Paulina Kwasniewska-Urban intervista Piotr Marecki

Piotr Marecki (nato nel 1976) è ricercatore presso il Dipartimento di scienze della cultura dell’Università Jagellonica di Cracovia (Polonia), dove insegna letteratura polacca contemporanea. E’ anche docente presso la Scuola Nazionale del Cinema di Lódz, ed è uno dei creatori della Scuola di sceneggiatura di Cracovia, di cui è stato direttore negli anni 1998-2010. Si occupa di cinema, della letteratura polacca dopo l‘89 e delle relazioni tra la letteratura e i nuovi media. E’ organizzatore di numerosi festival, pubblica per Gazeta Wyborcza e per riviste cinematografiche e culturali.

 

Preparandomi all’intervista cercavo di capire come spiegare ai lettori italiani in poche parole chi è Piotr Marecki e di che cosa si occupa, il che è diventato impossibile. Dove trova il tempo per tutti i lavori che svolge, per tutti i progetti di cui si occupa?
Nel mondo odierno, ai tempi di convergenza fare tante cose nello stesso tempo è diventato uno standard. Mi occupo dei nuovi media il che mi obbliga in qualche modo ad essere molto flessibile.

Ma che legame hanno i nuovi media con la letteratura se non per gli scopi della pubblicità?
La letteratura dei nuovi media è il focus del mondo letterario da tanto tempo, adesso per esempio la nostra casa editrice prepara l’adattamento della letteratura digitale che permette una simultaneità intercognitiva delle esperienze collettive. Vogliamo diffondere i nuovi generi letterari, cerchiamo di creare una casa editrice che sia indipendente dalla moda, che sia in grado di andare avanti nella direzione che noi consideriamo giusta ed interessante.

La vostra casa editrice “ha!art” gode di ottima fama. Siete considerati una nuova bohème cracoviense. Posso rischiare una tesi che con la vostra rivista create i gusti letterari dei polacchi. Come si fa ad essere “alternativi” dopo aver pubblicato libri che sono già entrati nel canone.
La rivista nasce nel 1999. Erano tempi assurdi quando senza i soldi si riusciva a creare qualcosa di meritevole. La nostra “casa editrice” era situata nella mia camera nella casa dello studente dell’Università Jagellonica, una stanza di soli 7 m2! Una delle riviste più conosciute in Polonia, Polityka, ha chiamato Ha!art “la concentrazione più alta della poesia per metro quadro in tutta la Polonia”. Le riviste erano dappertutto, funzionava così, non avevamo nessun magazzino o un posto dove lavorare. E già dall’inizio eravamo focalizzati sulla letteratura contemporanea, nonostante il nostro essere alternativi siamo stati in grado (e lo siamo ancora) di far scoppiare il caso letterario.

Come la pubblicazione di “Lubiewo” di Michal Witkowski nel 2005?
Oppure come la pubblicazione della traduzione di “Finnegans Wake” di James Joyce nel 2012. Ma sicuramente “Lubiewo” è il nostro libro più conosciuto. Tutto è cominciato nel 2002 quando Witkowski ha pubblicato nella nostra rivista una specie di novella che poi è stata incorporata nel suo libro. Dopo la pubblicazione di “Lubiewo” nel 2005 è scoppiato qualcosa di imprevedibile - Witkowski è diventato una persona pubblica. Di solito gli scrittori vengono associati al mondo intellettuale, universitario, invece lui con il suo libro è entrato nel mondo delle veline e dei tronisti. Le sue interviste cominciano sempre con un elenco dei nuovi negozi di abbigliamento da lui visitati e con una sua confessione di quanti chili ha perso ultimamente e finiscono con un autospot dove lascia il suo indirizzo e-mail nella speranza di ricevere dei messaggi da giovani gay attraenti.

A dire la verità il libro di Witkowski non è poi così innovativo, il tema dell’omosessualità appare nella letteratura europea da decenni, solo noi che restavamo chiusi a temi così controversi in seno alla cultura cristiana. Come esempio si può citare un libro di Pier Vittorio Tondelli ultimamente da voi pubblicato.
Proprio nel 2012 abbiamo pubblicato la traduzione preparata da un gruppo di studenti d’italianistica dell’Università Jagellonica. Il libro è stato accolto positivamente dal pubblico. L’abbiamo chiamato il precursore di “Lubiewo”. La pubblicità e la scelta della copertina (un bel sedere senza tratti caratteristici di nessun sesso) hanno incoraggiato i lettori a comprare il libro ed il testo ha spinto i critici a scrivere delle recensioni molto entusiastiche. Mi dispiace che in Polonia quasi non si traduca la letteratura italiana. Tranne Eco e Calvino pochi vengono tradotti. Mi stupisce un po’ perché mentre seguiamo la moda di tradurre tutto ciò che è pubblicato in spagnolo o francese e recentemente anche in ceco, non è ancora arrivato il turno della letteratura italiana.

Come giudica la condizione del mondo editoriale polacco?
Secondo me dobbiamo esserne fieri. Ogni anno vengono pubblicati tantissimi libri di ottima qualità. Oltre alle case editrici ‘commerciali’ dove vengono pubblicati gli autori più conosciuti e ben venduti, ne abbiamo altre molto piccole che sono in grado di trovare dei veri tesori letterari. La nostra casa editrice, nonostante i successi editoriali, non si è sottoposta alle regole del mercato. Grazie alla diversità che caratterizza il nostro mercato editoriale anche delle imprese piccole possono influenzare il panorama letterario della Polonia. Non sono solo i libri a sensibilizzare i lettori ed a renderne coscienti dei valori di quella varietà, ma anche le riviste. Dopo l’89 (l’anno in cui crolla il sistema comunista in Polonia e sta per nascere la democrazia) abbiamo avuto oltre 500 riviste culturali. A noi piace litigare, polemizzare, condurre una guerra “polacco-polacca” e lo facciamo tramite le riviste. Grazie a questo movimento, sulla scena letteraria sono apparsi tantissimi scrittori ed il boom di scrittori e lettori ha spinto la gente ad impegnarsi nella vita culturale. Sono nati tantissimi progetti perché in un mondo così caotico la creatività fiorisce. Poi, quando sono apparse le multinazionali che hanno cominciato a pubblicare gli autori più noti, le piccole e medie case editrici hanno mantenuto il loro ruolo di ricerca degli autori giovani. Osserviamo sempre la dinamica del cambiamento, noi creiamo i letterati da zero, gli diamo una chance, mentre le multinazionali si limitano a proporre quelli trovati da noi un po’ di tempo prima, già conosciuti e propongono così il canone. Insomma tutto comincia dalle case editoriali di nicchia, sperimentali.

Se dovesse scegliere i libri più importanti degli ultimi decenni da proporre al lettore italiano cosa consiglierebbe?
La letteratura polacca dopo l’89 può essere divisa in tre periodi. Il primo, quello dopo il crollo del comunismo, allora la letteratura scritta dagli autori nati negli anni ’60, è la fuga dalla letteratura impegnata. In questo periodo tutti gli scrittori, sia quelli pienamente inseriti nell’establishment, sia quelli della “seconda circolazione” vengono rifiutati. I lettori non vogliono più leggere dei problemi sociali e per lo più della politica. Arriva la corrente della letteratura postmoderna che in altri paesi europei è presente già da tanto tempo. I letterati credono che la descrizione della realtà politica e sociale a loro contemporanea non sia più la chiave di una buona letteratura. È famoso un tipo di manifesto scritto dai tre poeti, tutti dello stesso nome - Marcin, dove possiamo leggere: ”avremmo potuto scrivere le poesie piene di belle idee/.../ però fuori la finestra non c’è proprio un cazzo d’idea”. Così vengono rifiutate delle belle parole come la Polonia, l’idea o la nazione, i polacchi non vogliono più sentire le bugie degli scrittori comunisti né delle lamentele degli oppositori. Quello che è importante è l’uomo, la sua vita, le sue emozioni. Due grandi scrittori fuggono dalle metropoli e si decidono a vivere ai margini della civiltà, sono Andrzej Stasiuk e Olga Tokarczuk. Stasiuk nei suoi libri ci mostra la Polonia Z non A, non B, neanche C ma proprio Z, totalmente sconosciuta alla maggior parte dei polacchi (non parlando degli stranieri) dove non c’è niente che potrebbe attrarre i turisti, trova i posti dove il progresso si è fermato tanti anni fa. Invece Tokarczuk crea una nuova mitologia che può essere paragonata al realismo magico. Per quanto riguarda il primo decennio dopo il cambiamento del sistema, potrei consigliare il suo libro “Prawiek i inne czasy” (tradotto in inglese ed intitolato "Primeval and Other Times") oppure quello di Andrzej Bart che è servito come il canovaccio per uno dei film polacchi più premiati degli ultimi anni ossia “Rewers”.
Dopo il decennio d’euforia il nostro entusiasmo cala, la nuova generazione, cresciuta negli anni dell’ottimismo, si sente delusa. Adesso vengono a galla la disoccupazione, la dittatura dei mass media, il nostro aprirsi acritico all’Ovest. I giovani appena laureati non vedono più il loro futuro in Polonia e si decidono a emigrare. Negli anni ’90 sembrava impossibile il ritorno della letteratura impegnata, ma dopo 10 anni torniamo alla discussione sulla società, sull’oggi, sulle nostre aspettative e sulle delusioni.

E così sulla scena letteraria appaiono i giovani scrittori ribelli come Slawimor Shuty che descrivono il mondo usando la lingua del gergo e delle bestemmie?
Appunto. Non sono più dei romantici che combattono contro “i vecchi”. Sono delle persone ben istruite a cui, nella loro giovinezza, è stato sempre ripetuto che il paese stava bene, e che migliorava sempre. Ed ecco, dopo la laurea devono iniziare il lavoro nelle multinazionali alla stregua delle macchine oppure fuggono all’estero. Non è esattamente il massimo delle loro aspirazioni. E quindi vengono pubblicati i libri che criticano il consumismo, il mobbing, la cultura delle multinazionali e l’ostilità verso le minoranze sessuali. Sono le persone della mia stessa età che si scontrano con la realtà. La letteratura viene di nuovo discussa non solo dai letterati, ma anche dalle persone che si occupano delle scienze sociali. Uno dei libri più famosi è “Tartak” dove Daniel Odija descrive come funziona il capitalismo oppure “Gnój” di Wojciech Kuczok che parla delle difficili relazioni familiari. I libri degli autori nati negli anni ’70 caratterizzano il progresso verso un’inevitabile collasso.
E così arriviamo all’anno 2010 quando comincia il terzo periodo della letteratura polacca contemporanea. Adesso cominciano a pubblicare i giovani nati dopo il cambiamento dell’89 che non ricordano i tempi del comunismo e che sono cresciuti nel mondo moderno. Sono dei ragazzi senza aspirazioni: hanno tutto e non avendo bisogno di niente si annoiano. Abbiamo avuto un grande dilemma quando ci è stata proposta la pubblicazione di “Nie uderzy zaden piorun” di Dominika Ozarowska. Un critico ha scritto che è uno dei libri che non parla di niente, dove non succede niente tranne la scena alla pagina 300 (il libro ne ha 400) dove la nonna si rompe una gamba ed...è vero. I protagonisti passano il tempo nelle discoteche, nei cinema e nei centri commerciali, non hanno niente da fare e non hanno bisogno di parlare perché tutto quello che c’è da dire è già stato scritto su Facebook. Come dice il titolo “non li colpirà nessun fulmine”, vivono in una realtà noiosissima. Fra un po’ si laureeranno, cominceranno a lavorare in una multinazionale, accenderanno un mutuo e nei weekend si ubriacheranno con gli amici. Dopo la pubblicazione del libro nel 2010 sono venuti da me i miei studenti e mi hanno detto: “è proprio la voce della nostra generazione.”

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