i percorsi, sia quello napoletano sia ancora quello che a Roma ha preso di mira anche la Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana, percorsi che aiuteranno a capire le personalità a cui sono stati imputati tali furti e le contingenze in cui essi sono avvenuti, mi riservo alcune osservazioni preliminari sulla complessa fenomenologia delle particolari sottrazioni prese in esame.

La sottrazione di libri da biblioteche pubbliche o private, archivi o librerie, sia che avvenga per la passione irresistibile di possederli sia per venderli, e, quindi, a fini di lucro, poco importa, perché in ogni caso sempre di un reato si tratta, pur potendo le finalità incidere tanto rispetto alla valutazione della sua sussistenza quanto sull'erogazione della pena. Casi dubbi potrebbero essere quelli di chi accumula libri altrui presso di sé, senza mai venderli, ma credo che anche in questo caso, qualora si dimostri che non vi era l'intenzione di restituirli, di furto sempre si dovrebbe trattare: anche qui vi è infatti appropriazione indebita proprio perché i beni in questione sono sottratti a chi legittimamente potrebbe usufruirne. E tutto ciò urta in particolare con il carattere universale che il sentimento della bibliofilia dovrebbe avere. A volte, finanche la bibliofilia, all’apparenza sapere più innocuo fra quelli apparentati al libro, e di medesima derivazione quanto a etimo, non è immune dal rientrare nella categoria dove si annida chi ruba per proprio personale tornaconto. Come da più parti sostenuto, spesso tale inclinazione verso il libro non è altro che espressione di una pratica colpevole assai diffusa, sempre il furto.

Vizi e debolezze dei bibliofili ci sono state raccontati da molti autori così come altre favolose imprese. Fra il serio e il faceto, puntando sull’inventio e la raritas libraria, Francesco Lumachi, ad esempio, ci ha ricordato passioni e fragilità di coloro che rincorrono i libri, e leggende, come quella di Wilborada, la nobile svedese, assurta al ruolo di santa protettrice dei bibliofili per essersi lasciata uccidere in modo barbaro pur di salvare i preziosi codici del monastero di San Gallo. Martiri per i libri soprattutto «perniciosi» invero ce ne sono stati molti pure nella storia, ma non fra i bibliofili, a quanto ricordi; nella letteratura, sebbene martire sui generis, spicca il protagonista di Auto da fé, il romanzo di Elias Canetti.

E non è un caso che un pensatore della caratura di Walter Benjamin abbia preferito al termine bibliofilia, e conseguentemente bibliofili, per la sua raccolta, attenersi prevalentemente a collezionismo, con lo sguardo della memoria volto al caos dei ricordi che ne evocano la formazione. E che la sua interpretazione divenga metafora dell’«esistenza del collezionista» è provato là dove egli ne coglie la «costante tensione dialettica tra i poli dell’ordine e del disordine» e quando afferma che acquisire libri, soprattutto antichi, significa operare per «farli rinascere». Basti ancora dire che un altro grande del Novecento, Augusto Campana, prendeva pure lui le distanze da tale termine.

Sotto il lemma Bibliofilia e suoi derivati si può celare, infatti, alcune volte, una professione che si ammanta di ‘virtù’ che spesso non le competono per nulla: nessuna «passione», nessun «amore», nessuna «generosità», come si potrebbe credere rifacendosi a prerogative che le si attribuiscono, vi sono in certi bibliofili. In modo come sempre preciso e circostanziato, Carlo Revelli, dal suo Osservatorio internazionale in «Biblioteche oggi», già nel 1994, oltre ad offrire varie piste di ricerca prevalentemente sul furto dei libri nel mondo anglosassone, riferiva come, ad esempio, il noto matematico fiorentino Carucci dalla Sommaja Guglielmo Libri (1803-1869) «bibliofilo che diede ascolto alla propria passione in modo personale», finì con l’essere perfino condannato in contumacia dalle autorità francesi.

In certi furti di libri niente vi è inoltre di ‘compulsivo’, considerato che il termine compulsivo appartiene al comportamento, ed è pertanto legato a chi compie un’azione in modo ‘macchinale’.

Macchinale, infatti, il furto non lo è neppure quando viene compiuto quasi senza cognizione di causa. Amara quanto mai è nel Pirandello dell’Eresia catara la figura dell’anziano professore Bernardino Lamis il quale, oltre a non essere riconosciuto per un suo lavoro molto precedente ad un altro invece ‘strombazzato’ dalla critica, e al ritrovarsi a fare lezione di fronte solo a «poveri soprabiti che ascoltavano immobili», subisce il furto dei propri libri da parte dei suoi stessi consanguinei. Sebbene il nipote-ladro, insieme con la madre, dei libri conoscano unicamente che sono «Belli grossi [...] belli grossi e nuovi», al professor Lamis è riservata la pena di constatare che «mezza la sua biblioteca era andata a finire per pochi soldi sui muricciuoli».

E per affacciarci al problema che sta alla base di uno degli assunti che si vogliono provare, ovvero che il furto di libri non dipende neppure quasi mai da una sindrome, che tutt’al più si ascrive alla bibliomania, ritorno a parlare degli episodi italiani recenti.

Sappiamo ora che all’ex senatore Marcello Dell’Utri fu a suo tempo imputato di aver asportato da molte biblioteche numerosi e rari volumi, attraverso operazioni condotte con ‘prelievi’ vari, avvenuti per interposta persona. E il caso contempla anche la sparizione di una quantità ancora imprecisata di libri provenienti dall’antica Biblioteca Oratoriana dei Girolamini: ben difficile per Dell’Utri sostenere che tanti «gli furono regalati». Il ‘dono’, come egli ebbe a dichiarare, ma anche il suo «furore» di poter disporre di importanti edizioni, andrebbero infatti ascritti anch’essi al furto sic et simpliciter. Aspettiamo fiduciosi che la giustizia pervenga alla sentenza definitiva, ma già la fine delle indagini lascia poco spazio ad altre ipotesi rispetto a quelle scaturite al termine dell’istruttoria.

Ciò che invece è ormai consolidato a tutti gli effetti, certo e incontrovertibile, è che sempre nella storica biblioteca napoletana, gioiello non solo partenopeo, sia per antichità sia per essere legata indissolubilmente a Vico, e ricchissima di materiali antichi, numerosi ammanchi si devono a sottrazioni dolose perpetrate a più riprese e nell’arco di molti anni, ovvero a veri e propri furti, con l’aggravante di essere stati compiuti da eminenti bibliotecari che lavoravano al suo interno. La vicenda più eloquente e a tutti nota è quella di Massimo De Caro, il cui profilo biografico, a dir poco inquietante, risultò tale fin dall’epoca in cui fu affidato alla sola sua smania autocelebrativa: basti ricordare che si spacciò per laureato, rivelatosi poi sedicente tale. Si sa dunque che De Caro, da ‘indagato’, anche per aver lasciato nel più desolante abbandono la biblioteca, dopo la nomina a direttore piovutagli dall’alto, ha finito con l’essere condannato anche per «peculato».

Uno degli aspetti più allarmanti di quel ‘girone’ che ha spogliato la Biblioteca Oratoriana dei Girolamini di molti suoi tesori, dopo aver permesso che l’incuria si abbattesse su di lei nel modo più totale, è l’intima liaison che si era andata a creare fra ladri e istituzioni, un aspetto della corruzione e della connivenza fra poteri, che in Italia ha sempre stentato a scomparire.

E furto, di certo non passionale, è pure quello che si è compiuto nelle maniere più subdole da chi si è infiltrato, spesso sotto ‘mentite spoglie’, ovvero travestito «da religioso», nei depositi di molti archivi e biblioteche, soprattutto romani, fra il 2004 e il 2007, compresa la Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana, nella quale le gravissime sottrazioni furono molteplici.

Furti che hanno interessato in «reato continuato» tavole preziosissime, atlanti antichi, codici fra i più rari, volumi di «ingentissimo valore» non solo economico ma anche storico, a danno, come si è detto, di numerosi enti, e attribuiti a tale Marcello Montagni, condannato in primo grado dal Tribunale di Roma, Sezione VIII penale (con la sentenza n. 15554/2011), e poi deceduto durante il procedimento di appello.

La morte dell'imputato, come si sa, estingue il reato, sicché non è possibile esprimere un giudizio certo e definitivo sulla figura del Montagni, il quale, comunque, rese una confessione dinanzi all'autorità giudiziaria, favorendo con la sua collaborazione l'attività di ricerca ed il recupero di numerosi beni librari. Le sue dichiarazioni, inoltre, contribuirono a far emergere una condotta criminosa contraddistinta da «particolare abilità» (destrezza), e più precisamente da «un attento studio dei luoghi e delle modalità di tempo e di azione» (così si legge nella sentenza). Si legge ancora in calce a tutte le descrizioni dei furti, che essi avvennero presso il luogo di conservazione, prelevando la refurtiva «senza farsi accorgere da custodi e altri addetti, per poi allontanarsi indisturbato», anche perché il Montagni si avvalse spesso dello stratagemma, come si è detto, del travestimento, e che il profitto avrebbe potuto essere «cospicuo», nonostante l’imputato, durante gli interrogatori, affermasse, a sua discolpa, che a muoverlo fosse stata unicamente «una passione viscerale per i libri antichi e per l’arte in ogni sua forma». Se il Montagni appartiene alla categoria dei ladri di libri, abili, ma apparentati alla vasta schiera che si rintraccia in ogni pagina di chi ne ha parlato sia ieri sia oggi, Antonio Melnikas, professore di 68 anni esperto di manoscritti medievali, così come lo ha presentato il «New York Times» del 23 maggio 1995, sembrerebbe a prima vista un’eccezione, in virtù del suo rango e delle sue qualità indiscusse di studioso. Eppure è sempre dallo stesso foglio che si apprende che il professor Melnikas fu interrogato in merito al possesso di due pagine miniate, di un rarissimo manoscritto del Petrarca del XIV secolo, provenienti dalla Biblioteca Vaticana e giunte sino all'Ohio. Egli negò ogni addebito ed anche esperti del settore si dichiararono perplessi sulla possibilità che Melnikas fosse il responsabile della scomparsa delle due pagine. Fu tuttavia valutato che le sue credenziali gli avevano sempre permesso di avere accesso incontrollato a collezioni di libri rari e manoscritti non solo nella Vaticana, biblioteca nella quale sono sempre state particolarmente rigide le norme su chi possa studiare direttamente nei depositi, e che tale liberalità lo aveva favorito pure in giro per il mondo per 30 anni. Bruce Ferrini fissò il valore delle due pagine in 500.000 dollari. La Vaticana confermò non solo la scomparsa delle due pagine ma anche il fatto che Melnikas aveva consultato il codice del Petrarca nel 1987.?Dal «Chicago Tribune» del 17 novembre 1996 si apprende che per il suddetto fatto Melnikas fu condannato a 14 mesi di prigione, con annessa multa di 3.000 dollari e l’ordine di restituire e risarcire le due pagine. Nel giudizio egli si dichiarò innocente, invocando la sua carriera professionale come docente, il suo lavoro nella comunità e le cattive condizioni di salute di sua moglie. Storia assai meno ‘ordinaria’ di tante altre e ancora in qualche modo velata dal mistero.

Ovviamente il furto dei libri non avviene solo ‘a casa nostra’: la cronaca di diversi Paesi continua a darci notizie in varie direzioni, adducendo, per un furto anziché per un altro, motivazioni fra loro molto differenti, a volte contrastanti.

Si è definito, ad esempio, in un sito italiano, «libridinoso», l’inglese William Jacques, il quale, avendo rubato in numerosissime istituzioni ed essendo stato arrestato già nel 2002 per avere sottratto libri di notevolissimo valore, prevalentemente esemplari di edizioni principes di argomento scientifico fra le più celebri, finì pure in galera con conseguente interdizione da tutte le biblioteche del Regno Unito. Che in Jacques prevalesse l’amore per il libro in quanto tale, come sembrerebbe dal termine impiegato per connotarne la personalità, è a dir poco opinabile: tutto il materiale sottratto aveva già all’epoca un valore di antiquariato da capogiro – fu stimato infatti più di 1,2 milioni di euro - in moneta europea è riportata la stima nel sito italiano.

Molto più convincente è un’altra fonte, precisamente il «The Guardian» del 26 maggio 2002, che riporta il caso e da cui si viene a sapere che molti dei libri rubati da William Jacques furono venduti attraverso case d'asta. Nel 1999 fu proprio la vendita di un libro raro a basso prezzo (William Jevons, The Pure Logic of Quality) alla casa d'aste Bloomsbury di Londra a mettere sulle tracce di William Jacques, al quale si attribuì l’appellativo «tome raider», ovvero ‘saccheggiatore di libri’, gioco di parole con «tomb raider», ‘saccheggiatore di tombe’.

Costui aveva rubato il testo appena citato, insieme con molti altri, alla London Library, (oltre a quelli, preziosissimi, sottratti al Jesus College di Cambridge ecc.). Vennero subito avvertite le case d'asta inglesi e di tutta Europa. Si poté verificare che Christie's aveva venduto opere di W. J. per nove diverse aste; e che altre case d'aste, fra le quali alcune di Berlino e di Monaco, risultavano aver messo in vendita libri della medesima provenienza.

E qui si entra in un contenzioso soprattutto fra giornalisti e librai antiquari, come si evince anche dalla cronaca italiana di questi ultimi anni, che non ha goduto di analogo spazio e riscontro, a quanto mi risulta, fra operatori di biblioteche e/o di librerie, se non in forme molto episodiche, volte quasi sempre a tentare di scagionare personali comportamenti messi sotto accusa.

Il presidente dell’Alai (l’Associazione librai antiquari italiani), in risposta ad un articolo su «Repubblica», uscito il 2 novembre 2012, in cui si sosteneva, sicuramente con eccessiva enfasi, che il furto dei libri rappresenta sempre un «ottimo business», confutava con varie argomentazioni che tale non fosse, e soprattutto, sosteneva che quasi mai poteva essere imputabile alle responsabilità dei librai antiquari. Il presidente Fabrizio Govi rilevava infatti che a volte è l’incuria dei preposti alla conservazione a favorire i furti dei libri – citando fra gli altri il caso più eclatante, quello del De Caro, nella ‘sua’ Biblioteca Oratoriana dei Girolamini, al quale abbiamo già dato spazio – per affermare poi che non solo è difficile ‘piazzare’ libri rubati, ma che spesso sono proprio i librai antiquari a sventare tali furti, riconoscendo la provenienza dei volumi loro offerti, quando vi siano asportati i segni di appartenenza ad una determinata istituzione.

Di ciò siamo certi, rifacendoci anche solo ai furti di cui fu accusato il Montagni, per i quali sembra, leggendo sempre la sentenza, che contribuirono a identificarlo pure alcuni titolari di importanti librerie della Capitale i quali avevano acquistato, con sospetto, opere sottratte a varie istituzioni. Ma in proposito vi sono altri esempi meno confortanti di quelli del Montagni e di altri addotti da Govi.

Un recente episodio, sempre narrato dalla cronaca – si veda Roma, 7 mar. 2016 (askanews), ma pure il «Messaggero» alla medesima data – sembra infatti andare controcorrente: due complici, marito e moglie, arrestati a Roma per avere circuito un’anziana, sottraendole libri preziosi, sono stati fermati proprio nelle vicinanze di una nota libreria antiquaria della Capitale, con la quale si dice avessero già avuto contatti per piazzare la refurtiva.

Un altro caso ancora più recente – è dal 15 di luglio del 2016 che si hanno notizie del cospicuo ritrovamento di molti dei libri rubati –, permette di venire a conoscenza che un nucleo importante di volumi, circa 250, su un totale di 1.000, sottratti al fondo antico della Biblioteca Bandiniana di Fiesole, furto scoperto e denunciato nel settembre del 2009, grazie ai Carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale (Tpc) di Firenze, è stato in gran parte recuperato. Non si può imputare alle responsabilità interne dell’istituto il grande ammanco, nonostante alcune osservazioni in merito possano lasciarlo pensare: esso non solo avvenne durante i lavori di restauro dell’edificio, dove hanno sede sia la Diocesi sia ancora il Seminario fiesolano, ma gli stessi bibliotecari contribuirono e non poco al ritrovamento di varie unità sottratte. In un recente pdf proprio del Tpc, si affermava, infatti, che, pur essendo in questi ultimi anni diminuiti i furti di libri, sono gli istituti religiosi ad essere quelli maggiormente colpiti e presi di mira, a causa di varie vulnerabilità, non ultima la «sindrome del fuori posto», che porta a denunciare l’ammanco solo dopo i lunghi e non frequenti riscontri inventariali. Ai bibliotecari della Bandiniana va riconosciuto invece ampio merito per avere redatto un inventario completo e così dettagliato di tutto il patrimonio antico della biblioteca, da costituire una pista insostituibile, per accertare dove fosse finita parte dei volumi di grande pregio a suo tempo sottratti alla biblioteca. La collaborazione che si creò fra il Tpc di Firenze e varie componenti del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact), unitamente alla analitica descrizione bibliografica degli esemplari rubati, così come appare dal documento inventariale, hanno consentito di accertare che un esercizio commerciale, con sede fisica ad Assisi, ma operante prevalentemente nel web, aveva posto in vendita alcuni dei libri antichi rispondenti alle caratteristiche di quelli asportati dal Seminario fiesolano. Nel 2013, si era pure riusciti a individuare il ricettatore e diversi ignari acquirenti, alcuni dei quali residenti all’estero. Il valore dei volumi antichi finalmente restituiti al Seminario fiesolano si aggira sui 100 mila euro; ma va da sé che a tale cifra va aggiunto il valore intrinseco che ognuna delle singole rarissime unità a stampa acquista all’interno del fondo di provenienza.

Una ancora più stretta collaborazione fra forze dell’ordine, ministero italiano e servizi investigativi internazionali, con la partecipazione pure di esperti di grandissima competenza, come Paul Needham, curatore della Sezione libri antichi e manoscritti della prestigiosa biblioteca dell’Università di Princeton (USA), ha permesso la restituzione di un incunabolo di impareggiabile valore, che si pensava ormai disperso per sempre.

Il furto, che ha ancora dell’incredibile, era stato preceduto non da una, bensì da due frodi mirate. Sia alla Biblioteca nazionale centrale di Roma, dalla quale sono partite le indagini dopo la denuncia del 2012, sia alla Biblioteca Riccardiana di Firenze furono infatti sequestrate due lettere false di Cristoforo Colombo, mentre un originale, incunabolo di straordinaria importanza, in quanto documento superstite della scoperta del Nuovo Mondo annunciata ai Reali di Spagna da parte del celeberrimo viaggiatore, era stato invece trafugato dalla Riccardiana. A seguito delle indagini sui traffici illeciti internazionali, sempre di De Caro, e grazie alla Task Force a cui si è fatto riferimento, si è scoperto che l’ Epistola de insulis nuper inventis, copia in latino della preziosa stampa, uscita a Roma nel 1493, per i tipi del prototipografo Stephan Plannck, che la tirò tra i 16 e i 18 esemplari, era approdata fra i fondi della Library of Congress di Washington, dopo essere stata battuta in un’asta. Finalmente, a maggio del 2016, si è potuto avverare il tanto auspicato viaggio di rientro in Italia della rarissima missiva, salutata con entusiasmo in una cerimonia alla quale sono intervenuti sia il ministro Franceschini sia i rappresentanti degli States e numerose altre autorità, compreso il direttore della Riccardiana.

Come si è visto, e come posso provare con personali esperienze alle quali accennerò brevemente, anche l’ «incauto acquisto» è una prerogativa che non sempre è stata scoraggiata.

Diverso e a prima vista ammantato del pentimento di chi ha portato i segreti dei suoi furti nella tomba, è l’ episodio rivelatoci dalla Bbc il 25 aprile 2013 che riguarda un furto in una delle più storiche biblioteche della Gran Bretagna: quella del Lambeth Palace di Londra, sede dell’Arcivescovo di Canterbury.

Una lettera sigillata arrivata alla Lambeth, nel mese di febbraio 2011, ha lasciato stordito il suo personale, e non solo. Scritta prima della sua morte da un ex dipendente della medesima biblioteca e inoltrata all’istituzione poco dopo la morte del bibliotecario dal suo procuratore legale, la missiva ha rivelato il luogo dove ‘ritrovare’ molti dei preziosi libri della biblioteca.

Il personale sapeva fin dagli anni settanta del Novecento che decine di libri preziosi erano stati rubati, senza tuttavia avere idea della reale portata delle perdite, fino a quando il procuratore legale li ha condotti per il loro rinvenimento nella casa londinese del mittente.

«Siamo rimasti stupiti e profondamente scossi», afferma Declan Kelly, direttore delle biblioteche e archivi della Chiesa d'Inghilterra. «Un paio di miei colleghi è salito in soffitta. Era colma di scatole piene di libri. Ho avuto un elenco di libri scomparsi tra 60 e 90, ma continuano ad arrivare sempre più scatole».

Contenevano oltre 1.000 volumi, molti provenienti dalle collezioni di tre arcivescovi di Canterbury del 17° secolo - John Whitgift, Richard Bancroft e l'Abate George. Tra queste, la prima edizione dell'Enrico IV di Shakespeare seconda parte, bei libri illustrati - come l'America di Theodor de Bry, che racconta le prime spedizioni nel Nuovo Mondo - e diversi altri volumi di medicina, come The Frenche Chirurgerye.

«È un furto di straordinaria scala», dice Robert Harding, direttore del Maggs Bros, un commerciante di libri rari di Londra, «uno dei più grandi furti degli ultimi decenni», soggiunge.

Harding dice che, se non danneggiati, la copia di America di de Bry potrebbe essere del valore di £ 150.000, mentre lo Shakespeare varrebbe circa £ 50.000. Dice ancora che anche altri esemplari di importanti edizioni valgono somme a cinque cifre. Uno degli aspetti più intriganti del caso è come un membro del personale sia stato in grado di farla franca rubando tanti libri preziosi e, numerosi, pure di grandi dimensioni. La bomba incendiaria che durante la seconda guerra mondiale ha colpito la Great Hall di Lambert Palace, distruggendo molti volumi anche antichi, può essere stato uno dei motivi che non ha permesso di stanare subito il ladro e di non poter pertanto recuperare in fretta la refurtiva. Oltre a pensare che gli ammanchi siano ancora il frutto delle ferite belliche, potrebbe anche essere avvenuto che siano state asportate dai cataloghi le schede, pratica non insolita nei furti che si compiono dall’interno delle biblioteche e che spesso funge da depistaggio. Inoltre, al tempo dei furti non esistevano praticamente dispositivi rivelatori che consentissero di evitare o frenare uno dei più agguerriti ‘drenaggi’ perpetrati a danno di una prestigiosa istituzione pubblica.

Il fatto che il ladro avesse danneggiato molti dei libri fornisce un indizio sulla sua volontà di venderli. Aveva infatti rimosso, o tentato di rimuovere, i segni di proprietà con l'uso di prodotti chimici, ritagliando altresì lo stemma degli arcivescovi dalle copertine, e asportando le legature di alcuni volumi.

D’accordo con il presidente dell’Alai su questo aspetto è pertanto anche Harding, il quale ebbe a dire: «I danni influiscono molto sul valore. Un libro senza gli stemmi può aver perso il 90% del suo valore», concludendo le sue osservazioni con l’affermare: «si tratta di vandalismo culturale». Restano tuttavia oscuri i veri moventi di tale furto e i tempi in cui avvennero gli sfregi a cui Harding fa riferimento. Le vere motivazioni del ladro sono ora, come si è detto, nella tomba con lui.

Altri episodi recenti offrono spunti per sfatare anche il notissimo aforisma di Giulio Einaudi: «Un libro rubato è un libro letto», con il quale il maggiore editore italiano del Novecento era certo di dimostrare che, rubando libri, si sarebbe contribuito perfino alla notorietà di un titolo, al suo migliore posizionamento nella hit parade dei più letti. Se infatti tale aforisma offre una giustificazione a chi ruba quasi solo per piacere, ovvero ai «libridinosi», affidandosi ad una celebre definizione spesso attribuita a Vanni Scheiwiller e riservata agli amanti del libro in quanto tale, compresi i suoi contenuti, definizione che di certo, come si è detto, non poteva attagliarsi a William Jacques, molti furti vanno ricondotti agli interessi più vari di chi li perpetra, oltre a quelli a cui si è fatto riferimento. E perpetrandosi sempre più spesso, all’interno di numerose librerie, a volte anche le stesse, e di altrettanto numerose istituzioni, diventa difficile stabilire se i furti di quei libri avranno ripercussioni favorevoli per il catalogo di un editore, tanti sono i volumi, le librerie e le case editrici oggetto delle molteplici e reiterate sottrazioni.

I furti che non possono ascriversi neppure alla libridine, vanno forse meglio ricondotti alla libidine, intesa quale desiderio incontrollato, che si esplica in varie e diversificate direzioni e i cui connotati sfuggono anch’essi ad un preciso inquadramento, ad una casistica di facile interpretazione. Ossessive, sono solo alcune vere e proprie brame, sindromi, come più opportunamente andrebbero definite alla pari di quella di cui si parla meno, ma che, a prima vista, potrebbe attagliarsi pure a certi ladri di libri. Mi riferisco alla sindrome di Wanderlust, ovvero alla frenesia inarrestabile del viaggio, la cui origine, almeno così si afferma da parte di alcuni scienziati, sembra possa essere finanche genetica. C’è veramente dolo in chi compie il furto spinto da una sorta di patologia quasi ossessiva? Se la passione per la scoperta che accompagna spesso il viaggio può degenerare in sindrome, perché non applicare la medesima considerazione a quel comportamento che, soprattutto in antico, si è assegnato alla bibliomania? Ma vi sono altre accezioni tuttavia anche per tale termine che viene dato, ad esempio, ad una rivista, ovvero a Bibliomanie, fondata con il contributo anche del poeta bolognese, Roberto Roversi, e che ospita pure celebri suoi versi, come quelli della poesia L’Italia sepolta sotto la neve (1984). Bibliofollia allora è meglio, per rifarci a una delle tesi del noto libro di Alberto Castoldi?

Così si esprimeva Dell’Utri nel chiosare un libretto comprensivo di quattro celebri saggi settecenteschi che narrano di casi che oscillano fra bibliofilia e bibliomania: «[...] il bibliomane è una figura a sé nella rassegna dei tipi umani. Sfugge alle definizioni patologiche», e quasi a propria discolpa o con buona dose di autoreferenzialità, terminava il pensiero col dire che il bibliomane: «[...] incarna una passione ideale – mio è il corsivo – che abita in ognuno di noi».

Forte è dunque anche la polivalenza semantica che si può o si vuole attribuire ai vari significati celati sotto i lemmi con cui si tenta di individuare la specificità dei particolari furti di cui ci occupiamo in questa sede. Tutte le trattazioni in proposito – e ve ne sono state tante – si scontrano con l’anomalia propria di chi ruba parole rivestite e protette da speciali involucri, o anche solo immagini separate dalle parole ma ad esse intimamente congiunte. Spesso la ‘bramosia’ di libri si trasforma in totale spregio per gli stessi, ovvero in atti di vandalismo: lamette, forbici hanno infatti compiuto e ancora procurano danni irreparabili a perle librarie sia manoscritte sia a stampa, pur di realizzare personali tornaconti.

Un’ultima considerazione: al ladro di libri non si può affibbiare neppure il termine cleptomane. Quest’ultimo infatti differisce quasi sempre da chi si vuole indicare come colui che ama, o meglio arde dal desiderio di rubare anche unicamente libri, non solo perché, come si è detto, la fenomenologia di tali furti è a maglie larghe, ma soprattutto perché gli stessi sono sempre preceduti da progettazione. Non è di certo il bisogno irrefrenabile di rubare, ad esempio, che accompagna la carriera di ladra di libri della piccola Liesel, che vive le angosce della Seconda Guerra Mondiale nella Germania del tempo. Il numero dei volumi da lei rubati, che cresce anzi concresce con il desiderio di poterne disporre, sta dapprima in una opportunità, ovvero nel modo in cui trovò il primo, poi nel salvarne altri intenzionalmente da uno dei tanti roghi dei nazisti, e soprattutto nel farli diventare a poco a poco i veri compagni del suo difficile viaggio e, nel contempo, i «testimoni» dei peggiori eventi a cui ha dovuto assistere e, infine, quasi l’unica sua ‘protezione’.

Riecheggia nel percorso drammatico della piccola Liesel la frase premonitrice del poeta tedesco Heinrich Heine: «Chi brucia libri, presto o tardi finirà per bruciare uomini», frase che tuttavia si stempera nel considerare che il furto di libri può avere un valore perfino taumaturgico o quanto meno terapeutico, così come si coglie da diversi contesti narrativi. Su di uno in particolare vorrei indugiare. Si prenda infatti Augie March, il protagonista del famoso romanzo di Saul Bellow, che narra in prima persona di quando, giovane poverissimo, decise di cambiare la propria attività, da lavatore di cani a ladro di libri.

Incontra un suo compagno che fa quel ‘mestiere’: ruba nei negozi di libri, spesso su ordinazione. «[...] avrei potuto cominciare a mettere da parte i soldi per pagarmi la retta all'università. Anche se fosse andato tutto bene non pensavo di intraprendere la carriera del ladro, ma solo di fare qualche passo avanti in un campo più redditizio». Cominciò, dunque, con eccitazione, ma acquisì presto ‘la freddezza necessaria’.

Abbandonato il circolo dei cani, fu colpito tuttavia dalla ‘febbre’ della lettura. Così si esprime: «Me ne stavo disteso in camera mia a leggere, nutrendomi come un affamato di pagine stampate. A volte non riuscivo a decidermi a consegnare il libro al cliente che l'aveva ordinato, e per un pezzo non mi interessai d'altro [...] incappato in una rete di avidi sentimenti». E se si pensa che i libri di Bellow sono spesso in chiave autobiografica può sembrare che simile ipertermia sia un’altra componente del furto dei libri.

L’episodio narrato pare infatti contraddire quanto affermato a proposito dell’aforisma einaudiano, ma va precisato che non è solo la dimensione quantitativa dei furti che ormai si perpetrano e dappertutto a inficiare l’assunto della Casa dello struzzo, ma anche la scarsissima fiducia, non solo mia, che essi si compiano in nome della ‘febbre’ di lettura, sempre meno contagiosa in quanto il leggere è attività oggi ben poco praticata.

Non è un caso che il romanzo a fumetti, o graphic novel come oggi si chiamano tali opere, ricorrendo all’imperante dizione inglese, ovvero Il ladro di libri, dovuto a due autori emergenti (il testo è di Alessandro Tota, le immagini di Pierre Van Hove), sia ambientato nella stagione più avvincente della Parigi del Novecento: l’esistenzialismo.

È quella infatti una stagione in cui la lettura non era circoscritta solo agli intellettuali, ma finiva col divenire pratica costante pure di molti giovani desiderosi di apprendere, di quei giovani nei quali serpeggiava il desiderio di riempire il vuoto, la precarietà con l’umanismo predicato da Sartre. Ben si inquadra in tale contesto il bisogno del protagonista divenuto dapprima ladro di libri e solo in seguito personaggio dalla doppia vita che lo porterà al baratro: «Se rubo libri è per istruirmi…», caricando poi la dose con «non certo per il piacere…», solo in apparenza frase anodina. Lettura-piacere; lettura-necessità, sono due volti della medesima medaglia di quel periodo che, sebbene tormentato, quanto al leggere in un senso o in un altro, è lontano anni luce dall’attuale.

Ma chi ha avuto la fortuna di formarsi dapprima nelle Biblioteche e solo successivamente nell’Accademia può a buon diritto essere considerato un testimone attendibile nel narrare eventi che hanno riguardato la sua personale attività, al fine di trarne ulteriori considerazioni in merito al tema scelto.

All’inizio degli anni Settanta del Novecento assunsi la direzione della Biblioteca Comunale di Faenza. Poco dopo il mio ingresso alla guida della istituzione romagnola, mi pervenne da parte della Sovrintendenza bibliografica una circolare diretta alle biblioteche – non so se a tutte quelle dell’Emilia-Romagna – in cui si invitavano i preposti, soprattutto ai fondi antichi, a scorrere e a tenere a mente i nominativi di persone ritenute ‘sospette’ quanto alla loro frequentazione in biblioteca, e l’invito a controllarle qualora si fossero avventurate nei depositi soprattutto di fondi antichi. Inutile è forse precisare che adire direttamente ai depositi in quegli anni era una prerogativa riservata a pochissimi studiosi – il caso recente del professor Melnikas stupisce e non poco – alcuni dei quali appartenenti al gotha accademico.

Poco dopo fummo avvertiti telefonicamente da una voce ‘amica’ che libri di pregio, con il timbro della nostra biblioteca, stavano per essere messi all’asta da una notissima casa inglese. Ci adoperammo subito per la restituzione di tale importante materiale, che avvenne in tempi brevi, proprio per l’eventualità che noi potessimo tacciare la Casa di incauto acquisto.

Dal 6 settembre al 27 settembre 1981 Palazzo Milzetti, il mirabile contenitore neoclassico faentino, apertosi al pubblico nel 1979 con l’indimenticabile esposizione del Settecento in Emilia-Romagna, ospitò la mostra, Libri liturgici, manoscritti e a stampa, unica e inusitata esperienza del tempo per le collaborazioni che si strinsero per l’occasione in una città. A promuoverla fu infatti il Comune, con la nostra istituzione, a cui si aggregarono la Curia, con l’Archivio Capitolare del Duomo e il Seminario Vescovile, con la sua biblioteca. La schedatura di tutto il materiale fu eseguita personalmente sia da me sia dall’allora vice direttrice Anna Rosa Gentilini, che poi mi succedette nella conduzione della biblioteca e che ora ahimè non è più.

In un vano angusto in cima al Duomo da dove si domina la bella piazza rettangolare faentina, Anna ed io fummo per lungo tempo a contatto con bellissimi esemplari capitolari, godendo della fiducia e della liberalità sia di mons. Giovanni Lucchesi sia ancora di mons. Antonio Savioli, i quali ci avevano offerto collaborazione e ospitalità. Di quella esperienza e, purtroppo, non di altre importanti alle quali demmo vita in tanti anni di fattiva collaborazione fra noi e il territorio, è rimasto un catalogo ancora apprezzato, e che portammo, dopo la mostra e dopo averlo impreziosito con una speciale legatura dai colori pontifici, in dono al Papa, incontrato in sala Nervi in udienza speciale.

Ricchissima era l’offerta che proponevamo ai visitatori che, numerosi, affollarono le sale espositive della nostra mostra: corali miniati, antifonari di rara bellezza, esemplari di edizioni a stampa fra le più pregiate e altre notevoli preziosità.

Oltre alle caratteristiche estetiche, fu la rarità una delle strade che perseguimmo per la scelta dei materiali da esporre, e tale criterio ci guidò pure nel privilegiare un libretto, o meglio un quadernetto, all’apparenza del tutto privo dei canoni di bellezza propri di quasi tutti gli altri libri esposti. Mi riferisco al Primus liber di una serie di sei voci, del notissimo compositore e organista veneziano Andrea Gabrieli, descritto alla scheda 16 del catalogo, siglata a.g., iniziali del nome della collega, stampato a Venezia nel 1572. Se non appariscente il quadernetto risultava di una rarità indiscussa: le ricerche su molti repertori cartacei lo davano all’epoca appartenente solo a noi, o meglio al Capitolo del Duomo dove era rimasto lungamente inoperoso.

Bene, non altro che quel quadernetto ci fu rubato «con destrezza», aprendo non si sa come la bacheca in cui era esposto, e non valse il fatto di averlo assicurato per l’epoca con una forte cifra a diminuire lo sconcerto da parte dei prestatori e ad alleviare il dispiacere di tutti.

Fu fatta ovviamente regolare denuncia, ma di quel furto non si è mai saputo nulla e pochi mesi dopo, esattamente il 3 gennaio 1982, mons. Savioli, il quale più di altri ne aveva favorito il prestito, annotava nel faldone dell'archivio Capitolare la mancanza del pezzo con accenno al furto e al fatto di non esserci notizie in proposito.

A quale delle casistiche fin qui delineate si può attribuire tale furto? Forse alla passione, o meglio al desiderio passionale di certi committenti, di coloro che con medesime brame pilotano furti anche di altre opere d’arte, dando mandato a compiacenti e prezzolati mediatori, affinché esse siano esaudite. Furti che prima di essere sventati, qualora ciò avvenga, hanno la particolarità di sottrarre spesso allo sguardo gli oggetti rubati, i quali, considerata la facilità con cui potrebbero essere identificati, soprattutto ove si trattasse di opere di grandissimo valore, finiscono rinserrati in appositi caveaux.

Sarebbe stata sicuramente la fine del Codex Calixtinus, l’importantissimo manoscritto che la vulgata vuole derivato da Callisto II, che fu rubato nel 2011 da José Manuel Fernández Castiñeiras. Costui fu scoperto e imprigionato il 3 luglio del 2012 e condannato nel 2015 dalla Corte Suprema dapprima a dieci anni di carcere non soltanto per la sottrazione del codice ma anche per furto continuato e riciclaggio di denaro, reato quest’ultimo per il quale fu condannata a sei mesi anche la moglie, mentre il figlio venne rilasciato.

L’incuria di chi lasciò aperto un vano ha favorito il furto del codice, concupito e asportato dall’Archivio della Cattedrale di Santiago di Compostela, e, fino alla scoperta dei malviventi e al ritrovamento della refurtiva, ha privato il mondo del culto dei pellegrinaggi cattolici della più importante memoria storica del ‘Camino’, suscitando a dir poco panico nei fedeli. Ad attrarre l’ audace malvivente, autore dell’impensabile sottrazione, e il o i suoi committenti, hanno giocato sicuramente il fascino da sempre esercitato dalle miniature del manoscritto, che lo rendono preziosissimo (stimato dieci milioni di euro) e il fatto che esso costituisce una delle pochissime ‘guide’, dalle cui carte prendono inizio la descrizione e la conoscenza dei molteplici percorsi per raggiungere la meta finale di Santiago.

Codex Calixtinus

Viene spontanea e ovvia una domanda: ma chiunque avesse commissionato e pertanto posseduto il codice in questione a seguito del furto, avrebbe mai potuto esibirlo per la gioia delle genti?

Il furto dei libri ha molteplici volti, come si è visto, e spesso si concretizza non in sottrazioni di singole unità librarie, ma in veri e propri espropri in grande stile.

Ci ricorda spoliazioni e requisizioni celeberrime, sempre il giornalista di «The Guardian»: «Le grandi biblioteche di Roma antica furono costruite da Asinio Pollione e da Augusto; Enrico VIII ha saccheggiato i monasteri; Napoleone ha rubato quasi 2.400 libri per il suo esilio all'Elba; Hitler ha sancito il saccheggio delle biblioteche con legge dello Stato». È vero che tali requisizioni attengono a fatti politici, in particolare ad eventi bellici per alcuni dei quali, a guerra finita, si apre il contenzioso delle restituzioni, ma va rilevato che sempre di furti si tratta, i quali possono dirsi perfino ‘legalizzati’. Ma le fonti sono numerosissime anche relativamente a veri e propri furti perpetrati in antico, le quali offrono un quadro di come essi siano avvenuti ben prima che l’alfabetizzazione raggiungesse gli attuali livelli grazie pure alla scolarizzazione di massa. Basterebbe ricordare in proposito la storia delle sottrazioni e dispersioni dei codici di Leonardo che prendono inizio nel 1570 alla morte del suo discepolo Francesco Melzi, storia che fra consapevolezze, peripezie e colpi di scena si protrae per secoli.

La consapevolezza che il libro possa essere oggetto di furto, la si trova non solo conficcata nei codici quasi sempre ad opera degli stessi copisti, ma anche nelle numerose scomuniche canoniche presenti in libri e biblioteche. Le formule manoscritte sono le più varie: o si invitano blandamente i ladri alla restituzione, o li si redarguiscono con veemenza, o si lanciano anatemi, e, infine, si esprimono contro di essi vere e proprie maledizioni. Il copista è assai esplicito sulla massima pena da infliggere al ladro: «Qui mihi furatur vel reddat vel moriatur, et talem mortem quod suspendatur ad furcem», <colui che ruba a me o restituisca o muoia e tale morte abbia che sia appeso ad una forca>.

Il furto dei libri non è dunque solo una pratica delinquenziale antica, ma viziosa quanto lo è il mondo.


Biblioteca Universitaria di Salamanca

Ma che cosa ci attende domani?

Un certo oggi ci dice che, nonostante varie precauzioni, attenzioni di tutti i tipi, dalla bandella magnetica per l’antitaccheggio, ai sistemi di allarme antifurto fra i più sofisticati, ai codici a barre per le letture degli stessi, nelle biblioteche si continua a rubare e tanto. Ad essere prese di mira sono molte strutture, anche fra quelle che non custodiscono libri antichi, o dove tali presenze non sono esclusive e neppure prioritarie rispetto ai fondi costitutivi.

Infatti il panorama dei libri che possono essere concupiti si è ampliato in misura assai rilevante: ospitati nei depositi, e sui palchetti di molte nostre realtà bibliotecarie vi sono numerose rarità bibliografiche pure di anni a noi vicini, che stanno balzando nelle graduatorie del mercato delle vendite. Se fino a pochi anni addietro erano prevalentemente i libri del futurismo e quelli d’artista dei maggiori esponenti delle correnti d’avanguardia del Novecento ad avere la meglio, oggi la casistica si è allargata ed è comprensiva anche di manufatti, frutto di pennelli, matite, sgorbie, bulini, come pure di artefici di stampa manuale e di designer di rilevante spessore.

Se penso che in una biblioteca della mia città si danno ancora a prestito prime edizioni einaudiane di Bruno Munari, vengono i brividi, e credo non solo a me. Molti libri di Munari, e non quelli più conosciuti, stanno infatti ottenendo risultati di quotazione e di vendita assai significativi in aste e in librerie che trattano in particolare molte preziosità bibliografiche contemporanee.

Anche nei confronti di queste espressioni artistiche, tutti i rimedi fino ad ora escogitati sono risultati in massima parte inefficaci per sconfiggere o quanto meno contenere il drenaggio di sempre più cospicue unità, dalle istituzioni alle avide mani di chi se ne vuole a tutti i costi impossessare.

Forse bisognerebbe tornare a quando le punizioni erano corporali. Così recita un trattatello dell’abate Gaetano Scorzi per curare «vari mali» con «vari rimedi», stampato a Macerata nel 1798, a proposito della ‘cura’ per i «pazzi» e i «maniaci»:

Dieci bastonate al giorno, poco pane, niente vino.
per poi concludere questa sorta di decalogo con
Dio fa tutto per nostro bene, anche le bastonate date moderatamente giovano alla salute.

Va da sé che del passato possiamo avvalerci, ma solo di ciò che non contrasta con quelle che pensiamo, a volte a torto, siano le grandi conquiste sociali e civili del nostro tempo. E allora?

Credo che in un domani il fenomeno possa diventare molto più circoscritto, rispetto a quanto in proposito affermò a suo tempo Revelli. Soprattutto le cosiddette biblioteche di conservazione sembrano infatti ormai chiuse in una sorta di valva, per quanto riguarda la consultazione dei propri fondi antichi, che sempre meno si vuole siano patrimoni da esibire. Oltre a quelle che personalmente reputo cautele perfino eccessive, concorrono in questa direzione diversi fattori, molti dei quali legati alle potenzialità del web. La digitalizzazione del materiale raro sotto vari punti di vista, che trova ormai consenzienti, data l’ottima risoluzione delle immagini, perfino specialisti quali paleografi e filologi di grido, le numerose mostre virtuali che accompagnano i maggiori eventi di rilievo e che consentono quella che ho avuto occasione di definire una maggiore «democraticità» delle offerte di percorsi storici fondati su beni librari prevalentemente antichi, ma anche e, vorrei dire, purtroppo, una ‘caduta’ della ricerca scientifica su larga scala, che si avvaleva di tali importantissimi supporti, rendono infatti le biblioteche di conservazione meno ‘vulnerabili’.

Qualora tuttavia si rinverdissero splendori nella ricerca sui fondi antichi, si dovrebbe seguire una strada praticata in un lontano passato, ma seguita ancora da alcune biblioteche dei giorni nostri: lasciare i libri incatenati sui palchetti o negli armadi, ricorrendo alle antichissime usanze che volevano i codici legati strettamente ai plutei, per le medesime motivazioni fin qui addotte. Non furono infatti solo la Malatestiana di Cesena, la più celebre biblioteca umanistica pubblica italiana, né la Laurenziana fiorentina dai mille volti tratteggiati da Michelangelo, a seguire tale prassi, e neppure le numerose altre biblioteche del passato a ricorrere al medesimo espediente, come ben si sa.

Biblioteca Malatestiana Biblioteca Medicea Laurenziana

Certamente appaiono particolari, ma molto istruttive, le immagini attuali dei libri rimasti incatenati in varie biblioteche europee, da quelle inglesi come la Hereford Cathedral, o la Royal Grammar School di Guildford, ed anche l’altra biblioteca religiosa, ovvero quella della chiesa Wimborne Minister dell’omonimo paese, fra le prime apertesi al pubblico in Inghilterra insieme con la Trigge, e che, fra i suoi manoscritti, custodisce il suo più prezioso, risalente ad un amanuense che lo vergò nel 1343, il cui titolo sembra non suonare a caso: Come evitare le tentazioni dannose per lo spirito, fino ad arrivare alla Biblioteca di Zupten a Gerderland nei Paesi Bassi.


Hereford Cathedral Library

Essendo quasi tutte biblioteche religiose quelle europee che attualmente continuano ancora a legare strettamente i propri libri rinserrandoli in catene, e ricordando quanto affermato dal pdf del Tpc che, come abbiamo detto, individua i maggiori ammanchi librari italiani proprio negli istituti religiosi, l’espediente delle catene appare un monito importante. Si possono infatti utilizzare identici accorgimenti come deterrente contro i furti per le nostre biblioteche, ma non limitandosi a imprigionare i libri solo nelle istituzioni religiose. Ancora una volta la storia, e in questo caso forse più che in altri, si dimostra Magistra vitae.

Bibliografia e sitografia essenziale:

Ho tratto spunto per alcune osservazioni da due interventi di Carlo Revelli pubblicati in «Biblioteche oggi», rispettivamente nel 1994 e nel 2000, consultabili entrambi in pdf nella rete.

Per le leggende sui libri compresi i suoi martiri, si veda:

Francesco Lumachi, Historie per gli amici de’ libri raccolte da F. Lumachi: opera a tutti gli ingegni perspicaci e curiosi necessaria...Firenze, 1910 [Firenze, Tipografia Giuntina, 1910].

Quanto alla Biblioteca Oratoriana dei Girolamini e per i furti in essa perpetrati, si vedano almeno i seguenti link:
e

Per i furti attribuiti al prof. Antonio Melkinas si consultino:
http://www.nytimes.com/1995/05/23/us/curious-dealer-uncovers-missing-vatican-treasure.html
e
http://articles.chicagotribune.com/1996-11-17/news/9611170246_1_anthony-melnikas-manuscript-prison-term

Per il caso inglese, si rimanda a:
e per il Regno Unito:

Per la citazione di Walter Benjamin, Aprendo le casse della mia biblioteca. Discorso sul collezionismo. Traduzione di Elisabetta Dell’Anna Ciancia, Milano, Henry Beyle, 2012, p. 11.

Per il graphic novel: Alessandro Tota e Pierre Van Hove, Il ladro di libri, Bologna, Coconino Press, 2016.

Per la citazione di Marcello Dell’Utri, Bibliomania, presentazione di Marcello Dell'Utri, Milano, Imaginaria, 1992, p. 9.

Si veda anche: Bibliomanie, passioni, malattie e dannazioni di chi ama troppo i libri, a cura di Coralba Colomba, Torino, Marco Valerio, 2011.

Per il caso citato dalla letteratura mi sono avvalsa dell’edizione einaudiana di Saul Bellow, Le avventure di Augie March, Torino, Einaudi, 1976, in particolare, pp. 212-240.

Sul furto dei libri antichi in Italia, si veda l’articolo di «Repubblica»
a cui risponde il presidente dell’Alai:

Per i libri trafugati dalla Biblioteca Bandiniana di Fiesole, Biblioteca Nazionale centrale di Roma e Riccardiana, basti cliccare Micbat in Google. Appariranno diversi siti tutti ufficiali.

Per le valutazioni dei Carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale, si scarichi il pdf cercando in Google: Nucleo tutela patrimonio culturale "sindrome del fuori posto". Precedentemente lo avevo trovato con un indirizzo di un sito che ora non risponde più all’interrogazione.

Per la scheda del libro trafugato da Faenza, la cui descrizione è:
Messe
Gabrieli, Andrea
Primus liber sex vocum Andreae Gabrielii divi Marci organo prepositi. Quarum nomina sequuntur: missa Quando lieta sperai; Missa Vexilla regis; missa Oue ch'io posi; missa Pater peccaui... Venetijs, apud filios Antonij Garsani, 1572
6 v, 4° 15 x 21 cm
6: sextus /2/, 30 p.
firma a.g. [Anna Gentilini], essa è compresa nel volume Libri liturgici manoscritti e a stampa, Faenza, Palazzo Milzetti, 6-27 settembre 1981, catalogo della mostra a cura di Anna Rosa Gentilini, Antonio Savioli, Maria Gioia Tavoni, [s.l., s.e.] ma [Faenza, Tipografia Faentina, 1981].
 
Per il furto del codice spagnolo Calixtinus, le fonti ufficiali sono tante: rimandiamo ai giornali nazionali come «El País», «El Mundo», «l'ABC», che riportano, in data 18-02-2015, la notizia della prima condanna di Fernández Castiñeiras da parte della Corte Suprema.
Per l’importanza del Codex Calixtinus si veda di Carlo Pulsoni almeno:
 
Per gli anatemi contro chi non riconsegna i libri o si appresta a rubarli, si vedano a esempio i seguenti codici:
Laur. Pl. 12 sin. 1:
Guil. Anglici *Logica* etc., membr., sec. XIV.
Nella carta finale: “Logica est ad usum Fratris Ioannis Iusti de Florentia Ordinis S. Francisci, quam emit 6. florenis, studentis in Loicalibus apud Cortonam. Si quis eamdem furatur, reddat, vel moriatur”, e la tesi di laurea di Sissi Mattiazzo, Di mia propria mano.
Le sottoscrizioni dei copisti “italiani” del Quattrocento nei codici della Biblioteca Riccardiana di Firenze, Università degli Studi di Padova, relatore Nicoletta Giové Marchioli, a.a. 2015-2015, in particolare pp. 79-80.
Anche dopo Gutenberg, soprattutto negli incunaboli, ma non solo, si rinvengono note manoscritte con anatemi e maledizioni da parte degli stessi possessori dei volumi.
 
Per le biblioteche europee che hanno ancora i libri incatenati si veda il sito:

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