Francesca Tuscano intervista Roberto Bertoldo

Roberto Bertoldo è docente di scuola superiore. Nel 1996 ha fondato e tuttora dirige la rivista internazionale di cultura "Hebenon" (www.hebenon.com). Si è interessato in particolare di filosofia e di letteratura dell?Ottocento e del Novecento. Ha pubblicato libri di poesia, di narrativa, di filosofia e di teoria della letteratura.

 

Nel 1996 hai fondato la rivista Hebenon. Cosa ti ha convinto a far nascere una nuova rivista letteraria, e che linea editoriale le avevi dato inizialmente?
Volevo una rivista che non accettasse compromessi di alcun tipo, che non avesse un taglio ideologico e che non fosse preclusa a chi non apparteneva alle lobby. Inizialmente, insieme ai collaboratori, si voleva sondare la produzione poetica italiana senza farsi irretire dai valori, o presunti valori, consolidati. L’idea di fondo era, e per quanto mi riguarda ancora è, che la serietà dell’impegno fosse prerogativa irrinunciabile per uno scrittore che meritasse l’attenzione dei critici.

Nel tempo, accanto alla rivista sono nati i Quaderni, dedicati alla scoperta o riscoperta di autori come Alfredo De Palchi; poi la collana di poesia (ora solo straniera) edita con Mimesis e infine il NOBELito. Perché hai avvertito la necessità di creare queste altre pubblicazioni e attività?
La rivista fungeva più che altro da vetrina e non permetteva l’approfondimento degli scrittori trattati. Alcuni autori, che avevano ormai alle spalle una lunga militanza, meritavano, secondo noi, una maggiore attenzione critica, almeno da parte nostra. Inoltre volevamo anche trattare a più voci e più diffusamente alcune tematiche letterarie. Infine, i quaderni miravano pure al recupero di scrittori del passato recente. Col tempo i quaderni hanno ceduto il posto alla collana di poesia, prima edita con la casa editrice Asefi di Milano e poi, dopo la prematura scomparsa del lungimirante editore Gianfranco Monti, con Mimesis, sempre di Milano, diretta da Pierre Dalla Vigna. Ad essa si affianca anche una collana di saggistica, che ha pubblicato testi di Jakobson, Lotman, di Chateaubriand, e un saggio su Pasolini, collana che poi si è spostata anch’essa da Mimesis, pubblicando altri volumetti di testi riediti o inediti di vari autori italiani e stranieri dell’Ottocento e del Novecento.
Il NOBELito, infine, è stato istituito, con dedica lampante ad Albert Camus, per promuovere l’opera di scrittori di valore, italiani e stranieri, zittiti dall’industria culturale e da poteri politici antidemocratici. Si ambiva a risvegliare la letteratura libera da interessi imprenditoriali e orientata al recupero della sua funzione civile. Dopo due edizioni, delle quali solo la prima, grazie al contributo finanziario del comune di Burolo, è stata organizzata com’era nelle nostre intenzioni, il premio ha dovuto chiudere i battenti.

Hebenon si è andata sempre più dedicando allo studio delle letterature straniere e alla traduzione di autori stranieri. Perché?
Quando decisi di cambiare linea editoriale lo feci per due motivi: 1. Già diverse autorevoli riviste, in particolare nella nostra zona, pubblicavano tanti autori italiani, ma non c’era, o era limitata alle indicazioni che provenivano dai centri culturali universitari, l’attenzione agli autori stranieri che non fossero quelli legati alla propaganda ufficiale. Mancava insomma una ricerca che mirasse a rintracciare gli scrittori non necessariamente appartenenti ai clan, clan presenti anche all’estero. Il premio NOBELito che fondammo contemporaneamente alla svolta editoriale sosteneva questa ambizione proletaria. 2. Proprio questi clan, italiani, stavano infettando la rivista; ho voluto liberarmene.

Nell’ultima serie di Hebenon tu, in quanto direttore, scrivi: “Non si pubblicano poesie e racconti di, recensioni e saggi su, autori italiani viventi” - una scelta che ha suscitato qualche polemica in un blog letterario. Ci puoi spiegare il suo significato?
Una polemica assurda, portata avanti da chi vuole solo pubblicare e non si impegna per la cultura. Infatti abbiamo perso tutti gli abbonamenti. Chi ha smesso di abbonarsi ha dimostrato di non interessarsi davvero alla poesia ma solo a se stesso. Invece Hebenon ha scoperto, grazie ai collaboratori, un numero enorme di poeti, più o meno validi senz’altro, ma testimoni di quanto si fa all’estero. Leggerli non avrebbe fatto male a quei poeti italiani che hanno una così grande considerazione di se stessi.

Accanto ad Hebenon, molto di recente, hai creato anche un foglio, “Azione letteraria”. Da quale esigenza è nato?
Dall’esigenza di condannare la tangentopoli letteraria, il nepotismo e tutte quelle forme mafiose che danneggiano la cultura. Purtroppo anche questa esperienza, come il NOBELito, ha dovuto chiudere per ‘voluto’ disinteresse dei media.

La tua attività letteraria non si limita, certo, a quella di direttore di Hebenon. Tu sei poeta, narratore, saggista e teorico/filosofo. Che ordine daresti a queste tue attività, se un ordine si può dare?
Ho cominciato a scrivere poesie quasi quotidianamente a otto anni, racconti a dodici e saggi a sedici. Per quanto fossero tutti testi senza importanza, rappresentano l’ordine della mia natura espressiva. Lo conferma il fatto che ogni mia scrittura, anche quella saggistica, parte tuttora da un’emozione, che poi trova sbocco in un genere, spesso alterandolo.

Come teorico sei autore di alcuni libri di filosofia (Nullismo e letteratura, Interlinea 1998, Mimesis 2011; Principi di fenomenognomica, Guerini 2003; Sui fondamenti dell’amore, Guerini 2006, Anarchismo senza anarchia, Mimesis 2009, Chimica dell’insurrezione, Mimesis 2011; Istinto e logica della mente. Una prospettiva oltre la fenomenologia, Mimesis 2013) nei quali fondi e sviluppi un pensiero che definisci “nullista”. Cos’è il Nullismo? E in cosa differisce dal Nichilismo? Qual è la differenza tra “niente” e “nulla”?
Il niente è heideggerianamente il non-ente, ma non è il nulla, in quanto il non-ente, il niente, è l’Essere, che per me è semplicemente la materia, nelle sue variabili acquisizioni scientifiche. L’Essere, ossia la materia, ha in sé la tendenza a nientificare e rientificare, quindi l’ente è la vocazione dinamica dell’Essere. L’Essere ha insomma una fenomenologia materiale, da non confondersi con l’epistemologia fenomenologica, la cui nientificazione produce l’annullamento del tempo. La materia statica, lo spazio, consiste nel Niente ovvero nel nulla ontico, non ancora nel Nulla assoluto, ossia nel Nulla ontologico. Il Nulla, il nulla assoluto, è quindi il non essere, il Nulla ontologico.
Bene, il nichilismo è tale quando la sua fede comprende il nulla ontico o niente, il nulla ontologico e, come conseguenza, il nulla assiologico. Questa assenza di valori, questo nulla assiologico, viene invece rigettata da quello che ho chiamato Nullismo, il quale rappresenta la resistenza titanica al niente. Non sono degli illusi i Nullisti, essi guardano in faccia l’arido vero come direbbe Leopardi, secondo me il padre legittimo del Nullismo, ma nello stesso tempo non si rassegnano ad esso pur sapendo che gli soccomberanno. La mancanza di uno scopo eterno non toglie senso alla vita e ai suoi valori, anzi è proprio questa mancanza a poter rendere l’uomo più attaccato alla vita, non solo alla propria, ma a quella di tutti. Il dottor Rieux, ne La Peste di Camus, è un esempio convincente di questa lotta solidale.

Cosa significa essere nullista, dal punto di vista dell’impegno intellettuale e umano?
Significa mettere tutto se stesso al servizio dell’attività che si svolge e la propria attività al servizio degli altri. L’impegno, il lavoro, non è in questo, non è nella nostra vocazione, ma in ciò che siamo obbligati a fare per sopravvivere e per poterla praticare liberamente. Ritengo che questa società classista e capitalistica sia poco adatta ai nullisti, perché mette in secondo piano i valori umani, anzi addirittura non li prende in considerazione.

In un periodo in cui la ricerca sembra scomparsa, nell’arte, e le espressioni creative diffuse a livello di massa sono standardizzate a livello della banalizzazione, che senso ha il dibattito (ormai di moda) su canone e poetica?
Nessuno, hai ragione, nessuno! Soprattutto se è dogmatico. E soprattutto perché la stessa standardizzazione è ovviamente dogmatica, quindi fare risplendere un canone o una poetica significa mettersi dalla stessa parte, variando soltanto l’estetica della massificazione. Altro discorso se il dibattito è puramente discorsivo e non valutativo, oppure, ed è preferibile, se non contempla unicamente l’aspetto estetico. Una scienza dell’arte, insomma, è benvenuta, perché altrimenti le poetiche resterebbero solo formali. Una scienza dell’arte demarca la banalizzazione e la standardizzazione, per questo è fondamentale.

Negli ultimi anni, si sta verificando un accanimento contro il Postmoderno, che a me pare equivalente alla sua esaltazione degli anni passati. Nel tuo “Nullismo e letteratura” tu dedichi uno spazio significativo al Postmoderno, distinguendone uno forte e uno debole, che coincide con il decadentismo. Come ti poni all’interno del più recente dibattito sul Postmoderno? E cos’è il “Postmoderno forte”?
Il postmoderno forte è il nullismo, con la sua deriva scettica e la sua accettazione del progresso gnoseologico. Esso è in pratica, sulla base di Thomas Kuhn, il postmoderno storico, che assume il nuovo paradigma scientifico e le sue conseguenze epistemologiche. Rifiuto dunque tutte le teorie che vedono nel postmoderno la nostalgia del moderno. Sí, certo, si è delineato un postmoderno simile in tutto il Novecento, e lo possiamo chiamare debole, ma preferisco per esso la dicitura “decadentismo”. Se finora il postmoderno storico ha quasi sempre coinciso con il decadentismo è solo per via delle resistenze borghesi, simili alle resistenze che la nobiltà faceva nei confronti del moderno. Contro questo postmoderno decadente ho scritto negli anni novanta. Gli altri postmodernismi o postmoderni, sia per la varietà di applicazione terminologica sia per le diverse posizioni teoriche, contemplano un po’ di tutto e quindi il loro uso diviene poco serio, direi strumentale. Assumono una qualche importanza, per quanto creatrice di confusione, nel ristretto campo delle arti. Ho cercato di dirimere la questione nel saggio che tu citi. Oggi il dibattito è divenuto capzioso.

Tu sei un insegnante di scuola superiore. Esiste un rapporto tra la tua professione e la tua attività di creazione e di ricerca? E in che modo questa attività entra nel tuo insegnamento?
No, non c’è, per mia scelta, un rapporto diretto. Solo qualche volta ho invitato degli scrittori e dei critici a parlare con gli allievi. Esperienza in molti casi positiva ma che ho dovuto per ora sospendere perché non più sostenuta dalla dirigenza. Per il resto, la ricerca mi tiene mentalmente sveglio e amplia le mie competenze, tutto questo ha ricadute positive sulla didattica, anche perché lasciati alle loro curiosità i giovani ci bombardano di domande su qualsiasi argomento e bisogna essere il più possibile preparati per soddisfare le loro esigenze.

A mio avviso, proprio in un periodo di grande superficialità culturale come l’attuale, si è creata una retorica (spesso stucchevole) della lettura, del ruolo della scuola e della cultura. Tu, da intellettuale e insegnante, cosa ne pensi? Parli di questo con i tuoi studenti?
Sí, a volte capita che ne parli, per esempio quando mi chiedono cosa ne penso di Fabio Volo o di Federico Moccia scrittori. Io credo che non si debba condannare la lettura di questi autori, tutt’al più si può far notare la differenza tra Volo e Proust nell’indagine dei sentimenti, per far capire che ci sono due diversi livelli di profondità e che se i giovani citano le frasi di Volo non è perché esse siano più intelligenti di quelle di Proust ma perché non leggono quest’ultimo. C’è molta pigrizia intellettuale ma se superano questa i giovani sono in grado di apprezzare scrittori come Proust, di sorprendersi di fronte alla sua capacità di descrivere gli stati d’animo. Ebbene, la scuola dovrebbe dare il tempo, ai docenti e agli studenti, di leggere attentamente questi scrittori o i filosofi, di interpretarli, di discutere sulle loro idee, magari tagliando una parte del programma. A cosa serve far vedere che esistono Leopardi, Kant, Pirandello, Musil se poi gli si dà un’occhiata e via, verso altri lidi? Lo studio della storia della letteratura, della filosofia e della scienza è importante, ma da solo sforna tutt’al più dei sapienti, è l’attenta lettura contemporanea dei testi che può sviluppare l’intelletto e la sensibilità.

Viviamo un periodo di grave crisi economico-sociale-culturale. In che misura, secondo te, e in che modalità gli intellettuali devono intervenire in questa situazione?
L’intellettuale deve schierarsi sempre contro il potere, sono completamente d’accordo con quanto dice Alfieri su questo in Del principe e delle lettere. Deve anche rifuggire non solo tutti coloro che accettano il sistema, ma pure quelli che in qualche modo accettano i ‘metodi’ del sistema, solo così può denunciare le ingiustizie sociali, le miserie culturali e i difetti della politica. Purtroppo ormai la gente ha perso la capacità o la volontà di riconoscere ed appoggiare chi, sia esso politico o intellettuale, sta davvero dalla parte dei deboli. Il lavaggio del cervello, mediante la propaganda della frivolezza, è ormai quasi completato e la maggior colpa di questo è proprio degli intellettuali.

Sempre a proposito di intervento attivo nei conflitti sociali, tu hai scritto un interessante pamphlet sulla violenza (Chimica dell’insurrezione). Cos’è per te la violenza? E ne esiste una “giusta”?
La violenza è in ogni nostro atto, può essere brutale o non esserlo, ma ogni relazione è di per sé un “urto” tra chi vi partecipa. Dunque la violenza è inevitabile, come per i marxisti la lotta di classe che in una società classista è sempre presente e necessaria ad indicare i bisogni sociali. Ma la violenza, e la lotta di classe, può divenire brutale quando i bisogni non vengono soddisfatti. Questa violenza non è giusta, anche perché non ha mai portato ad uno stato di giustizia, come le rivoluzioni hanno sempre dimostrato, ma è comprensibile. La sola violenza che io appoggio è la minaccia dei deboli verso i potenti. Il popolo deve imporre la propria forza mantenendosi compatto. La minaccia è nella sua ‘potenzialità’, nella sua potenza. Non ci può essere democrazia senza un popolo forte, unito, minaccioso verso coloro che delega e quindi anche istruito e consapevole.

Ancora a proposito di temi politici e sociali, ricordo che un tuo volume di qualche anno fa (Anarchismo senza anarchia) è stato dedicato alla tua idea di Anarchismo, che definisci “senza Anarchia”. Cosa intendi con questa definizione?
Ogni organizzazione, fondandosi sulla relazione, è gerarchica e in qualche modo, come si diceva prima, violenta. L’anarchia, ossia un’organizzazione senza autorità come diceva Malatesta, è quindi un’utopia. Tuttavia l’anarchismo, cioè il tentativo pur titanico di ottenere l’anarchia, è auspicabile, perché lotta contro ogni inevitabile autorità quando essa risulta socialmente dannosa. L’anarchismo è in sostanza il nullismo politico e di questo eredita la mentalità.

Concludendo e sintetizzando, nel tuo ultimo volume (Istinto e logica della mente) tu scrivi: “Nella mia attività culturale ho sempre cercato di contrastare, in modo possibilmente organico, tre degli attuali nemici dell’umanità: il nichilismo, il capitalismo e la fenomenologia”. Mi sembra una frase che riassume molto chiaramente il senso della tua produzione letteraria e scientifica. Tuttavia, in sintesi, ci puoi spiegare in che modo nichilismo, capitalismo e fenomenologia sono relazionati, e in che senso essi sono “nemici dell’umanità”?
Il nichilismo è soprattutto annichilimento dei valori vitali, il capitalismo pone al primo posto l’aspetto finanziario, la fenomenologia spersonalizza l’uomo. Il loro nesso di nemici dell’umanità è, da questo punto di vista, evidente. Essendo anch’essi l’esito di assiomi, sono primariamente aspetti culturali e vanno combattuti prima di tutto filosoficamente. Le ideologie, di cui sono prodotti il nichilismo, il capitalismo, la fenomenologia così come il nullismo e la fenomenognomica, sono sempre dannose quando scambiano i loro principi inevitabilmente pregiudiziali per assunzioni ‘valide’, invece di considerarli, come fanno il nullismo e la fenomenognomica, delle semplici assunzioni.

Infine, a cosa stai lavorando adesso? E che prospettive vedi per Hebenon?
Come sempre mi esprimo sui tre fronti, su tematiche però differenti. Riguardo la saggistica, sono tornato ad interessarmi di estetica. Gli studi che ho fatto sul sentimento, la politica e la mente mi stanno dando frutti interessanti che mi permettono ora di sviluppare e approfondire, anche in chiave psicologica, sociologica e biologica, le mie idee estetiche dei primi due saggi.
Hebenon va avanti alla giornata per le continue difficoltà economiche, forse diventerà online, una soluzione che potrebbe anche essere vantaggiosa, ma che non mi piace. Vedremo. Intanto è in uscita il nuovo numero, pur con tre mesi di ritardo, la prima volta che accade in 18 anni di attività. È un segno, uno dei tanti, della crisi odierna.

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