“Caro amico ti dedico…”. Libri con dedica autografa: studio e valutazione, di Carlo Pulsoni
(Città di Castello, 5 settembre 2015)

 

Vorrei innanzitutto fare una premessa in merito a questa chiacchierata. Tengo infatti a precisare che non mi occuperò di dediche a stampa presenti nei libri, ma solo di quelle manoscritte autoriali o non. Grazie a questo elemento che possiamo definire “paratestuale” in quanto estraneo al libro - inteso nella sua molteplicità -, quella copia andrà pertanto a distinguersi dalle altre. Notevole quanto scrive a tale proposito il sito di AbeBooks: «Un libro firmato ha sicuramente un valore aggiunto rispetto a un libro non firmato. Un libro autografato dal proprio scrittore preferito può diventare un libro da collezione, incrementando così il suo valore. I libri firmati rappresentano gli articoli più ambiti nel mercato dei libri rari e da collezione; per questo motivo moltissimi collezionisti basano la loro collezione proprio su queste copie firmate. Autografare un libro è sicuramente una delle strategie di marketing più semplici che un autore possa adottare. Difatti, si tratta di una forma istantanea di personalizzazione di un oggetto prodotto per le masse, che allo stesso tempo gratifica molto il proprietario del libro. Il modo migliore per ottenere un libro autografato è partecipare alle conferenze o presentazioni dell’autore. Gli autori spesso viaggiano per promuovere il nuovo libro e durante questi eventi arriva anche “il momento degli autografi”. Tuttavia bisogna tenere in mente che più l’autore è famoso, più la fila per ottenere un suo autografo sarà lunga. Questi eventi generalmente vengono organizzati nelle librerie e maggiori dettagli possono essere trovati attraverso i quotidiani o riviste locali. Solitamente è possibile trovare le date del “tour” dell’autore attraverso il suo sito web o nel sito web della casa editrice. Inoltre, verranno organizzati momenti dedicati agli autografi anche durante le fiere del libro o nei vari festival letterari. Quando si acquistano libri firmati, è importante conoscere la terminologia specifica utilizzata dai librai:

  • Il libro con “dedica manoscritta dell’autore” presenta firma e dedica dell’autore;
  • Il libro “firmato” è un libro che l'autore ha autografato. Il libro firmato può anche contenere una dedica o un messaggio personalizzato indirizzato ad una persona specifica;
  • Nel mondo della bibliofilia, un libro “autografato” è qualsiasi scritto vergato a mano, di proprio pugno dall'autore.

È importante segnalare che alcuni scrittori viaggiano regolarmente per presentare il loro libro, firmando molte copie. Sarà facile, pertanto, trovare questi libri ad un prezzo economico. Altri scrittori, una volta raggiunta la popolarità, non dedicano molto tempo alle attività promozionali e per questo motivo trovare libri autografati da certi autori può essere più complicato, diventando così molto ambiti e costosi» (http://www.abebooks.it/guida-collezionista-libri/collezionare-copie-firmate.shtml).

Nella sua sinteticità questo brano si rivela molto prezioso per la nostra chiacchierata: non solo perché tocca una serie di problematiche che affronteremo in questa sede, ma anche perché cerca di convincere il bibliofilo all’acquisto di libri con dedica, puntando proprio sul valore aggiunto insito nella dedica stessa.

In un bellissimo volume giustappunto intitolato all’amico editore. Dediche a Vanni Scheiwiller (Milano, all’Insegna del Pesce d’Oro, 2007), Laura Novati si interroga sulla funzione della dedica, distinguendo opportunamente tra quella dell’autore – che intende dedicare un libro a qualcuno o a qualcosa – e quella del lettore, la cui storia «si affianca a quella degli ex libris che sono un segno di orgogliosa proprietà di un libro che entra in un circolo di libri».

Nella sua ricerca tassonomica, l’autrice considera giustamente a parte quella che definisce la dedica privata manoscritta: «è un microgenere relativamente recente (fra i librai antiquari si fa addirittura questione se aumenti o tolga valore al libro stesso, se libro di prestigio e d’autore, anche se la discussione ha senso solo considerando “chi” ha firmato la dedica) e comunque si distingue oggi in due grandi categorie: la dedica dell’autore all’acquirente / lettore; la dedica dell’acquirente alla persona a cui intende regalare il libro». Nella pagina seguente Novati arriva finalmente all’oggetto del volume: la dedica all’editore, «una dedica che giunge o prima di arrivare al libro edito da Vanni Scheiwiller, o dopo la sua pubblicazione; la troviamo quindi sia sui libri editi con il marchio All’Insegna del Pesce d’Oro sia su libri pubblicati da altri editori, ma tutte hanno lo stesso destinatario, proprio quel singolare e particolare editore. Il prima, durante o dopo della dedica modifica però naturalmente il suo carattere, il grado di riconoscenza e di stima che essa contiene e documenta». Nel corso del volume Novati pubblica moltissime dediche di autori italiani e stranieri, tra i quali possiamo menzionare Umberto Saba, Ezra Pound, Aldo Palazzeschi, Sandro Penna, solo per restare alle prime pagine del libro.

Per rendere ancora più chiaro quanto mi propongo di illustrare mi avvalgo di un passo da un bellissimo racconto di Sebastiano Vassalli, Rocco del grande Fratello: «Samantha ha fatto una smorfia: “Sai che roba!”. Allora è intervenuta la Stefi, che parla con la erre e sa tante cose perché è diplomata al liceo artistico.. “Quando uno è famoso non è necessario che si esibisca, - ha spiegato. – Basta che parli con la gente e gli faccia gli autografi”. Ci ha raccontato che lei, l’anno scorso, ha conosciuto in libreria il famoso scrittore Baricco, che era lì a firmare le copie di un suo romanzo. Sapendo che siamo tutte ignoranti, ci ha spiegato: “Baricco è quello con i riccioli e le braccia di fuori, che in televisione mi faceva impazzire. Mi ha guardata e io credevo che sarei morta, invece sono riuscita a chiedergli: “come va?”».

Vassalli sta tratteggiando in modo ironico il momento finale della presentazione di un libro, quando, secondo una prassi ormai consolidata, l’autore firma le copie acquistate dal pubblico. Se l’autore non è particolarmente pigro aggiungerà alla propria firma il nome dello sconosciuto acquirente, facendolo seguire da una formula solitamente stereotipata «con amicizia», «cordialmente». Di quanto può cambiare il valore di una copia con una dedica siffatta? Pur non essendo un esperto del settore, mi sento di dire assolutamente nulla, almeno nel presente. Forse tra 100-200 anni i nostri pronipoti scopriranno di avere un piccolo tesoro ritrovando, come nel mio caso, libri autografati da Luis Sepúlveda, Michela Murgia e così via.

A queste dediche manoscritte che possiamo definire occasionali o commerciali, se ne affiancano altre più meditate, che hanno lo scopo di mettere in buona luce l’autore nei confronti dell’omaggiato: esse si possono rintracciare soprattutto nei contributi di saggistica diretti al mondo accademico, politico e giornalistico. Nel primo caso - e lo dico per esperienza diretta - prevalgono soprattutto frasi di modestia o di captatio benevolentiae quando si offre una pubblicazione a un docente di grado superiore: «Confidando nel suo autorevole giudizio», «Nella speranza di ricevere preziosi suggerimenti». Per quanto riguarda gli omaggi diretti all’ambiente politico e/o giornalistico rimando alle belle pagine di Oliviero Diliberto, Il cimitero dei libri abbandonati (“Almanacco del Bibliofilo”, 2011, pp. 111-129), in attesa di leggere la monografia da lui promessa sull’argomento. Comunque sia, in tutti e tre i casi le aspettative di tanti bibliofili e collezionisti andranno deluse: il valore economico di un contributo scientifico o accademico è praticamente nullo e certamente non lo innalza la presenza di una dedica autoriale. Mi spiego meglio: queste dediche possono essere fondamentali per comprendere i rapporti, le vicende storiche di intellettuali ma non aggiungono nulla dal punto di vista economico al valore del libro (da qui in avanti mi baso per la valutazione dei libri dell’ottima piattaforma www.maremagnum.com).

Vi propongo alcuni esempi di libri con dedica reperibili nel Fondo Capitini, oggi conservato presso la Biblioteca di San Matteo degli Armeni di Perugia e con l’occasione ringrazio l’amico Gabriele De Veris che mi ha fornito il materiale. Partiamo da Giovanni Pioli, ex sacerdote, sostenitore del modernismo nonché fra i primi e più attivi promotori dell'obiezione di coscienza in Italia, col suo Educhiamo i nostri padroni, Milano, Istituto Italo Britannico, 1919. Questo libro è valutato 35 euro e non credo che accrescerebbe il suo valore se la copia in vendita presentasse la seguente dedica «Omaggio di Giovanni Pioli ad Aldo Capitini, pioniere di rinnovamento religioso, morale, sociale». Questa dedica non rappresenta certamente un valore aggiunto alla stima del libro ma ci fa capire la stima e la fama che aveva raggiunto Capitini all’epoca del dono.

Passiamo a un secondo caso: lo storico Delio Cantimori invia a Capitini Eretici italiani del Cinquecento (Firenze. Sansoni, 1939) con annessa dedica: «A Aldo Capitini, affettuoso omaggio del suo vecchio amico; queste ricerche, iniziate alla Normale, vorrebbero essere anche, per te, un segno della fedeltà alla vecchia amicizia, e allo spirito delle nostre vecchie discussioni. Delio». Non ho trovato su MareMagnum copie di questa prima edizione e non sono pertanto in grado di dire quanto possa valere (su AbeBooks è valutata 150 euro). Pure in questo caso la dedica non contribuisce al valore del libro ma ci svela un retroterra dell’amicizia tra Cantimori e Capitini. I due erano stati infatti compagni di studio presso la “Scuola Normale” di Pisa, prima che Capitini venisse espulso da Giovanni Gentile per il suo antifascismo. All’ambiente della Normale risale anche l’amicizia fra Capitini e uno dei più importanti filologi del XX secolo: Gianfranco Contini, di cui si conservano nel Fondo Capitini svariati libri con dediche.

Restiamo nel Fondo per occuparci stavolta di dediche di letterati. Trascelgo, tra i tanti, due poeti, di cui il primo, Biagio Marin, conosciuto quasi solo dagli addetti del settore, mentre il secondo, Giuseppe Ungaretti, universalmente noto. Il primo spedisce a Capitini nell’arco di una decina di giorni tre volumi: I canti de l'isola (Udine, Del Bianco editore, 1951), il libro postumo del figlio Falco La traccia sul mare (La Società per la storia del Risorgimento 1950) e Sénere colde (Roma, Quaderni de “Il Belli”, n. 1, 1953), accompagnandoli rispettivamente con le seguenti dediche: «Ad Aldo Capitini con cordialità nella speranza o nella illusione che voglia leggere questi versi. Biagio Marin, Trieste 12 marzo 1954»; «Ad Aldo Capitini questa povera traccia di un giovine nobile della famiglia spirituale degli Scipio Slataper offre Biagio Marin Trieste 19 marzo 1954» e infine «Ad Aldo Capitini, a ricordo del nostro incontro. Biagio Marin Trieste 12 marzo 1954». La valutazione dei titoli citati è la seguente: I Canti de l’isola 60 euro, La traccia sul mare 38 euro, Sénere colde 65 euro. La presenza di queste dediche contribuisce certamente ad alzare il prezzo dei singoli volumi, pur se va precisato che la poca notorietà di Marin fa sì che l’oscillazione resti forse confinata nell’ambito del 10% circa. Nel caso di La traccia sul mare però la valutazione di una copia con dedica autografa di Biagio Marin arriva su MareMagnum a 50 euro, con un incremento pertanto del 30% circa rispetto a una copia priva di essa.

Ben diverso ovviamente il discorso per Giuseppe Ungaretti: egli spedisce a Capitini Poesie. IV. Il dolore 1937-1946 (Milano, Mondadori, 1947) e le sue traduzioni dei sonetti di Shakespeare (40 sonetti di Shakespeare, traduzioni di Giuseppe Ungaretti, Milano, Mondadori, 1946). Nel primo caso abbiamo la seguente dedica «Per Aldo Capitini fraternamente Giuseppe Ungaretti»; nel secondo «Per Aldo Capitini con il vivo affetto di Giuseppe Ungaretti». Diversamente dalle dediche di Marin, più sentite e portatrici di informazioni inedite (l’incontro, a esempio, tra Marin e Capitini), quelle di Ungaretti sono standard, prive di qualsiasi connotazione affettiva o scientifica. Eppure, nonostante ciò, la presenza di una annotazione autografa di un poeta entrato nel canone, determina l’aumento del valore di questi libri di almeno un 25-30% rispetto al loro valore iniziale: 50 euro nel primo caso, 15 nel secondo.

Passiamo ora ad illustrare le dediche indirizzate a uno dei più importanti editori del Novecento, Vanni Scheiwiller. Il primo caso riguarda un libretto fuori commercio, Filosofi in libertà, di un autore che si firma “Dedalus”. Esso esce a stampa a Cuneo nel 1958 per la fantomatica “Proprietà letteraria Taylor” ed è valutato 880 euro. La copia destinata a Vanni Scheiwiller presenta la seguente quartina di ottosillabi «Si rinnovano i sistemi / nel gran gioco dei problemi / ma rimangono negli anni / le edizioni del buon Vanni». Augurandomi che abbiate indovinato chi si nasconde sotto il nome fittizio di Dedalus (sempre ammesso che la notizia non vi arrivi sotto forma di eco…), vi segnalo che questa copia, se mai andasse in vendita, potrebbe arrivare perfino al doppio del valore.

Venendo a dediche più “serie”, partiamo da quella di Piero Jahier: nel frontespizio del suo Con me e con gli alpini (Torino, Giulio Einaudi, 1943-XXI), lo scrittore ligure spiega le vicende legate alla stampa di questa edizione: «Caro Vanni, fu decisa la pubblicazione con Giulio Einaudi e Cesare Pavese durante un bombardamento nella sede di via Barbaroux a Torino – sfidando il probabile sequestro. Non sapevo come fare a tornare a Bologna. Milano, 3 maggio 1963, Piero Jahier». Questa dedica contiene informazioni del tutto inedite che vanno a integrare non solo la “Nota bibliografica”, apposta nel volume ristampato nei Classici Vallecchi (1953), dove Jahier si limita a scrivere: «“La Voce” ne pubblicò alcune edizioni; e nel 1943, Giulio Einaudi volle rischiarne il sequestro con una ristampa, sulla quale è condotta la presente edizione»; ma anche quanto si può desumere dai carteggi editoriali della Einaudi, grazie ai quali è possibile ricostruire la genesi del libro fino alla sua uscita a stampa: il 22 dicembre 1941 «Jahier offriva la ristampa di Con me e con gli alpini, “coi due quaderni che lo seguono, attualmente impubblicabili per ragioni contingenti”, e il 10 gennaio 1942 Einaudi rispondeva: “Sarei lietissimo di accogliere nelle mie edizioni i vostri “Alpini” e il resto che mi accennate»; il 2 settembre 1942 «Pavese scriveva a Jahier che avevano deciso per la pubblicazione di Con me e con gli alpini. Il 3 settembre 1942 inviava la poesia Dichiarazione, apparsa su un giornale interventista nel 1915, da apporre come epigrafe». Infine il 3 luglio 1943, ricevuta la prima copia del libro, Jahier scriveva a Einaudi: «Il libro è finalmente stampato con quello stesso severo amore che ho messo nel comporlo. Non potevo desiderare di più». In una data imprecisabile, successiva al 10 gennaio e anteriore al 2 settembre, deve essersi pertanto svolto l’incontro in «via Barbaroux a Torino», tra Jahier, Einaudi e Pavese, cui si fa cenno nella dedica a Vanni. Quest’ultima testimonia anche della drammaticità del momento in cui fu deciso di pubblicare il volume («durante un bombardamento»), nonché delle difficoltà incontrate da Jahier per tornare a Bologna. Questa dedica fu vergata il 3 maggio 1963: all’epoca lo scrittore faceva già parte della cerchia degli autori di Vanni, avendo pubblicato nel 1958 Arte alpini, e nel 1962 Qualche poesia. Pur nell’aleatorietà dell’ipotesi, non si può escludere che con questa dedica Jahier volesse manifestare la sua riconoscenza a Vanni da un lato per la stampa dell’antologia poetica testé menzionata, dall’altro per i tentativi da lui compiuti per fargli vincere il Premio Vallombrosa. Certo è che la presenza della dedica finora commentata alza notevolmente il valore del volume: dai 200 euro di stima si può forse arrivare anche a 300 euro.

Passiamo alla seconda dedica: «A Vanni Scheiwiller, editore di poeti, con la speranza di entrare fra i suoi poeti. Il suo Attilio Bertolucci, Messina 10 ottobre 1981». Essa compare nella raccolta Viaggio d’inverno (Milano, Garzanti, 1971) e ci dimostra l’importanza acquisita da Vanni come editore di poeti, al punto che Bertolucci, pur essendo pubblicato da un colosso come Garzanti, si augura nondimeno di diventare un suo autore. Ma la rilevanza della dedica risiede anche nel fatto che può essere considerata come una sorta di anticipazione di quella successiva di una decina d’anni, riprodotta nel libro di Novati, che si trova nel risguardo del volume Verso le sorgenti del Cinghio (Milano, Garzanti, 1993): «a Vanni Scheiwiller, così innamorato della poesia degli altri da non osare di scriverne di suo (forse avrebbe voluto, o potuto), ringraziandolo di pubblicare da lui, “raccogliere per lui” (il nostro amico Livio permettendolo) io, con tremore aiutandolo, quelle poesie mie che ho scritto traducendo poeti lungo gli anni da me e da lui amati, affettuosamente il suo Attilio Bertolucci. Palermo 16 ottobre 1993». Come si può notare, il desiderio di diventare un autore di Vanni della precedente dedica diventa in quest’ultima una prospettiva più che reale; ed effettivamente l’anno seguente, con il consenso di Livio Garzanti stampato nel colofon, Bertolucci coronerà il suo sogno, pubblicando da Vanni la sua raccolta di traduzioni Imitazioni, titolo che viene spiegato dallo stesso poeta nell’epigrafe iniziale: «Rubo questo titolo a Giacomo Leopardi e a Robert Lowell. Mi scuso, ma questo furto mi era necessario». In entrambi i casi possiamo avere con ogni verosimiglianza un’oscillazione del 30% rispetto alla stima di MareMagnum. Restando al poeta parmense, la copia di Imitazioni conservata nel Fondo Siciliano della Biblioteca della Casa delle Letterature di Romapresenta la seguente dedica: «A Enzo e Flaminia “con quel cuore di una volta” Attilio. Roma 25 ottobre 1994». La dedica è identica a quella di quattro anni prima, contenuta nel volume Le poesie, Milano, Garzanti, 1990, dello stesso Fondo. Diversamente dalla precedente, qui mancano però le virgolette alte. Si potrebbe pertanto supporre che da Imitazioni in poi (la dedica torna uguale anche nella copia di Versi nel tempo 1929-1993, Alpignano, Tallone, 1994, conservata sempre nel Fondo in questione), la frase venga considerata come una sorta di “marchio di fabbrica” che allude da un lato alla ben nota Poetica dell’extrasistole teorizzata dal poeta in Aritmie (Milano, Garzanti, 1991), dall’altro, come mi suggerisce Luigi Spagnolo (che qui ringrazio), è una citazione esplicita dalla lettera del 2 maggio 1828 di Giacomo Leopardi alla sorella Paolina, a proposito della stesura di A Silvia («Dopo due anni, ho fatto dei versi quest’aprile, ma versi veramente all’antica, e con quel mio cuore di una volta»).

Passiamo a Pier Paolo Pasolini e al suo ruolo di dialettologo nonché di scopritore di poeti in vernacolo. Egli invia il volume Poesia dialettale del Novecento (a cura di M. Dell’Arco e P.P. Pasolini, introduzione di P.P. Pasolini, Parma, Guanda, 1952) allo scrittore e critico letterario Enrico Falqui, accompagnandolo con la seguente dedica «A Falqui con stima e amicizia». Pur trattandosi di un libro scientifico, la successiva fama del curatore sotto l’aspetto letterario, critico, cinematografico fa sì che la sua valutazione iniziale di circa 50 euro si elevi di un buon 30-40%. Sempre nel Fondo Falqui troviamo la copia di Poesie in forma di rosa (Milano, Garzanti, 1964) che Pasolini dedica stavolta alla convivente del critico, Gianna Manzini. Anche in questo caso il valore di 160 euro di questa prima edizione va ovviamente rivisto al rialzo. Al contempo Pasolini esorta Biagio Marin, che sta cercando di accreditare in ambito nazionale, a fare altrettanto. Troviamo così nel Fondo Falqui, autentica miniera di dediche inesplorate (si pensi a quella di Giorgio Caproni, datata 13 luglio 1956, ne Il passaggio d’Enea, Firenze, Vallecchi, 1956: «A Enrico Falqui, con la stima e la devozione che sa, questa prima copia», quasi a significare l’immediato invio del volume subito dopo la stampa), svariati volumi del poeta di Grado: I canti de l’isola (Udine, Del Bianco editore, 1951): «a Enrico Falqui perché li legga, cordialmente. B.M. Trieste 30 III ‘54»; oppure El vento de l'eterno se fa teso (a cura di E. Serra – E. Guagnini, Grado 1973): «A Enrico Falqui manda questo libro a saluto, anche se pesante, pur cordiale. Biagio Marin. Grado 15 gennaio 1974» (stima: 170 euro).

Bastano questi pochi esempi per farci comprendere l’importanza di un elemento come la dedica manoscritta: una dedica o anche solo una firma di un grande autore può trasformare un libro dozzinale in un oggetto costosissimo (cosa ben nota a commercianti privi di scrupoli che hanno creato ex novo false dediche o firme). La mia esortazione a conclusione di questa chiacchierata è quella di invitare bibliotecari e bibliofili a raccogliere le dediche presenti nei libri, magari anche a schedarle, al fine di contribuire alla nascita di un nuovo campo di studi che potremmo chiamare, mi si passi il termine, “Dedicatologia”!

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