Paolo Silvestri intervista Sergio Parussa






Sergio Parussa è nato a Torino, vive a Boston e insegna lingua e letteratura italiana al Dipartimento di Italianistica del Wellesley College. Ha pubblicato articoli e saggi sulla letteratura del Novecento, fra i quali Eros onnipotente: erotismo, letteratura e impegno nell’opera di Pier Paolo Pasolini e Jean Genet (Tirrenia Stampatori, 2003) e Writing as Freedom, Writing as Testimony: Four Italian Writers and Judaism (Syracuse University Press, 2008), pubblicato in Italia da Giorgio Pozzi Editore col titolo Scrittura come libertà, scrittura come testimonianza: quattro scrittori italiani e l’ebraismo (2011). Ha tradotto in inglese, insieme a Brian Kern, il romanzo di Ginevra Bompiani L’orso maggiore (The Great Bear, Italica Press, 2000) e in italiano la novella di L.P. Hartley Simonetta Perkins (Nottetempo, 2008).

 



Si dice che Boston sia la città più europea degli Stati Uniti. È un luogo comune o risponde a verità?

È un luogo comune che contiene qualche piccola verità! L’architettura del centro di Boston ricorda molto l’architettura europea, soprattutto quella delle città inglesi di fine Ottocento. Le case di mattoni rossi di soli due o tre piani, con le tipiche finestre ad arco, che in America si chiamano bay windows, si ispirano certamente all’architettura di certi quartieri del centro di Londra. La facciata della Boston Public Library che sorge sulla piazza principale di Boston, invece, è ispirata alla facciata della Bibliothèque Sainte-Geneviève di Parigi e al Tempio Malatestiano di Rimini. La città, poi, è divisa in quartieri distinti, ciascuno con una propria identità architettonica e storica, come accade in molte città europee; e, al contrario di tante città americane, Boston può essere facilmente percorsa a piedi, o con i mezzi pubblici. Dunque la forma, la struttura di Boston, ricorda per certi aspetti l’Europa. Tuttavia lo spirito della città è americano: per gli Americani Boston è il cuore della rivoluzione; e qui che la storia americana comincia.

Tu hai scelto Boston o Boston ha scelto te?

L’America mi ha sempre affascinato. Ho cominciato a studiare l’inglese quando avevo otto anni e, da studente, mi sono formato leggendo soprattutto autori inglesi e americani: Fitzgerald, Hemingway, Twain, Melville, per citarne solo alcuni; e ascoltando, come tanti italiani, la musica che arrivava d’oltreoceano, rock e jazz soprattutto. A Boston, però, sono arrivato per caso. Prima ho fatto domanda per borse di dottorato in diverse università americane e sono stato accettato, quasi per caso, alla Brown University, a Providence, in Rhode Island, dove ho conseguito un dottorato in italianistica e letterature comparate nella primavera del 1997. Poi, al termine dei cinque anni di dottorato, ho trovato lavoro a Wellesley College, dove sono tutt’ora; e così sono arrivato a Boston!

Stai vivendo una tappa nel tuo percorso cui seguirà un ritorno alle tue origini, oppure gli Stati Uniti sono ormai la tua patria d’adozione?

Vivo negli Stati Uniti dal 1992, e dunque credo che gli Stati Uniti siano ormai diventati la mia patria d’adozione. Tuttavia, dal momento che mi occupo di lingua e letteratura italiana, ho mantenuto un rapporto molto stretto con l’Italia e la cultura italiana; e se si presentasse l’opportunità di lavorare in Italia, credo che la prenderei seriamente in considerazione. In un certo senso, il mio soggetto di studi e d’insegnamento, e la flessibilità del calendario accademico americano, mi hanno consentito di mantenere due case: l’America e l’Italia. In questo senso, devo dire che l’aspetto della cultura americana che apprezzo di più è proprio l’idea che l’identità individuale possa essere composita e fluida, e che le diverse componenti della storia di ciascuna persona possano essere collegate con un hyphen - un semplice tratto di penna che non contrappone ma mette sullo stesso livello, e lega, le diverse fasi della storia personale, famigliare e collettiva di ciascuno: non semplicemente Italiano e Americano ma piuttosto Italiano-Americano. Tutti gli Americani hanno un’idea plurale, composita della loro identità individuale e collettiva. Qui ho imparato a pensare che sia l’Italia sia gli Stati Uniti – così come la Francia e l’Inghilterra, dove ho vissuto e lavorato, e dove ritorno spesso per ragioni personali e professionali – abbiano tutte un peso nella mia formazione e nella definizione della mia personalità.

Quali sono le differenze più significative fra il sistema universitario italiano e quello americano?

Ci sono differenze organizzative e strutturali molto grandi tra i due sistemi universitari. Prima di tutto, l’università americana mette a disposizione di docenti e studenti molte risorse per portare avanti progetti di ricerca e di insegnamento. Inoltre, qui si dà molta importanza al lavoro di collaborazione tra colleghi. Wellesley College, ad esempio, investe molte risorse per incoraggiare una stretta collaborazione tra discipline umanistiche e scientifiche, e per invitare i docenti a insegnare corsi di carattere interdisciplinare. In generale, il rapporto tra docenti e studenti è molto più informale rispetto all’Italia, e i docenti dedicano in media molto più tempo ai loro studenti di quanto si faccia in Italia. Comunque, quello che un italiano apprezza di più nel sistema universitario americano è l’importanza del merito nella valutazione di qualunque percorso di studio e di lavoro all’interno dell’università. È una regola che vale sia per gli studenti sia per i docenti ed è una pratica che garantisce il mantenimento di un livello intellettuale di eccellenza.

Che spazio hanno gli studi di italianistica nel tuo ateneo ed in generale nelle università americane?

Nonostante non sia un ateneo molto grande, Wellesley College ha un dipartimento d’italianistica autonomo in cui lavorano, a tempo pieno, cinque docenti (due Lecturers, un Assistant, un Associate e un Full Professor). Non è male per un ateneo in cui si insegnano 15 lingue e letterature straniere. Oltre alle tradizionali lingue europee, infatti, Wellesley offre corsi di arabo, ebraico, giapponese, cinese, coreano, hindi-urdu e swahili. Per i nostri studenti, e più in generale per gli studenti americani, l’italiano è solo una dei tanti possibili percorsi di studio a disposizione e non occupa necessariamente una posizione privilegiata rispetto alle altre lingue e letterature straniere. Questo, per noi, in parte è un problema, in parte è uno stimolo che spesso ci porta a ridiscutere e ristrutturare il nostro curriculum per cercare di capire quali sono gli aspetti della cultura italiana che possono interessare di più gli studenti americani, e possono essere rilevanti per la loro formazione culturale. L’Italiano rimane una delle lingue più studiate al mondo e la cultura italiana continua a generare grande curiosità in tutto il mondo, soprattutto per la musicalità e la bellezza della lingua italiana, e per la ricchezza della storia artistica e culturale italiana. Da un punto di vista più strettamente accademico, credo che l’Italia e la cultura accademica continuino ad avere un posto rilevante nell’universo accademico americano, soprattutto per quello che il Rinascimento italiano rappresenta nella storia occidentale: l’anello di congiunzione tra il mondo antico e quello moderno, tra la cultura religiosa e quella laica, come ha mostrato molto bene Stephen Greenblatt nel suo saggio del 2011 sul De Rerum Natura di Lucrezio, intitolato The Swerve.

Una delle tue linee di ricerca riguarda il rapporto fra ebraismo e scrittura, come si può evincere dal tuo volume Scrittura come libertà, scrittura come testimonianza, dedicato a Saba, Bassani, Primo Levi e la Ginzburg. Negli Stati Uniti non mancano esempi di grandi autori di origine ebraica, da Saul Bellow a Isaac Bashevis Singer, da Bernard Malamud a Philip Roth, fino a Paul Auster. Pensi ci possano essere dei legami, dei fili conduttori comuni, o si tratta di “scuole” quasi impermeabili fra di loro?

Penso che esistano dei legami tra gli autori americani da te citati e gli autori italiani di cui mi sono occupato nel mio libro. Primo Levi e Philip Roth, ad esempio, si erano conosciuti a Torino nel 1986 e dal loro incontro nacque una splendida intervista che fu pubblicata sulla New York Times Book Review nell’ottobre di quello stesso anno. Se non ora quando di Primo Levi è un romanzo ispirato alla cultura ebraica dell’Europa orientale, che Primo Levi non conosceva direttamente, ma che sentiva prossima e da cui era incuriosito ed affascinato. Forse non è tanto importante sapere se questi legami esistano, ma capire come autori di paesi e lingue diverse si rapportano alla religione e alla cultura ebraica, come la recuperano, la articolano, la fanno diventare parte del loro discorso letterario. La stessa ricerca si potrebbe fare, naturalmente, anche per scrittori italiani di cultura cristiana che, pur non essendo religiosi, hanno mediato e recuperato temi e tradizioni cristiane nel loro discorso letterario, come Pasolini ad esempio, per citare un autore di cui mi sono occupato, il quale, come sai, pur essendo marxista e non credente, ha scritto molto sul tema della sacralità nel mondo moderno – una ricerca che attinge profondamente a temi e figure della cristianità, e che rivela profonde consonanze con altri autori contemporanei di tradizione cristiana. Sempre a questo proposito, vorrei aggiungere che il bello del fare ricerca letteraria in America consiste anche nel fatto che gli orizzonti teorici qui sono più aperti, si è meno limitati nelle possibilità di confronto e comparazione tra autori, tradizioni e culture diverse. In America, un tipo di ricerca come quella a cui tu fai riferimento nella tua domanda verrebbe sicuramente incoraggiata. In effetti, quando iniziai a fare ricerca per il mio libro su letteratura ed ebraismo in Italia, la bibliografia sull’argomento era molto limitata, ma qui incontrai subito grande curiosità e interesse, e fui incoraggiato a proseguire nella ricerca.

Parlando della cultura ebraica degli Stati Uniti a me viene in mente tutto il geniale filone comico di Mel Brooks, dei fratelli Marx, di Woody Allen… Ho l’impressione, del tutto superficiale perché non ho mai approfondito questi argomenti, che questo versante ironico e autoironico sia molto più debole nella cultura ebraica europea. Tu che cosa ne pensi?

Non credo. Penso invece che l’umorismo sia un tema che appartiene a tutta la cultura ebraica della Diaspora. Basta pensare alle pagine che Primo Levi ha dedicato ai suoi antenati ebrei nel Sistema Periodico, o all’autoironia che permea La coscienza di Zeno di Svevo, tanto per fare qualche esempio. Del resto la cultura ebraica americana a cui fai riferimento nella tua domanda affonda le sue radici nella cultura degli ebrei askenaziti dell’Europa orientale.

Si è sempre detto che noi Europei abbiamo un’idea della cultura americana -grazie sopratutto al cinema e alle serie televisive, che adesso sono tra l’altro in gran voga- molto più fedele rispetto a quella che l’americano medio può avere dell’Europa. Secondo te è vero?

Non so. A me pare che gli Europei siano esposti alla cultura americana molto più di quanto gli Americani siano esposti alla cultura europea. È questo, come dici tu, è dovuto soprattutto alla grande diffusione di film e serie televisive americane. Non credo, però, che gli Europei conoscano veramente l’America; almeno non più di quanto gli Americani conoscano veramente l’Europa. La società americana è una società multiculturale compiuta; e come tale è molto più complessa di quanto gli Europei immaginino. La multiculturalità non consente agli Americani di dimenticarsi che la persona con cui stanno parlando potrebbe non condividere la loro stessa estrazione culturale, sociale, religiosa, lo stesso orientamento sessuale, o la stessa visione del mondo, o anche, più semplicemente, le stesse abitudini alimentari. Anche se l’Italia è molto cambiata negli ultimi anni, e non è più il paese culturalmente omogeneo che era venti o trent’anni fa, mi pare che in Italia si sia ancora lontani dall’aver preso coscienza del fatto che il mondo è fatto di differenze. Spesso si sente dire che l’America è un paese giovane con una storia breve, specie se confrontata a quella europea; ma l’America si rivela un paese di grande complessità se la si osserva nel presente: non soltanto in una prospettiva storica, ma anche, e soprattutto, nel presente.D’altra parte, è vero che gli Americani conoscono la politica europea molto meno di quanto gli Europei conoscano quella americana; ma è facile capire il perché: le vicende della politica americana influenzano direttamente quello che succede in Europa; il contrario, invece, non è sempre vero.

Resiste ancora negli USA una certa immagine oleografica dell’italiano e dell’”italianità”, quella in gran parte trasmessa dal cinema, o si tratta di ricordi archiviati e ormai sostituiti da valori più dinamici e positivi?

Direi di sì. Per molti americani l’Italia è ancora il paese delle famiglie numerose, dei patriarchi e delle passioni incontrollate! Scherzi a parte, i viaggi e gli scambi culturali tra i due paesi negli ultimi decenni hanno cambiato profondamente quest’immagine, forse un po’ ottocentesca. Anche se l’oleografia del Bel Paese persiste, per molti Americani oggi l’Italia è anche e soprattutto il paese della moda, dell’arte, della buona cucina, all’avanguardia nel mondo dell’enogastronomia e nella difesa della biodiversità con il movimento Slow Food. In fondo sta anche a noi docenti universitari, come ambasciatori della cultura italiana in Nord America, cambiare l’immagine a volte un po’ distorta della cultura italiana. Bisognerebbe presentare l’Italia di oggi senza cancellare completamente la vecchia immagine dell’Italia perché a volte è proprio quell’oleografia, quel sogno, che porta i nostri studenti a decidere di seguire i nostri corsi e di trascorrere un periodo di studi in Italia.

Quali sono gli autori e i generi che destano più interesse fra i tuoi studenti? E quali sono gli autori italiani più diffusi e conosciuti dal grande pubblico?

Ci sono ottime traduzioni inglesi sia di classici della letteratura italiana sia di autori italiani contemporanei. Tra i classici della letteratura italiana, gli autori più studiati negli atenei americani sono Dante, Petrarca, Boccaccio, Machiavelli e Ariosto. Dante è l’autore che colpisce più profondamente l’immaginario degli Americani. La sua opera ha influenzato molti poeti americani contemporanei; esiste una dantistica di ottimo livello in tutto il mondo anglosassone e buone traduzioni della Commedia. Tra gli autori del Novecento, direi che i più letti e apprezzati sono Italo Calvino, Carlo Levi, Primo Levi, Giorgio Bassani e Pier Paolo Pasolini, grazie soprattutto a certe scelte tematiche e stilistiche che danno alle loro opere un orizzonte culturale più ampio di quello nazionale. Tra gli autori contemporanei, naturalmente, occorre citare Elena Ferrante le cui opere, solo in Nord America, hanno venduto più di 2 milioni di copie. È un vero e proprio fenomeno letterario a cui, secondo me, gli Italiani dovrebbero prestare più attenzione.

Voglio sperare che i lucchetti non abbiano invaso anche i famosi ponti americani!

No, qui niente lucchetti! I ponti americani restano le strutture architettoniche più belle e ingegnose di tutto il Nord America e continuano ad esprimere lo spirito migliore di questo paese: la sua passione per il movimento e le sfide impossibili, il sogno di collegare spazi separati e lontanissimi, di unire il presente al futuro.

Mi piace molto questa immagine, che in qualche modo simboleggia anche un lungo ponte ideale con cui ti continui a mantenere in contatto con l’Italia. Grazie Sergio, e Thank you for your time come amano dire gli Americani, che sembrano più sensibili, almeno apparentemente, al valore del tempo nella nostra vita.

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