Postmoderno, confini da definire, di Laura Rinaldi

 

La nascita del postmoderno ha segnato il momento di completo distacco da tutta la scuola di pensiero che imperava dal XVIII secolo e che, anche subendo costanti attacchi, non aveva mai smesso di essere il punto di riferimento per la comprensione della realtà.

Proprio a partire dagli ultimi decenni del Novecento le grandi narrazioni sono state superate in nome di una visione frammentaria e soggettiva del mondo e dell’individuo. La percezione e gli studi che hanno seguito questa nuova coscienza sono però tutt’altro che unitari ed hanno al loro interno il germe di un movimento che elude, sempre e inevitabilmente, una definizione ultima.

Che si stia affrontando il problema da un punto di vista filosofico o letterario, l’individuazione dei principi fondanti rimane sempre sfuggente e lascia ampio spazio a possibili detrattori.

E il campo di battaglia di gran parte del dibattito è stato, ed è tuttora, proprio sulle questioni che più allontanato il postmoderno dalla strada canonica dello spirito occidentale. Il ribaltamento del pensiero illuminista e la distanza che si crea da forme espressive di tipo realistico sembrano denotare un movimento che si avvicina molto più alle avanguardie che a una rimodulazione effettiva del modo di raccontare la contemporaneità.

È in questa discussione che il Nord America, patria per eccellenza di molte delle espressioni artistiche postmoderne, si libera da una visione troppo teorica della corrente e la ridefinisce come uno degli slanci culturali più interessanti del secondo dopoguerra.

Mentre, infatti, nel vecchio continente il postmoderno è stato costantemente vincolato alle formulazioni dello strutturalismo e ai suoi strascichi, alla filosofia derridiana e a vezzi più formali che contenutistici, gli Stati Uniti leggono il periodo in un’ottica più pragmatica.

La percezione, profondamente divergente, è di un movimento che non lascia, nelle sue continue sperimentazioni, il legame con la realtà empirica; un movimento che mantiene intatta la vicinanza con il mondo degli oggetti e del materiale.

All’apparenza una profonda contraddizione, ma è proprio l’analisi critica di questo aspetto che, dagli anni Ottanta in avanti, ha veicolato una visione del postmoderno non più solamente come processo ludico, dissacrante. La consapevolezza che all’interno di questa nuova narrativa vi sia anche altro, che la società del tardo capitalismo sia protagonista tanto quanto il linguaggio stesso, apre un’ampia gamma di nuove possibilità interpretative.

Non è un caso che questa linea parta proprio dalla patria dove il postmoderno, specialmente in ambito letterario, ha visto la luce per la prima volta. Se infatti l’Europa mantiene un legame fortissimo con le filosofie di stampo decostruzionista, è oltreoceano che si forma il nucleo nevralgico con scrittori e poeti che rivendicano non solamente la dissoluzione della realtà e della percezione. Piuttosto utilizzano questa impossibilità ad abbandonare il frammento per il tutto come chiave di lettura per una società ormai legata indissolubilmente al consumo e alla produzione.

L’ossessione maniacale per la vita della middle class, i luoghi (o non luoghi) dove si trascorre la vita quotidiana, i prodotti commerciali, la televisione, il computer assumono un ruolo simbolico e rappresentativo che non è mai stato così tangibile.

La scuola americana, che nasce dagli anni Sessanta e si sviluppa fino ai primi anni del secolo successivo, non lascia alcun dubbio sulla volontà mimetica. Barth, Pynchon, Barthelme, DeLillo, Foster Wallace sono solo alcuni degli esempi di una letteratura che muove i passi su un terreno che non potrebbe che essere identificato con nessun altro se non con gli States.

Conseguenza di uno sviluppo forsennato e di una supremazia sempre più marcata sul mondo occidentale, gli scrittori postmoderni narrano le storie dei quartieri periferici, dei supermercati e dei fast food; rileggono la storia non fidandosi più delle sue verità e distruggono definitivamente qualsiasi credenza nel progetto finzionale del romanzo, lasciando i lettori con opere consapevoli di essere solo parole su carta.

Il continuo oscillare tra lo sfaldamento della struttura tipica ottocentesca e il richiamo, ancora non superato, alla classe media e alla vita della borghesia fine millennio, lasciano ben intendere quanto in realtà sia ancora forte il legame con il realismo e le sue forme.

Ed è proprio su questo fronte che la critica si scontra; il realismo diventa terreno fertile per innalzare o denigrare una fase che non abbandona mai il dato fattuale, anche nei momenti di più alta sperimentazione avanguardistica.

Con gli studi di Jameson o di Hutcheon, e a quelli più recenti di Clare, lo strumento di lettura diventa l’economia, a cui non sfugge una lettura caratterizzata anche da un approccio politico.

La produzione postmoderna segna quindi uno sviluppo nella fase di riavvicinamento ad un sistema che nella teoria non sembra più leggibile, ma che nelle pagine torna ad essere un buon soggetto da descrivere.

Ecco che accanto alla celebrata forma della metafiction, si forma tutta una realtà che non può definirsi se non come narrativa vincolata all’American way of life. E mentre si discute su possibili letture marxiste del postmoderno o su rivendicazioni di tipo postcoloniale e ancora femminista, la grande maggioranza delle opere sono scritte da accademici caucasici che guardano con malcelato disincanto alle derive di una potenza che non è governata da altro che dalla merce e dall’industria culturale ad essa collegata.

Qui la sostanziale differenza dall’analisi che si sviluppa in altri paesi, tra cui l’Italia; perché se da un lato il fattore formale sembra essere il dato con cui confrontarsi per analizzare questa corrente, non è nemmeno possibile non guardare oltre.

Accanto ai critici già citati, in Italia il dibattito si concentra invece solo sulla forma, focalizzandosi sulla denotazione prima di tutto di cosa sia il postmoderno, per rilegarlo ad un momento più storico che letterario, che in definitiva non ha né influenzato né manifestato una presenza incisiva. E ancora si sottolinea, soprattutto con il lavoro di Donnarumma, una netta contrapposizione con un ritorno al realismo nei primi anni Zero.

Che la letteratura postmoderna italiana sia – alla luce ovviamente delle differenze con quella statunitense – molto più incentrata su aspetti teorici di tipo filosofico è difficile negarlo, e comunque rimane riduttivo rilegarla ad una sola espressione formale dove il contenuto perde di importanza in nome di superficiali rivisitazioni.

È chiaro che lo sviluppo del liberismo e i processi che hanno coinvolto il Nord America non possono essere paragonati ai nostri, eppure sarebbe interessante iniziare a studiare anche aspetti che uniscano questo movimento anche a discipline diverse da quelle abitualmente prese in considerazione.

Evidenziare la presenza di un certo tipo di realismo – un realismo postmoderno se si vuole – potrebbe dare slancio ad uno studio che per il momento in Italia si è concentrato più sull’allontanamento che sulla comparazione.

Come altre correnti letterarie è impossibile non riscontrare nette differenze nelle singole produzioni letterarie, eppure sono gli aspetti comuni a creare campo semantico comune tra le forme prodotte. In questo caso, accanto alla caratteristica strutturale si è iniziato ad avvicinare anche quella più concretamente contenutistica.

Al pari della tecnica della metanarrazione, del pastiche e del citazionismo continuo, la logica del neoliberismo e le sue ripercussioni concrete sono terreno fertile per un nuovo approccio che potrebbe contribuire anche ad un’espansione del canone postmoderno italiano.

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