Non sarà sexy, ma è sempre Buchmesse, di Mario Baudino

 

Non è stata, per usar le parole di Inge Feltrinelli, una fiera molto sexy. E lei, ad esempio, se n’è rimasta a casa per la prima volta, occupatissima a rispondere alle mille telefonate di chi le chiedeva come mai non fosse in Germania. Però è anche stata la Fiera che ha accarezzato l’idea di un nuovo inizio. Il “Publishers Weekly”, alla vigilia, parlava addirittura di una nuova era, il che sembra un po’ enfatico, ma quel che è certo è che, messi in un angolo i discorsi apocalittici e profetici, si torna a considerare tutte le forme di editoria possibile senza sentirsi più assediati. Amazon, per esempio, fa meno paura, e la sua conquista dei mercati sembra essersi assestata; l’idea che potesse divorare tutto – molto diffusa solo l’anno scorso – si sta attenuando. L’anno che si chiude ha visto una brusca discesa dell’e-book (in America del 20 per cento) e a seconda dei Paesi un attenuarsi della crisi del libro tradizionale, se non un’inversione di tendenza.

In Francia stanno andando addirittura meglio, con un’impennata del 10 per cento. In Italia si scende ancora, ma con la previsione di fermarsi sotto il due per cento nell’arco dell’anno; mentre in America c’è stato il fallimento clamoroso di Oyster, storica piattaforma specializzata in e-book, e la crisi di Scribd, il più importante rivale. Risultato, la parola d’ordine è stata quest’anno “business as usual”, con gli agenti internazionali molto impegnati a promettere straordinari best seller su carta e gli editori combattuti tra un sano scetticismo e la paura di vedersi sfuggire qualcosa di veramente buono. Fra i nostri editori, in un padiglione più sacrificato del solito, spiccava però l’assenza del nuovo colosso in formazione, dopo l’acquisizione di RCS libri da parte di Mondadori.

Un po’ a sorpresa, Segrate non ha partecipato, ed è la prima volta, col suo abituale enorme e lussuoso stand, ma si è limitata alla presenza molto più discreta degli editori nell’area commerciale. E RCS libri ha proposto uno stando dimidiato e per così dire povero, con i soli titoli per i quali proponeva la vendita dei diritti e le scaffalatura d’ordinanza fornite dalla Fiera. È vero che Roberto Calasso le ha sempre usate per la sua Adelphi (ora davvero tutta sua, perché si è sottratto all’abbraccio mondadoriano ricomprandosi la quota di maggioranza), ma Calasso sarebbe elegantissimo, editorialmente parlando, anche in pantofole. L’amministratore delegato di Mondadori, Enrico Selva Coddé, ci ha spiegato invece che in ogni caso la scelta di ridurre le spese (perché di questo si tratta) non è frutto di brutale spendig review ma di una decisione pacata (elegante?) su come e dove «allocare risorse. Qui – ha detto - sono importanti le persone, le relazioni, la presenza degli editor, che nel nostro caso è massiccia».

Alla domanda se accadrà anche in futuro, quando Mondadori e l’ormai ex RCS libri si presenteranno uniti sotto la stessa proprietà, risponde che non sarà certo la fine della concorrenza. «Per quanto riguarda le acquisizioni all’estero, ogni singola casa editrice fa le sue fortune trovando o meno l’autore giusto. L’autonomia editoriale è importantissima, è un valore. Le acquisizioni di autori e testi, anche in Italia, non possono esser coordinate». E non lo saranno? «No, al di là delle condizioni logistiche e industriali, questo è il punto essenziale perché le case editrici continuino a esistere». E a cercare i libri più promettenti, se non migliori, come avviene in tutti i grandi gruppi internazionali.

Aste a “six figures” e cioè sopra il milione di dollari, non se ne sono comunque viste. Tra i libri considerati «caldi» uno, The Book of Mirrors, se lo è aggiudicato la Longanesi. È il primo romanzo scritto in inglese dal romeno Eugen Chirovici, un thriller basato sulla storia di un manoscritto misterioso, che si trascina dietro una scia di sangue. Lo si accredita di una tonalità «tra E. A Poe e Donna Tartt», come dice il direttore longanesiano Giuseppe Strazzeri, oppure anche fra Dio di illusioni di Donna Tartt e L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafon, secondo Francesca Pathak, publisher di Century (Gruppo Penguin). Tra gli autori di cui si è molto parlato c’è anche il norvegese Karl Ove Knausgaard, celebre per la sua sterminata autobiografia La mia lotta, suddivisa in sei libri ora pubblicati da Feltrinelli dopo un lancio anni fa di altro editore.

Da noi ha ricevuto il premio Malaparte, senza diventare un best seller e concedendo interviste in cui affermava di aver ormai scritto tutto quanto riteneva necessario. Mentre lui si spiegava con i giornalisti, il suo agente, Andrew Wiley, evidentemente di diverso parere, proponeva a Francoforte i diritti di due nuovi libri: The Morning Star, che racconta di una piccola città dove fa irruzione il male, e quattro volumi non-fiction, dove stagione per stagione lo scrittore annota la sua enciclopedia portatile, «dal chewing gum alle stelle». Sempre Wiley vendeva il decimo romanzo del Nobel Orham Pamuk, The Red-Haired Woman, mentre Diane Banks Associates ha lanciato (senza grandi esiti) Hibo Wardere, giovane somala riparata a Londra e divenuta alfiere della campagna contro le mutilazioni genitali femminili. In Cut ricostruisce la storia della mutilazione da lei subita quando aveva sei anni, ma chissà mai se lo vedremo nelle librerie italiane.

Francoforte però è spesso ricca di trappole, e di successi a scoppio ritardato: molti libri che circolano alla Buchmesse sul momento non vengono magari notati dai media, e a traduzioni concluse, un anno o due dopo, possono rivelarsi sorprendenti. E se quest’anno non ha conquistato grandi titoli per i libri, né per le feste, che sono numerose e ambitissime dal mondo editoriale (per quanto riguarda l’Italia il Gruppo Gems ha celebrato i suoi dieci anni, e l’editore e/o i libri di Elena Ferrante) non sono mancate però le polemiche di taglio politico-religioso, una clamorosa, e una molto segreta, destinata a deflagrare dopo qualche settimana. La prima riguarda Salman Rushie, invitato per una lectio alla conferenza stampa di apertura, e contestato dal regime iraniano, che per protesta ha ritirato il suo padiglione nazionale.

Hanno fatto sapere che la «fatwa», la condanna a morte emessa nell’89 dall’iman Khomeini, è ancora valida, anche se undici editori di quel Paese hanno però coraggiosamente aperto, come di consueto, i loro stand alle contrattazioni. In altre parole non è successo nulla, nonostante i bellicosi bollettini di vittoria arrivati nei giorni seguenti da Teheran. «Senza libertà di espressione non c’è nessuna altra libertà» ha ricordato lo scrittore, e come dargli torto. Lo stesso tema è stato declinato in una polemica assai più sottile, almeno nei giorni di fiera, che ha coinvolto Adonis, il grande e anziano poeta siro-libanese. Alla tradizionale consegna del Friedenpreis, il premio per la pace organizzato dai librai tedeschi e assegnato a Navid Kermani, orientalista tedesco di origine iraniana, c’era chi non voleva sedersi accanto allo scrittore, invitato alla cerimonia.

Le ragioni sono esplose in questi giorni. Kermani si è pubblicamente rifiutato di tenere la laudatio a un altro premio, l’Erik Maria Remarque, che verrà assegnato proprio a Adonis, tra pochi giorni, nella città di Osnabrück, accusandolo di essere un sostenitore di Assad. Dai suoi libri e dalle sue interviste non risulta, ma Kermani e altri intellettuali siriani e libanesi fanno riferimento a affermazioni che avrebbe fatto, appunto, su giornali libanesi. E a una lettera aperta al presidente Assad, in cui lo esortava a riforme democratiche. Che Adonis abbia fin dall’inizio guardato con preoccupazione e scetticismo alla ribellione siriana è indubbio. Venne contestato anche nel 2011, quando gli fu assegnato il premio Goethe, e per gli stessi motivi. Ma gli eventi terribili di quel Paese forse non gli stanno dando completamente torto.

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