L’italiano in Giappone, di Kei Amano

Kei Amano (italomaniakyoto@hotmail.com) è professore di italianistica presso l’Università di Kyoto. Fa parte dell’Associazione di Studi Italiani in Giappone, di cui è stato presidente dal 2010 al 2014, ed è redattore della rivista Studi Italici.
Si occupa di letteratura italiana del ’500, e ha tradotto e commentato il Cortegiano di Baldassar Castiglione, gli Asolani di Pietro Bembo, le Vite di Vespasiano Bisticci, e alcune opere minori di Niccolò Machiavelli.

 

Non è raro forse che ti capiti di conoscere uno straniero che parla italiano, magari a malapena, ma a volte sufficientemente bene, e a volte benissimo come se fosse un italiano. Quest’ultimo tipo vivrà da tanti anni in Italia, o lavorerà come interprete, o potrà essere anche uno studioso della letteratura italiana, che sa recitare a memoria qualche verso di Dante, di Petrarca, di Umberto Saba, o non so di chi...

Ora, se una persona, senza saper parlare neanche una parola d’italiano, ti dicesse che lui apprezza molto la letteratura italiana, cosa ne penseresti? Sì, d’accordo, all’interno della letteratura italiana c’è tanta varietà, dalla scuola siciliana a Manzoni, a Calvino... E forse questo straniero sta parlando di un Calvino, che è così rinomato all’estero da non sembrare per niente strano che anche un americano o un giapponese che non sappia l’italiano lo legga e lo apprezzi.

Ma se si trattasse di Petrarca o di Leopardi? Ti verrebbe da sorridere pensando che costui abbia letto chissà quale bella traduzione in inglese o in giapponese, e ti potresti ricordare quel motto, “traduttore-traditore” o un’altra espressione più appropriata, “belle infidèle”. Ed eventualmente senza mettere in dubbio il fatto che lui abbia compreso bene il contenuto di queste opere poetiche, non potrai ammettere che lui abbia davvero apprezzato, o meglio “ascoltato”, a pieno la bellezza del “suono di quei sospiri” in “rime sparse”.

Bene, fin qui siamo tutti d’accordo. Invece cosa succede quando senti dire la stessa frase da uno straniero che parla benissimo italiano? Secondo me, non tutti dubiteranno di quanto dice e penseranno che egli senta ed apprezzi tutti gli effetti che il poeta ha creato nelle sue composizioni, come se fosse un italiano.

Credo che non sia vero che questi stranieri che conoscono perfettamente l’italiano sentano il ritmo e gli altri effetti provocati dalle rime delle opere letterarie italiane. O almeno saper bene una lingua, nel senso di comprendere il significato o il contenuto di quanto si dice o di ciò che è scritto, non garantisce affatto la ricezione totale del messaggio di un’opera letteraria composta in quella lingua. Direi quasi che capire bene una frase è come avere l’udito e sentire il suono, e non intendersene di musica. Apprezzare davvero la letteratura corrisponde naturalmente ad ascoltare la musica, e non semplicemente avere un buon udito che percepisce qualsiasi rumore.

Forse sembrerà ovvio e troppo banale quello che sto dicendo, ma sono convinto che non lo è. Propongo degli esempi; il primo è l’epitaffio di un famoso scrittore francese, Stendhal.

ARRIGO BEYLE / MILANESE / SCRISSE / AMÒ / VISSE / ANN. LIX M. II. / MORÌ IL XXIII MARZO / MDCCCXLII.

Così recita l’iscrizione sulla sua pietra tombale nel cimitero di Montmartre (cfr. https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/78/Stendhal_tombe_cimetiere_Montmartre.jpg), ma c’è qualcosa che non va. Un italiano avvertirebbe subito un certo disagio a sentire, Scrisse, amò, visse. Infatti, Stendhal che sapeva benissimo l’italiano, non l’avrebbe mai scritta così goffamente. Quella che aveva preparato era un’altra: VISSE, SCRISSE, AMÒ.

Aveva certamente in mente il VENI, VIDI, VICI di Cesare, e quindi con ogni probabilità voleva che si cominciasse con la V, ma non solo; voleva creare un verso senario trocaico tronco, dicendo VISSE, SCRISSE, AMÒ. Invece, poverino, venne fuori un’iscrizione bruttissima e ridicola perfino.

La causa di questo disastro è subito chiara, se si guarda la pietra tombale. Evidentemente chi l’ha scolpita, con lo scopo di ottenere un migliore effetto visivo ha osato modificare solo un po’ la frase, cioè non il verso, invertendo l’ordine delle parole. Io credo che l’anima di Stendhal si stia ancora lamentando nell’aldilà di questa “piccola” modifica riportata sulla sua ultima “opera”, scolpita nel cimitero di Montmartre.

Sono convinto che non sarebbe successo un incidente del genere, se la sua tomba fosse stata fatta in Italia, perché un italiano avrebbe sentito quel disagio anche senza pronunciare a voce quell’iscrizione. Il senso del ritmo, quasi innato nella testa e nel corpo degli italiani, non permetterebbe una modifica del genere, e l’animo si ribella a questo ritmo balordo di SCRISSE, AMÒ, VISSE,.

Ho detto “quasi innato”, ma in realtà, questo tipo di senso ritmico non è innato; esso si forma fin dalla nascita, o forse anche prima, con l’ascolto di varie filastrocche, pubblicità televisiva o radiofonica di qualunque prodotto, favole raccontate dalla mamma, canzoni, ecc. Per esempio posso immaginarmi una scena in cui una mamma italiana racconti la favola di Biancaneve al suo bambino ancora nella culla. Forse lui è ancora troppo piccolo per comprenderne la trama, eppure, senza capire bene l’andamento della storia, ad un certo punto sente recitare quelle parole che dice la regina allo specchio magico,

Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?

La madre avrebbe recitato questa frase, scandendola in una certa maniera, e con una certa accentazione...

Spec/chio, / spec/chio, / del/le / mie / bra/me,
chi è / la / più / bel/la / del / re/a/me?

in somma, come due versi rimati di nove sillabe ciascuno. Il bambino avrebbe sentito che nell’aria c’è qualcosa di diverso, non solo dalla storia che sentiva raccontare fino a un attimo prima, ma anche dalle conversazioni che sente quotidianamente intorno a lui. L’effetto della rima gli resterà impresso con le parole “auliche” e non quotidiane, che sono brame e reame, e contribuirà a fargli memorizzare il ritmo particolare che ha sentito per la prima volta...

I bambini francesi, invece, sentendo la stessa favola, forse non possono godersi un’occasione simile, e questa è a mio avviso la causa di quell’errore commesso nell’iscrizione sulla pietra tombale di Stendhal. Al contrario, i bambini tedeschi proveranno certamente una sensazione molto simile a quella che ho descritto con l’immaginazione. Anzi, la favola di Biancaneve, che si trova nella raccolta dei fratelli Grimm, sarà arrivata in Italia dalla Germania. Infatti, queste parole della regina, in tedesco hanno un ritmo quasi identico a quello in italiano,

Spieglein, Spieglein, an der Wand,
Wer ist die Schönste im ganzen Land?

Se questa versione tedesca è il modello di quella italiana, si dovrebbe dire che la traduzione italiana sia proprio un capolavoro. Lo specchio non è più quello appeso al muro, ma è diventato uno specchio magico, “delle mie brame”. È proprio ben fatta anche la rima brame /reame, che ha sostituito quella mediocre e piuttosto scialba “Wand” (muro) /“Land” (terra).

Bene, forse io, che sono innamorato della lingua italiana, tendo a parteggiare troppo per l’Italia, ma comunque sia, la somiglianza o direi quasi l’identità del ritmo che si osserva fra queste due versioni, mi sembra che possa simboleggiare l’unità culturale dell’Europa.

Vediamo ora come sono le cose in Giappone, che non si trova nell’area della civiltà occidentale. Anche se il Giappone e la lingua giapponese non fanno parte della cultura europea, i bambini giapponesi sentono anche loro la stessa favola di Biancaneve, naturalmente però in versione giapponese; anzi, in “lingua” giapponese, bisognerebbe dire, perché la favola è ambientata in Europa e i protagonisti sono tutti occidentali e spesso biondi: vivono in un castello tipicamente europeo e non in quello dei samurai, e non ci sono i nani del bosco giapponese.

Dico tutte queste banalità, per fare capire che le immagini che vedono i bambini giapponesi nei libri della favola sono completamente europee; intuiscono subito che la storia si svolge in Europa e non in Giappone, e che i personaggi sono occidentali e non giapponesi. Vediamo, o meglio sentiamo cosa dice allo specchio la matrigna cattiva, che è occidentale anche lei, dentro il castello occidentale di suo marito re:

Kagami-yo, kagami, kono-yo de ichiban utsukushii-nowa dare?
(Oh specchio, specchio, la più bella in questo mondo chi è?)

Devi sapere che la lingua giapponese ha 5 vocali, A E I O U, ma c’è la distinzione fra quella lunga e quella corta, un po’ come in latino, e perciò questa caratteristica si riflette anche nei versi. I versi tipici giapponesi sono il quinario e il settenario, ma gli accenti non contano. Il famoso Haiku risulta composto di 3 versi, di cui il primo e l’ultimo sono quinari e il verso di mezzo è settenario, in modo che venga fuori il ritmo di 5 / 7 / 5 sillabe. Questo ritmo è fondamentale per gli orecchi giapponesi. Gli accenti non si contano, ma una sillaba “lunga” vale due di quelle “corte”.

Torniamo alle parole della matrigna – Specchio, specchio delle mie, ecc – per vedere come diventano in giapponese:

Ka/ga/mi/yo, / ka/ga/mi,
Ko/no/-yo/ de / i/chi/ban
u/tsu/ku/shi/i/-no / wa
da/re?
Ecco un settenario giapponese. E poi,...
un altro settenario, e ...
un altro ancora, e ...
restano le ultime due sillabe.

A dire la verità, il secondo verso avrebbe otto anziché sette sillabe, dato che in giapponese la N si conta come una sillaba di per sé, ma rispetto a una sillaba con una vocale è comunque meno marcata.

Dunque, tre settenari più le ultime due sillabe che corrispondono a “chi è?”. A mio avviso queste ultime due sillabe “indipendenti” si comportano come se ci fosse un punto di domanda, oltre ad assumere il loro significato letterale di “chi?”. Ora sono un po’ curioso di sapere cosa provi tu, che sei italiano, m’immagino, a leggere o a sentire queste parole della regina in giapponese. Senti un ritmo particolare, come quando senti -Specchio, specchio delle mie brame...?

Forse no. Ma tutti i giapponesi, senza alcuna eccezione, sentono questo ritmo, e nel caso di un Haiku, se uno sbaglia recitandolo, chi lo ascolta prova una strana sensazione quasi d’inciampo. Io mi ricordo di uno yamatologo straniero, che citando nella sua conferenza una poesia di Ono-no Komachi, disse,

Hana-no irowa
utsurinikeri
itazura-ni
Waga-mi yo-ni huru
nagame-sesi-ma-ni...

Questi cinque versi dovrebbero avere la formula 5 / 7 / 5 / 7 / 7, ma il primo verso in realtà ha sei sillabe anziché cinque. È una licenza poetica che, però, è ammessa. Invece il secondo verso deve avere davvero sette sillabe, perché altrimenti diventerebbero 6 / 6 / 5 ..., e questa non è più una poesia. Infatti, la poesia in questione corretta sarebbe:

Hana-no irowa
utsurinikeri-na
itazura-ni
.........

Dunque l’ultima sillaba del secondo verso “-na” è stata dimenticata dal yamatologo occidentale, che conosceva benissimo l’antico giapponese. E perché allora questo errore? Con ogni probabilità egli, conoscendo bene l’antico giapponese, seguiva con la mente il significato delle parole della poesia, e appunto per questo si è dimenticato di mettere questa ultima sillaba “-na” del secondo verso; sillaba che non ha un significato particolare, ma è semplicemente una particella di esclamazione.

Ma allora anche un giapponese, che magari sa bene l’antico giapponese quanto lo yamatologo straniero, commetterebbe lo stesso errore? No. Assolutamente no. Ecco cosa volevo dire con questo esempio. A parte il significato delle parole, senza quell’ultima sillaba “-na”, il ritmo richiesto a questa poesia viene disturbato irreparabilmente, e perciò qualsiasi giapponese, studioso o no, giovano o vecchio, potrebbe incappare in altre sviste ma non commetterebbe mai questo errore.

Adesso per farti capire meglio il problema, ti propongo un altro esempio anch’esso reale, capitato con un verso italiano, recitato da un italianista giapponese.

Il verso in questione è noto a tutti gli italiani, nello stesso modo in cui tutti i giapponesi conoscono quella poesia di Ono-no Komachi citata prima. Ecco,

Nel mezzo del cammin di nostra vita

In occasione di una cena – non mi ricordo di che festeggiamento – del dipartimento di italianistica di cui facevo parte anch’io da studente, un professore ha commesso un errore molto simile a quello dello yamatologo occidentale. Ha citato questo primo verso della Commedia dantesca come:

Nel mezzo del cammin della nostra vita

Io, confesso, non ho notato l’errore. L’unica persona che l’ha notato, secondo me, era il lettore italiano che faceva parte anche lui del dipartimento, ed è stato lui a segnalarmelo. Il tipo di errore commesso, direi che fosse identico, perché anche in questo caso, seguendo il significato del verso, bisognerebbe ammettere che è più corretto dire, “... della nostra vita”, e non come ha scritto Dante, “di nostra vita”.

Arrivati a questo punto, forse mi sono dilungato un po’ troppo, per rispondere alla richiesta che mi era stata fatta di parlare dell’insegnamento o degli studi della lingua italiana in Giappone. E chi ha letto fin qui avrà intuito, credo, quanto volevo dire. È difficile superare il limite della propria lingua madre, soprattutto se si vuole apprezzare le opere letterarie come le poesie.

Negli ultimi cento anni la Divina Commedia è stata tradotta in giapponese varie volte, e in libreria si trovano facilmente tre o quattro traduzioni, ed anche una a fumetti. Non discuto se sia tradotta bene o male. Ma comunque devi sapere che in Giappone quel famoso verso viene letto :

Non vi leggemmo più avante quel giorno

e non

Quel giorno più non vi leggemmo avante ...

 

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