Paolo Silvestri intervista Julijana Vučo

Julijana Vučo è Professore Ordinario di Lingua Italiana, Didattica dell'italiano e di Linguistica Educativa presso la Facoltà di Filologia dell'Università di Belgrado e presso la Facoltà di Filosofia dell'Università del Montenegro. Si occupa di sociolinguistica, linguistica applicata e glottodidattica dell’italiano come lingua straniera. Ha pubblicato numerosi libri di testo e manuali di italiano per le scuole elementari, medie, superiori e per l’università. È Consulente del Ministero della Pubblica Istruzione della Serbia per l’insegnamento delle lingue straniere e l’insegnamento bilingue. Ha tradotto opere di molti autori italiani, fra i quali Calvino e Pirandello.

 

Julijana, ci siamo conosciuti qualche tempo fa all’ultimo congresso della SILFI a Madrid, in una tavola rotonda dedicata alla diffusione della lingua italiana nel mondo, con rappresentanti di diversi paesi. Tutti più o meno ci lamentavamo della situazione “di nicchia” in cui spesso siamo relegati, e viceversa mi ha colpito il tuo ottimismo nel descrivere il panorama dell’italiano dall’altra sponda dell’Adriatico. Che spazio ha lo studio dell’italiano, e in generale delle lingue straniere, nell’Università di Belgrado?

L’italiano ha una posizione ben consolidata nell’Università di Belgrado. Viene insegnato presso la Facoltà di Filologia, dove più di 300 colleghi insegnano 34 lingue straniere con le rispettive culture a circa 10.000 studenti. La Cattedra di Lingua e Letteratura Italiana è una delle più antiche tra quelle di lingue straniere, è stata fondata nel 1930 dal professore di origine slovena Stanko Škerlj, e attualmente l’italiano è tra le lingue più studiate, la seconda dopo l’inglese. Un corpo docente di 20 insegnanti trasmette i valori della lingua e della cultura a circa 400 studenti di italiano come prima materia e ad altri 400 di italiano come seconda lingua. Hanno contribuito al consolidamento dell’italianistica belgradese grandi professori quali Eros Sequi, Sergio Turconi, Nikša Stipcevic, Ivan Klajn e altri. L’italiano viene anche insegnato presso la Facoltà di Filosofia e il Conservatorio.

Tu però conosci direttamente la situazione dell’italiano anche nelle scuole elementari e secondarie. Ci dici qualcosa a questo riguardo?

La situazione dell’italiano nel sistema educativo serbo non è stata molto felice fino a una quindicina di anni fa. Si studiava soltanto nelle scuole di musica e nei due licei filologici. Invece, dal 2003, è entrato, insieme allo spagnolo, come seconda lingua straniera nel sistema scolastico e fa parte della rosa delle lingue studiate nell’iter educativo della Serbia insieme all’inglese, al russo, al francese e al tedesco. Attualmente lo studiano circa 12.000 studenti delle scuole elementari, medie inferiori e superiori e degli istituti tecnici, cifra che rappresenta il 2% circa della popolazione scolastica serba. Il Ministero della Pubblica Istruzione ha organizzato programmi curriculari per tutti i livelli di studio e sono stati pubblicati libri di testo scritti da autori locali per le scuole elementari e le medie inferiori, ma vengono anche importati manuali italiani, specialmente per le scuole superiori. L’italiano si studia dal 2004 anche nella sezione bilingue italo-serba del Terzo liceo di Belgrado, insegnamento che è sostenuto dal Governo italiano con un lettore.

E al di fuori dell’ambito scolastico, c’è in generale nella società serba interesse per l’Italia e per la sua lingua? Per quali ragioni?

Il fenomeno del “made in Italy” ha contribuito a rendere la lingua italiana ben vista, amata e perciò anche studiata, presente nei nostri paesaggi linguistici fin dal periodo del boom economico degli anni sessanta, dal periodo degli impermeabili di plastica, delle calze di nylon, della Vespa, della Cinquecento, dei gelati all’italiana, della pizza... L’Italia come meta un po’ idealizzata, lo stivale circondato dai mari e sigillato dalle Alpi al nord, l’Italia dei profumi mediterranei, la culla della civiltà, dell’arte e della bellezza, l’Italia del calcio, della moda, della gastronomia... E l’italiano è una tra le lingue che tutt’oggi mantiene un alto livello di diffusione per ragioni storiche, fin dai tempi dell’ex Jugoslavia, e anche economiche, con la presenza per esempio della FIAT nella città di Kargujevac, nel cuore della Serbia, dove ha ancora uno dei suoi centri di produzione.

Potresti invece dirci qualcosa sulla diffusione dell’italiano negli altri paesi dell’ex Jugoslavia?

È una situazione piuttosto complessa, con influssi molteplici, perché si tratta di una realtà nuova e che si riferisce a sei diversi paesi: la situazione serba l’abbiamo delineata, ma restano quelle della Slovenia, della Croazia, della Bosnia-Erzegovina, del Montenegro e della Macedonia, ognuna con le proprie caratteristiche e particolarità. In generale possiamo trovare dei punti in comune: la popolarità dell’italiano, presente e amato (e sempre di più scendendo verso il sud), l’italiano come lingua minoritaria in Slovenia e in Croazia, l’insegnamento dell’italiano come seconda lingua straniera nelle scuole elementari e medie, la presenza dell’italiano a livello universitario, con cattedre fondate agli inizi del secolo XIX in Slovenia (Ljubljana), in Croazia (Zagabria, e Zara, con lunga tradizione ed eccellenti italianisti e giovani sedi, come Fiume, Pola, e Spalato), e in Serbia (Belgrado e Kragujevac), fino a quelle più giovani del Montenegro (dal 1993), la Bosnia ed Erzegovina (con sedi a Sarajevo, Tuzla, Banja Luka) e la Macedonia (Skopje, Shtip e Tetovo). Ci sono anche problemi comuni legati alla crisi economica, che minaccia l’insegnamento delle seconde lingue straniere nei sistemi educativi, e tra queste anche dell’italiano, con la conseguente riduzione del corpo docente; i finanziamenti dall’Italia diminuiscono, si dispone di un minor numero di borse di studio per il perfezionamento dell’italiano presso le sedi e i centri quali le Università per Stranieri di Perugia, Siena, Reggio Calabria e altre. D’altra parte si sono però aperte possibilità di collaborazione universitaria legate ai programmi europei, a cominciare dall’Erasmus. Si nota anche il calo del numero di studenti dell’insegnamento “informale” nelle scuole e nei corsi di lingue, sempre per ragioni economiche legate alla crisi.

Tu sei anche un’esperta traduttrice. Quali sono gli autori italiani più diffusi e tradottti?

La letteratura italiana è da sempre presente dalle nostre parti, e sono stati tradotti i più importanti autori, a cominciare dai classici, ma sono anche seguiti i nuovi nomi che si impongono sul mercato internazionale. Ci sono autori le cui opere sono state tradotte integralmente, da Eco ad Ammaniti, e c’è anche interesse per la saggistica, in particolare di tipo storico e culturale.

Vivi in una realtà complessa dal punto di vista linguistico. Che effetti ha questo panorama così variegato sulla traduzione e sul mercato editoriale?

Il panorama linguistico, già di per sè dinamico, lo è diventato ancora di più dopo gli anni novanta e la divisione politica della ex Jugoslavia. Si sono definite le nuove lingue nazionali e di conseguenza anche il bisogno di leggere le opere tradotte in lingua croata, serba, bosniaca e montenegrina. La case editrici pubblicano quindi testi tradotti in varie lingue e sono state fatte nuove traduzioni di classici italiani, ma anche di autori moderni. La traduzione di un’opera viene naturalmente vista come una parte del proprio patrimonio culturale.

Ti ringrazio molto Julijana, e vorrei concludere con una domanda più personale: per quali motivi ti sei avvicinata all’italiano, e poi come mai hai deciso di dedicare al suo studio e alla sua diffusione la tua attività professionale?

Ti ringrazio d’avermelo chiesto e rispondo molto volentieri alla tua domanda. Si tratta di una scelta giovanile che negli anni si è dimostrata anche fortunata. Da giovanissima studiavo canto lirico e volevo dedicarmici completamente, studiandolo al conservatorio. Però, dopo il diploma liceale, dovevo perfezionarmi e aspettare altri due anni prima di potermi iscrivere al conservatorio. I miei genitori, preoccupati per il mio futuro, insistettero affinché studiassi qualcosa nel frattempo, e scelsi l’italiano perché vicino alla musica e alla lirica. Pian piano, gli studi di lingua e cultura italiana mi piacquero e divennero il centro della mia attività, tanto da abbandonare i sogni musicali. Ora non canto più, ma so apprezzare le interpretazioni operistiche. L’insegnamento non è stata la professione che ho sognato da piccola, è capitato che iniziassi a insegnare per puro caso, con una supplenza in una scuola di lingue, ma una volta entrata in classe sono stata contagiata da una atmosfera produttiva ed utile, da un’attività che ha un senso profondo e che ti permette di vedere i risultati del tuo lavoro. Poi sono entrata all’università qualche anno più tardi e, come le ciliegie, una tira l’altra...

E, oltre all’insegnamento, di quali setttori di ricerca ti occupi?

Ho cominciato occupandomi di linguistica contrastiva serbo-italiano, e anche del settore, allora in via di sviluppo e al quale nessuno dei colleghi era interessato, della didattica dell’italiano e del nesso lingua-educazione, quella che oggi si chiama Linguistica Educativa. Con la definizione delle politiche linguistiche europee basate su plurilinguismo e interculturalità applicate ai sistemi scolastici, l’interesse per lo studio del rapporto fra lingue materne, straniere e minoritarie cresceva. E crescevano anche la presenza e l’importanza dell’italiano, con la conseguente necessità di divulgarlo attraverso l’elaborazione di programmi curriculari, libri di testo, educando e formando gli insegnanti, traducendo le opere letterarie e saggistiche. Diciamo che sono stata pronta e disponibile ad accogliere i nuovi bisogni, e questo lavoro, nato un po’ per caso, è divenuto parte integrante di me...

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