Ivan Tomic intervista Massimiliano Tortora

Massimiliano Tortora insegna Letteratura Italiana Contemporanea presso l’Università degli Studi di Perugia. È direttore de «L’Ellisse. Studi storici di letteratura italiana» e redattore di «Allegoria». Si è occupato dei principali autori del modernismo italiano, dedicando saggi e volumi a Svevo, a Tozzi, a Ungaretti, a Montale (sta uscendo proprio in questo 2015 la monografia «Vivere la propria contraddizione». Immanenza e trascendenza in Ossi di seppia di Montale, Pacini, Pisa). Nel 2012 ha anche pubblicato, insieme a Luperini, Sul modernismo italiano (Liguori), mentre l’anno precedente ha curato la sezione tematica di «Allegoria» su Il modernismo in Italia

 

Qui a Perugia sta nascendo il Centre for European Modernism Studies di cui tu sei uno dei fondatori. Il CEMS si propone di studiare il Modernimo europeo. Perchè questa esigenza?

Il progetto nasce a Perugia, presso l’Università degli Studi, e coinvolge circa una ventina di atenei, sia italiani (hanno già aderito tra gli altri Perugia stranieri, Pisa, Siena stranieri) che stranieri (da Istanbul a Toronto, passando per Manchester, Chambery, Utrecht, Vienna, Malta e così via). Per rispondere alla tua domanda, mi piace ricordare che l’idea di istituire un centro studi che monitorasse gli studi sul modernismo e si facesse promotore di una serie di ricerche volte a conferire a questa categoria critica una dimensione europea e transnazionale, è venuta a me e ad Annalisa Volpone, che a Perugia insegna letteratura inglese, e da anni si occupa di Joyce. E tutti i colleghi, sia di Perugia che degli altri atenei, che abbiamo interpellato e che sono co-fondatori del centro insieme a noi, hanno voluto aderire al progetto proprio perché avvertivano l’esigenza di estendere la categoria di modernismo oltre gli steccati della letteratura anglo-americana.
Questa esigenza nasce da diversi fattori, ma per questioni di tempo ne citerò solo uno, benché ampio. In questo momento la critica letteraria, sia pure timidamente, sta cercando di ridiscutere i confini, le periodizzazioni, addirittura i generi; e tale riformulazione dei valori letterari – che ripeto è poca cosa rispetto agli anni Sessanta e Settanta, ma sembra un fiume in piena se paragonata alla situazione asfittica degli anni Novanta e dei primi anni Duemila – impone naturalmente un dialogo tra comunità scientifiche diverse, tanto più se appartenenti a culture, nazioni, tradizioni differenti. A ciò si aggiunga che il primo Novecento – il periodo che vogliamo studiare – è un periodo fitto di contraddizioni, di crolli di alcuni sistemi epistemologici sostituiti da altri, di confusione politica che spesso ha portato all’ascesa di regimi totalitari. Sarebbe inutile sottolineare le similitudini con i nostri giorni, se non per giustificare la specifica attenzione odierna agli anni del Modernismo.

Dunque tu pensi che esiste veramente un Modernismo europeo, diverso dal ben più noto Modernismo inglese? E non temi il rischio di proporre, seppur in altri termini, una riflessione ormai datata?

A rendere datate le ricerche non sono gli oggetti presi in esame, ma gli studiosi che le fanno; e a fatica mi tengo dalla lode e dall’attestazione di stima nei confronti dei ricercatori del CEMS e dei loro lavori. Quanto al modernismo vero proprio, è un dato che in alcuni contesti questa categoria, finora assente, sta cominciando a diffondersi. Prendo l’esempio della letteratura italiana: negli ultimi dieci anni si sta lavorando su queste coordinate e si è giunti, al di là delle sfumature che possono distanziare le tesi dei diversi studiosi, ad una definizione di modernismo che non è quella inglese. E lo stesso, talvolta usando il termine modernismo in altri casi ricorrendo a vocaboli diversi, sta accadendo per altre letterature nazionali. Tornando all’Italia, a questo punto si aprono due strade: o si ritiene che di fatto quello italiano sia un modernismo più o meno incompatibile con quello inglese (Svevo, Pirandello, Tozzi, ma nemmeno Gadda, si abbandonano a un monologo interiore come quello di Joyce o al discorso indiretto libero di Virginia Woolf, o a un pluriprospettivismo alla Faulkner), oppure si tenta di individuare un minimo comune denominatore (e questo ovviamente per tutte le realtà linguistiche). Beh, ed è questa la scommessa, noi riteniamo che partendo dalle strutture testuali e dai temi si possa risalire ad una comune visione del mondo che è appunto quella modernista. Solo che per far tutto questo occorrono tanti anni e tanti studiosi. Di qui l’esigenza di fondare il CEMS

Naturalmente è difficile immaginare quali saranno le conseguenze critiche del vostro lavoro. Ma quali saranno invece gli strumenti che utilizzerete e quali tipologie di progetti intendete impiantare per raggiungere i vostri obiettivi?

Premetto che la risposta può essere solo parziale. A maggio avremo il primo workshop, in cui tutti i fondatori parteciperanno e dunque inizieremo seriamente a ragionare sulle strategie da adottare. Certamente una parte dei progetti riguarderà momenti di incontro, di studio e di riflessione: convegni, seminari, workshop, ma anche volumi collettanei e naturalmente forme di dialogo più immediato attraverso il sito. Una parte di iniziative può riguardare la didattica e soprattutto sarà volta a favorire l’incontro (e lo scambio) tra docenti di atenei diversi che lavorano sui medesimi argomenti. Infine anche noi, come tanti altri attuali centri di studio, dovremo fornire agli utenti delle mappature e delle banche dati che si offrano come rapidi e utili strumenti di ricerca. Come ho detto, mi tengo sulle generali poiché la prima riunione più articolata si terrà solo in primavera. Tuttavia, per come lo stiamo pensando, il Centro deve essere più che una struttura piramidale, un reticolato policentrico, in cui ogni unità da un lato conserva piena autonomia, e dall’altro partecipa all’insieme dell’istituzione. Dunque alcune di queste iniziative possono essere avviate in un ateneo, e non in un altro.

Hai parlato di ricadute didattiche. Il prossimo anno accademico, presso il Dipartimento di Lettere del nostro Ateneo, si terrà un corso di European Modernism Studies per la Laurea Magistrale in Lingue. Immagino che sia legato ai lavori del CEMS. E di che si tratta?

Certamente il corso di European Modernism Studies nasce sull’onda dell’entusiasmo della fondazione del CEMS. Si tratta fondamentalmente di un corso di letterature comparate incentrato sul primo Novecento, ossia sul modernismo. Questo insegnamento si terrà in lingua inglese, e verrà tenuto da docenti di atenei stranieri (visiting professor) esperti della materia. Abbiamo già stretto un accordo di massima con il docente del prossimo anno accademico, così come con la collega che ha dato disponibilità per l’anno successivo. L’obiettivo ovviamente non è solo quello di arricchire il nostro Ateneo – scelta meritoria da un punto di vista “particulare”, ma irrilevante in un contesto più ampio –, ma di fare in modo che da un punto di vista didattico si cominci ad assumere un orizzonte “internazionale” (nel senso etimologico del termine). E nel momento in cui i docenti iniziano a muoversi, anche gli studenti possono cominciare a ragionare su una logica più ampia di quella nazionale.

Se il modello di ricerca proposto dal CEMS avrà successo, come ti auguro, esso potrebbe diventare un esempio da seguire. L’impressione è che ormai “fare ricerca” al tempo della crisi voglia dire proporre progetti che coinvolgano sempre più una comunità di studiosi che travalica i confini nazionali, capace di condividere risorse umane ed economiche. Che ne pensi?

Certamente tocchi un punto centrale, qual è quello economico (in tutti i suoi aspetti). Fare ricerca oggi vuol dire cercare compagni di viaggio che il più delle volte non risiedono in Italia (anche se spesso sono italiani), e questo vale per quasi tutte le discipline, comprese quelle che riguardano l’italianistica. In questo senso la crisi spinge a fare cordata, a unire le forze, a dialogare. E ovviamente, come dicevi tu, a condividere risorse umane e a ricercare fondi. Ma le necessità pratiche non riescono mai ad essere un vero e autonomo motore dell’azione, per quanto possano costituirne un formidabile volano. Questo dialogo può decollare solo nella misura in cui è conseguenza di un’esigenza più profonda e di un’urgenza di fondare la cultura sul dialogo e sul confronto. Questa esigenza e questa urgenza secondo me ci sono, tanto più in questi anni di crisi economica e politica; e sono quelle che hanno mosso molti miei colleghi e me a fondare il Centre for European Modernism Studies.
A breve il CEMS aprirà il proprio sito web. Nel frattempo, chiunque volesse avere informazioni o intendesse avanzare proposte di collaborazione può contattare Massimiliano Tortora e Annalisa Volpone ai seguenti indirizzi mail: annalisa.volpone@unipg.it massimiliano.tortora@unipg.it

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