Idee per il futuro dei festival letterari di Vincenzo Santoro

Vincenzo Santoro è responsabile dell'Ufficio Cultura, Sport e Politiche Giovanili dell'Anci e membro del Consiglio Scientifico del Centro per il Libro e la Lettura

 

A nove mesi dall’insediamento dell’aprile scorso a Torino, giovedì 9 gennaio 2014 è tornato a riunirsi a Roma al Teatro dei Dioscuri il coordinamento delle Città del Libro: le città d’Italia, grandi e piccole, che organizzano festival e Saloni dedicati al libro e alla letteratura e alla cultura editoriale. Questo progetto è nato su iniziativa del Centro per il Libro del Mibact, del Salone Internazionale del libro di Torino e dell’Anci, con l’obiettivo di mettere in relazione le realtà più significative che sono maturate in questi anni, per permettere un confronto di esperienze e di idee, per elaborare strategie comuni (e servizi: ad esempio a Roma è stato presentato un portale nazionale che racconta e raccorda tutti i festival, che a breve dovrebbe andare online), ma anche per definire strumenti di maggiore valorizzazione della peculiarità culturale che questo “movimento” rappresenta e chiedere un qualche tipo di riconoscimento nazionale.
Alla giornata hanno partecipato le rappresentanze di circa 70 città. Da Torino, città del "Salone Internazionale del Libro", a Roma con "Più libri, più liberi" e "FestivalLetterature", a Milano con "BookCity", a località sedi di importanti festival come Mantova, Pordenone, Modena, fino a piccoli centri come Sarzana, Gavoi, Lamezia Terme, che hanno saputo creare iniziative di valenza nazionale.
Si tratta, com’è evidente, di una delle reti culturali più importanti del nostro Paese, composta da realtà molto disparate, accomunate però da un modo originale e innovativo di promuovere la cultura, che coinvolge migliaia e migliaia di cittadini in incontri con scrittori, scienziati ed intellettuali di caratura nazionale e internazionale. Tutto questo anche con notevoli ricadute sul piano economico e della promozione territoriale.
Dal convegno di Torino sono emerse alcuni temi interessanti per le future attività, tra cui la necessità di adottare un sistema di misurazione dell’impatto sui territori dei singoli festival e la questione fondamentale delle strategie di autofinanziamento. Inoltre, Gian Arturo Ferrari, presidente del Cepell, ha lanciato la proposta di riunire a Torino, nella seconda metà dell’anno, in coincidenza con il semestre italiano di presidenza dell’UE, alcuni fra i festival letterari più importanti d’Europa, per mettere a confronto queste esperienze significative, e, proprio a partire da queste, discutere dell’idea di identità europea. E, come corollario, di presentare una sorta di piccolo “Erasmus della Cultura”, un progetto di mobilità dei giovani volontari che collaborano ai festival.
D’altra parte, non possiamo nasconderci che questo genere di iniziative, che funzionano benissimo come strumenti di animazione culturale e promozione territoriale, nella stragrande maggioranza dei casi si rivolgono soprattutto a chi già legge, avendo un’incidenza quasi nulla sui “non lettori”, che nel nostro Paese, non dimentichiamolo, sono tantissimi, e addirittura in aumento: secondo l’ultima indagine Istat, in Italia nel 2013 la quota di lettori di libri , cioè di “persone di 6 anni e più che dichiarano di aver letto, nei 12 mesi precedenti, almeno un libro per motivi non strettamente scolastici o professionali” è scesa al 43% (dal 46% del 2012). Dato peraltro ulteriormente aggravato dai soliti forti squilibri territoriali: nelle regioni settentrionali legge oltre la metà della popolazione, mentre nel Sud e nelle Isole la quota di lettori è pari solo al 30,7%.
Su questo aspetto, che segnala una gravissima arretratezza italiana rispetto agli altri paesi civili, sarà possibile incidere soltanto con un piano di lungo respiro, che intervenga su vari ambiti (soprattutto su quello delle agenzie formative primarie, delle biblioteche di base e degli operatori specializzati) in maniera massiccia. Di un costo e di una complessità notevoli dunque, che, in questo momento storico, al di là della buona volontà dei singoli, appaiono molto difficili da ottenere dalla politica nazionale.

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