Ecophilia, di Oliviero Diliberto

 

  1. Aver accettato di parlare di Umberto Eco bibliofilo è stato da parte mia un atto di temerarietà assoluta ma, al contempo, vuole rappresentare la testimonianza di un’amicizia, un affetto, una complicità, che mi legano all’Autore da ormai molti anni.

    Parlare di Eco come bibliofilo è un po’ – scuserete l’involontaria blasfemia – come voler parlare del Papa come cattolico. Eco è infatti la bibliofilia.

    L’amore (e l’immensa competenza) per i libri trasuda dalla sua strepitosa biblioteca, da ogni suo scritto – saggi o romanzi o articoli di stampa –, dalle conversazioni e dalle interviste, dai giochi infiniti che sui libri e con i libri si possono inventare: nel corso delle cene dell’Aldus Club, auspice l’indimenticabile Mario Scognamiglio, che ora purtroppo non c’è più, ne abbiamo sperimentato effettivamente tanti.

    La dimensione ludica è, in Eco, essenziale. Si accompagna – potrebbe essere diversamente? – alla leggerezza: da non confondere mai con la superficialità ormai trionfante in questo (divenuto) triste Paese. La leggerezza presuppone, viceversa, proprio la profondità: riesce, infatti, a giocare intelligentemente sulle cose, solo chi le conosce a fondo. Ed Eco – è quasi inutile sottolinearlo – unisce alla vastissima e raffinata cultura, una sconfinata erudizione: qualunque sia l’argomento affrontato – per il Nostro non esistono gerarchie o “canoni” –, anche quelli (apparentemente) più banali sono trattati in un costante intreccio tra citazioni coltissime, rimandi letterari, collegamenti vertiginosi. Per dire, da Chaucer a Braccio di Ferro. Come sulle montagne russe.

  2. Mi limiterò, in queste poche (e sicuramente inadeguate) righe, ad un solo esempio di gioco bibliofilico, che giudico sublime. Ha attraversato, come vedremo, praticamente tutta la vita di Eco (e quella di molti altri).

    Milo Temesvar. Uno strepitoso caso di pseudobiblium inventato a suo tempo per una burla editoriale che Eco, labirintico giocoliere delle parole, porta a parossismi davvero impensabili. Ma procediamo con ordine.

    La burla è escogitata, tanti anni fa, alla Fiera del libro di Francoforte. Il giovane Eco è allora consulente di Bompiani. Si ritrovano a pranzo Gaston Gallimard, Paul Flamand, Ledig-Rowohlt e Valentino Bompiani. «Vale a dire – parole di Eco – lo stato maggiore dell’editoria europea».

    L’autore racconta che questo “stato maggiore” commentava la follia – ancora parole di Eco – di «dare anticipi sempre più alti ad autori giovani che non hanno ancora dato prova di sé. A uno di loro viene in mente di inventare un autore. Il suo nome sarà Milo Temesvar, autore del già noto Let Me Say Now, per cui l’American Library ha già offerto quella mattina cinquantamila dollari. Decidono quindi di far circolare questa voce e di stare a vedere cosa sarebbe successo».

    Un gioco, un inganno, un divertissement editorial-intellettuale. Eco si mette all’opera. Fa circolare il nome di Temesvar tra gli stands degli editori. Ci cascano tutti. Al punto che Giangiacomo Feltrinelli giunge ad affermare – bluffando spudoratamente, come ovvio – di aver già comprato i diritti mondiali di Let Me Say Now.

  3. Potrebbe finire lì. Ma Eco si affeziona al gioco, inventandosi di sana pianta anche una biografia di Temesvar. Scrive così la recensione a un libro di Temesvar, The Pathmos Sellers (Washington 1964) e racconta che l’autore sarebbe un albanese espulso dal suo paese per deviazionismo di sinistra. Temesvar sarebbe così riparato in Unione Sovietica, lavorando in un laboratorio sui circuiti logici delle macchine pensanti. A Mosca produce una memoria per l’Accademia delle Scienze, dal titolo La verifica come falsificazione dell’ipotesi. Poi si trasferisce in California, come lettore universitario di lingue slave. Revocatagli la cattedra su richiesta dei servizi segreti americani, fa perdere ogni traccia di sé. Soggiorna sicuramente in Argentina, ove pubblica Le fonti bibliografiche di J. L. Borges, nonché un libro apparso inizialmente anonimo (in cui confuta quanto sostenuto nel precedente volume) dal titolo Sull’uso degli specchi nel gioco degli scacchi.

    E qui si impone una prima riflessione. Borges – che sarà abbondantemente protagonista, in un crescendo “citazionista” di cui dirò appresso, ne Il nome della rosa – è, dunque, oggetto delle ricerche bibliografiche di Temesvar. Ma quest’ultimo scrive anche un trattato sull’uso degli specchi, ai quali proprio Borges aveva dedicato una folgorante storia di pseudobiblia in Tlön, Uqbar, Orbis Tertius (in Ficciones [1944], ora in Obras completas, Emecé Editores, Buenos Aires 1974, pp. 431 ss.). Si tratta di un mero caso o di una citazione dottissima, sapientemente celata al lettore superficiale?

    Di certo, Borges è tra i più prolifici autori di pseudobiblia, ma è fonte costante per Eco (e sui rapporti tra i due autori è fiorita abbondante letteratura scientifica).

    Proseguiamo. Il volume di Temevar (Sull’uso degli specchi nel gioco degli scacchi) – nel frattempo – è divenuto famoso. Lo ritroviamo, infatti, – come tutti ricordiamo – nelle pagine introduttive de Il nome della Rosa. Il libro sarebbe stato rinvenuto da Eco a Buenos Aires (ancora una volta, dunque, un omaggio a Borges, come in tutto il romanzo d’altronde), «curiosando sui banchi di un piccolo libraio». Il libro di Temesvar era in versione castigliana e Eco, citando questa volta se stesso, ricorda di aver già menzionato l’autore in Apocalittici e integrati. L’originale del volume di Temesvar, tuttavia, era, questa volta, in lingua georgiana (Tibilisi 1934).

    Eco, però, non si ferma più. Pubblica così Il Codice Temesvar (apparso sull’«Almanacco del Bibliofilo», Rovello, Milano 2004, pp. 131 ss. e, di lì a pochi anni, in La memoria vegetale e altri scritti di bibliofilia, sempre Rovello, Milano 2006, pp. 273 ss.). In esso, Eco racconta di aver rinvenuto a Sofia, insieme ad altri fantastici libri, un ulteriore volume di Temesvar: Tajnaja Vecera Leonardo da Vinci (Anekdoty, Moskva 1988) e cioè un’interpretazione del Cenacolo di Leonardo. Si tratta, con tutta evidenza, di una gigantesca presa in giro del Codice da Vinci di Dan Brown. Ma Eco coglie l’occasione per arricchire di particolari e gustosi dettagli la biografia intellettuale di Temesvar.

    Il punto è che – nonostante l’evidenza della paradossalità delle argomentazioni di Eco – Temesvar incomincia a circolare anche come autore reale: basta entrare nei siti del web per rendersi conto che viene citato non di rado come studioso delle più disparate materie. Milo Temesvar, insomma, finisce nelle bibliografie (su tutto ciò, cfr. P. Albani – P. della Bella, Mirabiblia. Catalogo ragionato di libri introvabili, Zanichelli, Bologna 2003, pp. 292 s.).

    Il corto circuito tra realtà e finzione prende corpo.

  4. Anche perché, nel frattempo, di Temesvar si occupano altri autori. Ad esempio, un certo – a me ignoto – Mariano Tomatis Antoniono gli dedica un saggetto (Sulle tracce di Milo Temesvar. Gli scacchi nella mitologia di Rennes-le-Château, in Indagini su Rennes-le-Château 3, 2006, pp. 103 ss.). Tomatis stesso sembra, in realtà, una creatura di Umberto Eco. Nel suo sito ufficiale, si definisce Wonder Injector. Sentite cosa scrive di sé: «Scrittore e illusionista, Mariano illumina le meraviglie sul confine tra Scienza e Mistero». In fondo, anzi, non si può escludere si tratti proprio di un’ulteriore burla di Eco. Anche perché Tomatis – nel saggio citato – racconta nuovamente proprio la vita e le opere di Temesvar, attingendo a piene mani da Eco, ma aggiungendo particolari fantastici, che non so se abbia saccheggiato ancora da Eco o li abbia inventati di sana pianta: una citazione di Temesvar da parte di Perec (funambolo della parola anch’egli); la polemica del nostro autore contro il governo britannico per avere concesso asilo politico a Salman Rushdie dopo la fatwa; il ritrovamento a Praga (altra città culto per Eco, come ben sappiamo) di un ulteriore volume di Temesvar, scritto nel 1999 e, questa volta, in francese: Diabolus Antiquus, azzardando così che si trattasse di una risposta all’Angelus Novus di Walter Benjamin. Temesvar sarebbe pertanto ancora vivo in anni vicini ai nostri. Ci si ostina a non volerlo far morire!

    La saga di Temesvar, dunque, continua.

    Proviamo a riassumere. Temesvar nasce inizialmente grazie alla burla costruita per caso alla Fiera di Francoforte. Si riempie di particolari, citazioni, rimandi, ritrovamenti, aneddoti per merito di Eco. Prosegue labirinticamente nel gioco di altri autori.

    Non so se si tratti di un omonimo o meno, ma oggi – ancora una burla? – Milo Temesvar è su facebook.

  5. Nelle Postille a “Il nome della rosa”, apparse inizialmente su «Alfabeta» (n. 49, giugno 1983: che conservo gelosamente in originale, come è facile immaginare), Eco afferma chiaramente: “Volevo che il lettore si divertisse» (p. 21).

    Il divertimento, i rimandi, le citazioni (quelle esplicite e quelle nascoste, che ciascun lettore del romanzo può cogliere ai diversi livelli delle proprie conoscenze): tutto ha a che fare con l’elemento libresco. Sino all’invenzione geniale dell’assassino (il venerabile Jorge: bibliotecario cieco, ovvio ulteriore omaggio al grande letterato argentino) che uccide per un libro e mediante i libri.

    Tutti i suoi romanzi successivi – in modi differenti, ma coerenti – seguono tale trama sottile.

    Verrebbe da rispondergli, a distanza di (ormai) 35 anni da quella prima folgorante apparizione: sì, carissimo Umberto, ci siamo proprio divertiti. Grazie di cuore.

[A pochi mesi dalla scomparsa di Umberto Eco, amico e sodale di tante avventure “libresche”, riproduco in questa sede il mio intervento introduttivo al numero speciale della Rivista «Cantieri» (31, 2015, pp. 5 – 7), dedicato proprio a Eco. È un omaggio alla sua memoria, misto di rammarico, affetto, tristezza, complicità. Ci e mi mancherà moltissimo]

 

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