“La muerte es una trampa, es una traición, que le sueltan a uno sin ponerle condición. La única manera de burlar a la muerte es escribir, escribir mucho” (Gabriel García Márquez). Roberta Alviti intervista Justin Webster.

Justin Webster è un giornalista e regista inglese, che da tempo vive e lavora in Spagna. È uscito da pochi giorni nelle sale italiane Gabo. Il mondo di García Márquez (Spagna, 2015), che è stato presentato in diversi festival internazionali, registrando un’ottima accoglienza da parte della critica; il film, inoltre, ha avuto una nomination agli Emmy Awards 2016.

 

Mister Webster, lei presiede la Catalan Films & Tv, ente pubblico che promuove film realizzati in Catalogna, per la quale ha scritto e diretto i documentari José María Aznar, una batalla inacabada (2010) e Seré asesinado (2012). Com’è nato il suo interesse per il mondo spagnolo e ispano americano?

Dopo aver lavorato nel quotidiano londinese The Indipendent, mi sono trasferito in Spagna all’età di 27 anni, da giornalista freelance, con mia moglie Sumpta Ayus; Sumpta lavora con me alla “Justin Webster Productions”: lei si occupa della produzione mentre io mi dedico prevalentemente alla regia; viviamo in Catalogna.
Mi sono dedicato alla scrittura, alla radio, alla tv e, da vent’anni a questa parte, di documentari in lingua spagnola. Amo il mondo ispanico, soprattutto per la sua diversità dalla cultura britannica. È una grande opportunità conoscere in maniera approfondita due culture diverse; non dimentichiamo che lo stesso Márquez ha tratto ispirazione dagli scrittori di lingua inglese.

Il docufilm presenta lo straordinario percorso di Gabriel García Márquez, intrecciando al racconto biografico quello dell’opera letteraria e giornalistica, seguendo un intinerario non solo cronologico ma anche geografico: Aracataca, Sucre, Bogotá, Parigi, Cuba, New York, Città del Messico e Barcellona. Quando è nato questo progetto? E quanto tempo è stato necessario per la sua realizzazione?

Il progetto è nato da un’idea di Kate Horn, una produttrice inglese che collabora con il noto regista Angus Macqueen che, fra l’altro, è mio amico. Kate aveva avuto contatti con varie emittenti che avevano manifestato un notevole interesse per il progetto. Successivamente sono stato chiamato a dirigere il film e la JKP è stata coinvolta nella sua produzione. È stato necessario circa un anno per completare il film, appena in tempo per presentarlo in anteprima al meraviglioso festival cinematografico di Cartagena de Indias, un luogo di grande importanza nella vita di García Márquez.

Il lungometraggio non ha una focalizzazione esterna, una voce narrante unica, ma costruisce il racconto su Gabo a partire dalle testimonianze, di familiari, i fratelli Jaime e Aída, degli amici Plinio Apuleyo Mendoza e Enrique Santos Calderón, l’agente letteraria Carmen Balcells, di esperti come lo scrittore Juan Gabriel Vásquez, e del professor Gerald, suo biografo, contando anche sulla presenza degli ex Presidenti degli Stati Uniti e della Colombia, Bill Clinton e César Gaviria. In base a quale criterio ha selezionato i partecipanti al film? E, soprattutto, è stato difficile convincerli a portare la loro testimonianza?

Non ho voluto esperti, ma solo persone che avessero avuto una relazione personale con Márquez; Gerald Martin, professore emerito di Lingue moderne all’Università di Pittsburgh, che ha trascorso diciassette anni a ricostruire nel dettaglio la biografia dello scrittore, ebbe con lui, nel corso degli anni, una relazione molto stretta: per cui, compare nel film non in qualità di esperto ma di amico. Anche Juan Gabriel Vásquez lo conobbe personalmente; l’ho voluto nel film in quanto scrittore, sebbene la sua produzione narrativa sia molto distante da quella di Márquez; l’approccio di Vásquez non è quello di un critico, ma quello di un romanziere capace di scandagliare l’esperienza psicologica della scrittura. Sono rimasto davvero colpito per l'amore che nutrivano per Gabo e che traspare dalle interviste; ma non si arriva all’agiografia: al contrario, non mancano accenti critici riguardo a certi atteggiamenti dell’uomo e dell’intellettuale; fino a giungere a Clinton, che ho intervistato proprio prima di montare e revisionare il film. Una volta entrato in sintonia con l’idea, utilizzando la sua meravigliosa eloquenza ereditata dai Battisti del sud, ha comunicato le sue emozioni perfettamente (ciò lo si trova a conclusione del film).

La scelta di una struttura ‘polifonica’ risponde a una necessità stilistica, quella di attenuare e sfumare la costruzione cronologica-biografica di stampo classico, che forse sarebbe stata troppo costrittiva e limitante per dare conto l’eccezionale vicenda umana e artistica di Márquez?

Sì, non volevo che fosse una semplice biografica, ma un documento più urgente e significativo; la vita di Marquez è stata toccata dalla grazia, dal miracolo e, quindi, paradossalmente, volevo condurre un’indagine per scoprire l'essenza che si cela dietro il miracolo. Forse qualche spettatore saprà cogliere una rivelazione, alla fine del film, che riguarda il peculiare atteggiamento di Márquez verso la vita e la morte.

Racconta Plinio Apuleyo Mendoza che quando conobbe García Márquez, l’amico che li presentò disse di lui che era un pessimo studente, con un debole per l’alcol e le donne, concludendo: “Lástima. Tiene talento, pero es un caso perdido”. Come riuscì questo “Caso perdido”, il bambino cresciuto nella povertà della Colombia profonda a diventare il più grande romanziere sudamericano e premio Nobel per la letteratura?

Come scrittore è stato sempre estremamente disciplinato, sebbene, a volte, il resto della sua vita fosse piuttosto caotico. Guardando retrospettivamente alla vita di Márquez, ci si rende conto che ci sono stati molti momenti in cui avrebbe potuto fallire, rinunciare, incappare nella sfortuna. Ha, indubbiamente, rischiato molto. Nulla è successo per caso. García Márquez è un monumento alla fede e all’intuizione. Anche la sua capacità di stringere amicizie profonde e durature e, soprattutto, sua moglie, una donna immensamente forte, e una famiglia felice lo hanno aiutato moltissimo.

Si ripercorre anche il suo intenso e ininterrotto impegno militante, inestricabilmente legato alla sua attività di romanziere e di giornalista, soprattutto. Era concreto il rischio di scivolare nella mitografia, ma la narrazione, pur appassionata e appassionante, è rigorosa e affronta anche questioni controverse, come il rapporto con Cuba e l’amicizia con Fidel Castro, che fu motivo d’attrito, specialmente negli anni Settanta, con molta parte dell’intellighentia sudamericana. Lei che idea ha in proposito?

Sono contento che lei abbia colto il lato critico della pellicola: non volevo che l'opera risultasse un’agiografia. Il rapporto di Márquez con Fidel non è privo di ombre, ma credo che, alla fine del film, il quadro risulti ampiamente positivo. Marquez, d’altronde, è sempre stato un personaggio controcorrente. Si scontrò, negli anni Sessanta, con i comunisti intransigenti e tornò a Cuba quando Castro era stato denunciato dalla dell’intellighentia. Considerando la situazione a posteriori, sembra che fosse, in linea di massima, dalla parte giusta della storia. Anche se, naturalmente, non tutti sono d'accordo. Ha avuto un ruolo importante nella gestione dei rapporti fra Cuba e gli altri paesi latinoamericani, ma molto di più in qualità digiornalista e mediatore che di attivista politico. Penso che, in questo senso, abbia saputo mettere a frutto la sua fama: non dimentichiamo, inoltre, che insieme a Clinton aveva lavorato per tentare di togliere l’embargo a Cuba.

Il 1967 è l’anno della svolta: Gabo pubblica Cien años de soledad, che diventa un immediato successo di critica e di pubblico, un caso letterario senza precedenti. García Márquez, che aveva già realizzato opere avanguardiste, ed evidentemente influenzato dal cosiddetto ‘realismo magico’, racconta la storia di un villaggio, Macondo, attraverso le vicissitudini della famiglia Buendía, in un di realtà e soprannaturale; il soprannaturale è parte integrante della quotidianità, secondo Márquez; ma allo stesso tempo, anche il quotidiano viene raccontato come se fosse soprannaturale: in ciò risiede, senz’altro, la cifra stilistica del romanzo. Márquez, quando annunciò che si accingeva a scrivere Cien años de soledad, disse semplicemente che avrebbe “raccontato le cose come le raccontava mia nonna”. In quale misura, secondo lei, l’opera letteraria di Márquez è riconducibile alla sua vita personale, alla visione mitica della propria infanzia

Credo che la grande novità della narrativa di Marquez consista nel coraggio di ribellarsi a un modo limitato e piuttosto povero di percepire e descrivere il reale. Sapeva per esperienza che la percezione della realtà non è univoca: credeva che esistessero modi più ‘veri’ per descriverla, più veri un racconto realistico e più ‘veri’ della pura fantasia: il problema era trovare la formula per dare espressione a questa complessità; Márquez lo trovò nel modo di raccontare di sua nonna, per la quale provava un grandissimo naturalmente, e nello straordinario mondo della sua infanzia, riuscì, così, anche a stabilire una relazione con milioni di persone, in ogni parte del mondo.

Cosa avrebbe pensato Gabo del Premio Nobel della Pace assegnato al Presidente colombiano per che ha guidato il paese verso il progetto di pace con i guerriglieri Farc?

Direi che avrebbe sostenuto Santos, senza rinunciare, al tempo stesso, a un atteggiamento scettico e pragmatico, lo stesso che ebbe quando egli stesso ricevette il Nobel. Starebbe, forse, pensando a come utilizzare al meglio il premio ai fini del raggiungimento della pace che, purtroppo, è ancora in dubbio.

Per quale tipo di pubblico ha pensato e realizzato questa pellicola?

Mi piace pensare a uno spettatore che mi somigli nei tratti essenziali: un essere umano curioso, che s’interroga sulla vita e sul modo migliore di viverla, a cui piace essere coinvolto e attirato in storie che mostrano il mondo attraverso lo sguardo di altre persone

Com’è stata accolto il film dalla famiglia di García Márquez e dalle persone a lui più vicine?

Mi fa molto piacere poter dire che ai suoi figli, Gonzalo e Rodrigo, è piaciuta. Rodrigo Garcia è un raffinato regista e ha avuto, con mio grande sollievo, parole di apprezzamento per il lavoro. So che anche la vedova di Márquez, Mercedes lo ha giudicato positivamente, anche se per tutti quelli che hanno conosciuto da vicino e vissuto vicino a Gabo, un documentario di novanta minuti, è la classica goccia nel mare. In generale, comunque, il film è stato ben accolto.

Un’ultima domanda. Qual è il suo romanzo preferito di Gabo?

Crónica de una muerte anunciada, un romanzo “piccolo” ma allo stesso tempo “grandioso”.

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