Eppur si muove, di Dolores Vilavedra

Dololores Vilavedra Fernández (Vigo, 1963) è professoressa di Letteratura galega, presso l'Università di Santiago de Compostela. Durante la sua traiettoria accademica, si è occupata soprattutto di questioni di narrativa e storiografia letteraria. Fra le tante pubblicazioni al suo attivo, vanno senz'altro ricordate la Historia da literatura galega (Galaxia, 1999), Sobre narrativa galega contemporánea (Galaxia, 2000) e A narrativa galega na fin de século (Galaxia, 2010). Coordinatrice e membro di vari progetti di ricerca, attualmente fa parte, tra le altre attività, del comitato editoriale della rivista Grial, della quale anche dirige la sezione dedicata alla critica letteraria. È anche traduttrice verso lo spagnolo di due delle maggiori figure della narrativa galega contemporanea, Suso de Toro e Manuel Rivas.

 

Qualcosa sta cambiando, in modo impercettibile, all’interno della letteratura galega. Ci sarà tempo per parlarne e per cercare spiegazioni, al di là dell'impatto evidente della crisi della nostra cultura. Tuttavia, andando oltre le questioni quantitative (meno case editrici, meno novità...), sguardo a quanto si è pubblicato fra 2014 e 2015 mostra che siamo di fronte a un rinnovamento generazionale che non sappiamo ancora dove ci porterà, ma che in ogni caso garantisce il ricambio e la polifonia della nostra letteratura.

Orfani di figure canoniche in seguito alla scomparsa di voci di riferimento come Manuel María o Uxío Novoneyra per la poesia, o al volontario silenzio letterario di narratori come Suso de Toro o Xosé Luís Méndez Ferrín, il suddetto rinnovamento mostra la reiterazione di una serie di elementi che, se confermati, potrebbero servire a definirlo: il fattore più singolare e promettente, dal mio punto di vista, è il ruolo di protagonisti che hanno assunto giornalisti di formazione e professione.

Sarebbe difficile calcolare fino a che punto l’ingresso trionfale nella narrativa di voci come quelle di Ramón Vilar Landeira, Juan Tallón, Alberto Ramos o Fran Lorenzo (questi ultimi vincitori di prestigiosi riconoscimenti nell’ambito della narrativa, come il “Premio García Barros” o il “Premio Blanco Amor”, con le loro rispettive opere, Máscaras rotas para Sebastian Nell e Cabalos e lobos) abbia o meno a che vedere con la crisi del settore dell'informazione, ma, a prescindere da tutto questo, possiamo intuire che dietro a questo fenomeno ci sia un aspetto – che dobbiamo ringraziare – quale la materializzazione di alcuni fra i più lodevoli talenti letterari, forse sopraffatti, durante lungo tempo, dallo sfruttamento e dalle esigenze di un lavoro che, a dispetto di ciò che si possa pensare dall’esterno, potrebbe risultare castrante per la creatività che tutto ad un tratto adesso sembra esplodere. Come si dice, non tutto il male viene per nuocere.

Il secondo tratto caratteristico di questo rinnovamento è un maggior ventaglio di voci narranti quali quella di María López Sandez, Mercedes Leobalde, Iria Collazo o Ledicia Costas: smentendo coloro che consideravano il boom di inizio millenniocome moda o marketing, le narratrici non sono rondini passeggere. Sono venute per restare. Dopo il debutto lirico-psicologico del 2012 con A forma das nubes, López Sández ci ha sorpresi con O faro escuro, un romanzo giallo che si svolge nel claustrofobico ambiente di un’isola coronata da un faro, la cui protagonista è un’ispettrice. L’unico appunto che le si può fare è l’eccessiva brevità che ci lascia con la voglia che la narrazione continui: la speranza è che ci siano future pubblicazioni e che O faro escuro diventi la prima di una serie poliziesca. Da parte sua, Ledicia Costas ha coraggiosamente compiuto una svolta di 180 gradi dalla cosiddetta letteratura per l’infanzia e per i ragazzi, genere in cui si distingueva con successo, alla narrativa per adulti con Un animal chamado néboa. Oltre all’eccellente qualità letteraria di questi racconti, l’interesse nei loro confronti si basa, secondo me, su ciò che possono apportare al ripensamento della memoria storica come patrimonio dell’umanità. È un’opera che dimostra che, nonostante l’insistenza di certi corifei, la memoria continua ad essere un potente motore creativo.

Per quanto riguarda la passione per il racconto, di lunga e prestigiosa tradizione da noi, sembra stia ritornando, smentendo la considerazione di genere minore che alcuni si intestardiscono ad attribuirgli, in contrasto con l’ipotetica inamovibilità della canonicità del romanzo. In molti casi, le raccolte servono a consolidare la presenza di autori e autrici poco conosciuti o dalla presenza discreta: ne sono un esempio i Funambulistas di Mercedes Leobalde o le Cuestións vitais secretas de Iván García Campos (o le opere delle succitate Vilar Landeira e Ledicia Costas). A tal proposito, è necessario sottolineare che uno sguardo attento alle parabole letterarie di Leobalde e García Campos testimoniano l’efficacia di premi di solito considerati “di serie b”, come il Premio Modesto R. Figueiredo, l’Ánxel Fole o quello dedicato a Manuel Murguía, in realtà utili per scoprire nuovi talenti letterari. La loro sopravvivenza è fondamentale per il rinnovamento generazionale che garantiscono alla nostra letteratura.

È da qualche anno che il saggio sta dimostrando che può andare oltre l’essere un genere vicario, eternamente dipendente dalla ricerca accademica, e che, con sorpresa di molti, può raggiungere ampie platee. Lo avevamo già scoperto attraverso le prime opere di Teresa Moure (Outro idioma é posible, 2004 e A palabra das fillas de Eva, 2005) e da allora non abbiamo rinunciato a scrivere una saggistica ibrida, creativa senza complessi e vampiresca tanto quanto le sue autrici e i suoi autori avrebbero voluto essere. Di tale lignaggio sono A identidade fascinada di Antonio Piñeiro, un testo che soffrirà sicuramente le conseguenze di questa sua natura radicalmente ibrida e della sua eterodossia generica: a cavallo tra romanzo, saggio e cronaca generazionale, A identidade fascinada è soprattutto un divertente marchingegno letterario che ci aiuta a guardare, senza complessi e senza saudade, agli anni 80, imprescindibili per quelli che li hanno vissuti, ma anche per coloro che considerano quella decade come un ulteriore capitolo della Storia. Ben più ortodosso, in relazione alla sua condizione saggistica, la Biografía intelectual de Filgueira Valverde, firmata da Xesús Alonso Montero; è molto di più di una qualunque opera “di circostanza”, pubblicata sulla scia della nostra annuale effemeride letteraria, il Dia das Letras Galegas, la giornata dedicata ogni anno dedicata a una figura di rilievo della letteratura galega, che, nel 2014, è stata quella del poligrafo Xosé Filgueira Valverde: questa biografia firmata dall’attuale presidente della Real Academia Galega è un contributo indispensabile per comprendere meglio le tensioni che hanno contrassegnato lo sviluppo del campo culturale galego durante il franchismo.

Nel contesto interminabile di scomparse e di chiusure, le piccole case editrici continuano a ritagliarsi i loro spazi nella nostra cultura. Spazi squisiti, gentili e accoglienti, dove vale la pena abitare come si abita in una bolla o in un utero. E se alcune non ci riescono, come O Figurante, altre invece, come Apiario, sembrano raggiungere il loro scopo con libri come Celebración di Gonzalo Hermo (un’altra voce nuova che vale la pena conoscere e ascoltare), diventando vere e proprie nicchie per la sopravvivenza della poesia. Dall’altro lato, in mezzo a tanta precarietà, le voci più giovani incontrano sempre maggiori difficoltà nel farsi ascoltare, almeno presso l’editoria convenzionale. Ma, a volte, l’originalità e l’incisività di alcune di esse ci restituiscono un po’ di fiducia nel nostro futuro letterario. Fra gli esordienti di questa generazione, scelgo Antonio Pichel Beleiro. Vincitore del Manuel Lueiro Rey con il romanzo breve Xente que nunca antes morrera, Pichel dimostra di essere un narratore che sa il suo mestiere e che ci racconta, con voce personale e con uno stile potente ed efficace, una storia che nasce come un thriller per finire tra i sentieri della finzione antropologica. Evitando i luoghi comuni, ma senza rinunciare ad affrontarli, Pichel sgrana implacabile le contraddizioni fra le quali sembra scorgersi la fine della nostra identità collettiva. La speranza è che la crisi e la mancanza di aspettative future non silenzino questa ed altre voci, allo stesso tempo così fresche e mature.

Nel frattempo, celebriamo la recente uscita di A boca da terra, il nuovo libro di poesie di Manuel Rivas, che sicuramente sarà già sugli scaffali delle librerie quando saranno state pubblicate queste pagine. La tribù sembra avere voglia di ascoltare la voce del bardo e che la poesia continui ad essere il recinto dove la parola diventa forte in tempi tribolati come questi. Non è, non può essere un caso che Rivas continui a coltivare stabilmente il giornalismo e la poesia.

[Traduzione di Marco Paone e Attilio Castellucci]

Scarica il testo in lingua originale PDF

 

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported License