Paolo Silvestri intervista Cecilia Casini

Cecilia Casini è nata a Firenze, dove si è laureata in Lettere Moderne. Ha svolto il dottorato di ricerca in Teoria letteraria e Letteratura comparata all’ Università di San Paolo del Brasile e il Post-Dottorato presso “L’Orientale” di Napoli. È docente di Letteratura Italiana nel Dipartimento di Lettere Moderne dell’Università di San Paolo e si occupa di Letteratura medievale e rinascimentale italiana, di Letteratura classica e formazione del canone letterario, di Storia della lingua letteraria italiana e di Letteratura comparata. Dirige il gruppo di ricerca “A tradição literária italiana”, rivolto all’approfondimento dello studio delle relazioni interculturali Italia-Brasile e fa parte del gruppo di ricerca “Estudos linguísticos aquisição/aprendizagem do italiano como língua estrangeira”, dedicato alla traduzione e all’edizione di opere di storia della lingua e dell’arte italiana, finora inedite in portoghese. È membro della ABPI (Associação Brasileira dos Professores de Italiano) e della AIPI (Associazione Internazionale dei Professori di Italiano). È membro del Comitato Direttivo della SILFI (Società internazionale di Linguistica e Filologia Italiana).

 

Cecilia, che ci fa una fiorentina a São Paulo? Scherzi a parte, quale percorso ti ha portato a stabilirti in Brasile e ad insegnare l’italiano?

Bella domanda! A volte me lo chiedo anch’io, dopo tanti anni... Sono arrivata alla fine del 1991, insieme al mio compagno, su invito di amici brasiliani che erano venuti a studiare e a passare un periodo di tempo in Toscana, a Greve in Chianti, dove abitavamo, e che poi erano tornati in patria. All’epoca frequentavo l’università a Firenze e avevo molti amici stranieri. Fu lì che conobbi Laszlo, il mio compagno ungherese, e altri ‘espatriati’. Nonostante il Sud America, e il Brasile in particolare, non facesse esattamente parte del mio immaginario di riferimento, l’invito in Brasile mi interessò subito e accese la mia curiosità. Conoscere questo paese, e soprattutto San Paolo, una città così nuova e totalmente rivolta verso il futuro, fu molto stimolante, formativo (ci si può continuare a formare anche da adulti, credo) e divertente. Furono proprio il dinamismo, la vivacità, la mancanza di preconcetti in generale, una certa spregiudicatezza volta a far succedere comunque le cose, insomma l’apertura verso il nuovo, a conquistarmi di San Paolo, e più estensivamente dell’intero Brasile, al di là delle mie aspettative iniziali. Poi mi sembrava esemplare il convivere di grandi differenze nel cuore di un paese così grande, e mi commuoveva l’‘attenuazione’ che certi fenomeni culturali, altrove così pomposi, assumevano in Brasile.

Per esempio?

Per esempio le forme semplici, sottotono, del barocco brasiliano, così diverse ideologicamente da quello ispanico. Mi piaceva la semplicità e l’informalità della gente, amavo l’eleganza con cui si combinavano l’azione dell’uomo con quella della natura, non a caso, Burle Marx era brasiliano. E allo stesso tempo apprezzavo il piacere che i brasiliani mostravano nel gustarsi le cose belle e buone della vita, senza sensi di colpa... un piacere al limite dell’edonismo, certo, a volte un po’ fine a stesso, diciamo così, ma comunque vitale, simpatico, cordiale, coinvolgente... Il Brasile dell’epoca mi faceva pensare all’Italia di alcuni decenni prima, ma con in più la vitalità, lo spirito di iniziativa e la voglia di far succedere le cose tipiche dell’America. Questo paese mi permetteva di sentirmi cittadina del mondo, senza soffrire troppo per i problemi che questa situazione di fatto comporta.

Una scoperta che ha avuto quindi il sapore dell’avventura, esistenziale prima ancora che accademica…

Beh, sì, sono arrivata in Brasile un po’ all’avventura, per realizzare un’esperienza di vita senza particolari impegni di lavoro o di sudio, devo confessarlo in tutta sincerità. Si trattava anche di un altro momento storico, eravamo giovani, tutto sembrava più facile, il costo della vita era molto più basso, era un altro Brasile, come è nomale, perché anche i paesi cambiano. Diciamo che, rispetto a quel momento, che sembrava promettere molto, anche dal punto di visto di una migliore giustizia sociale e di una moralizzazione generale della politica, le promesse non si sono del tutto mantenute. Rispetto a tante aspettative, non ho apprezzato, non apprezzo, i cambiamenti e le trasformazioni che si sono poi avuti, e che in questo particolare momento sono sotto gli occhi del mondo (tra l’altro proprio in questi giorni si è consumato lo scandaloso processo di impeachment della presidente della Repubblica, Dilma Roussef). Non parlo solo della crisi, alla quale in un’economia globalizzata come quella in cui viviamo non si può sfuggire più di tanto, ma di un mutato atteggiamento verso la vita, di un generale disinteresse e di una rassegnazione disincantata, alienata, che forse erano latenti e che mi pare che ora si siano profondamente radicati nel popolo brasiliano. Un vero peccato e un immenso spreco di risorse umane.

E come sei arrivata all’insegnamento?

Come ti dicevo, non sono venuta in Brasile per dedicarmi all’insegnamento, ma una volta a San Paolo ci sono poi arrivata quasi naturalmente, data la mia formazione umanistica, ed è un’attività che mi è piaciuta (e ancota mi piace) molto, insieme al paese, pur con le riserve di cui sopra. Ho cominciato a insegnare all’Istituto Italiano di Cultura, poi in varie associazioni italiane, e nelle due scuole italiane di San Paolo. Poi, dopo aver concluso il dottorato di ricerca all’Università di San Paolo, ho cominciato a lavorare come docente universitaria nel 2007.

Il Brasile è ormai la tua terra o… non si sa mai che può succedere? Torneresti in Italia se te lo proponessero?

Forse sì, adesso tornerei in Italia se avessi un lavoro che mi piace, un po’ per la situazione di cui ti parlavo, ma anche per la nostalgia che nonostante tutto ogni tanto mi prende. Io mi sento molto legata alle mie radici italiane ed europee, e amo moltissimo – lo dico senza paura di sembrare antiquata – il mio paese. Considero però il Brasile la mia ‘altra’ terra: del resto, noi italiani siamo abituati ad averne per lo meno due, quella ‘municipale’ e quella ‘nazionale’. E mi piace l’idea di averne una terza, internazionale.

Comunque la comunità italiana o di origine italiana in Brasile è piuttosto consistente, no?

Sì, lo è, soprattutto in alcuni Stati e città, concentrati più nel Sud e Sud-Ovest del paese: San Paolo, in primis (città e Stato), ma anche Espirito Santo, Rio Grande do Sul, Santa Catarina e Paranà, ed è organizzata e presente nella vita culturale locale, in modo diverso a seconda delle molte variabili legate alle circostanze storiche in cui si dette l’emigrazione e alle caratteristiche geografiche locali. L’associazionismo italiano, anche di matrice sociale e filantropica, è molto diffuso e tradizionalmente legato alla storia dell’emigrazione italiana in territorio brasiliano. Non sempre le attività culturali sono di buon livello, spesso sono fuori moda o addirittura patetiche, ma rispecchiano comunque un modo di essere italiano che è stato molto importante per la definizione dell’idea d’Italia all’estero e che ha improntato di sé parte dell’identità nazionale brasiliana, nel bene (arte, cucina, senso della famiglia, rapporti umani in generale, laboriosità e abilità manuale, intraprendenza ecc.) e nel male (mafia, non rispetto delle regole, insofferenza all’ordine, ecc.).

Tu hai un contatto diretto con la comunità italiana e con le attività di promozione linguistica e culturale?

Devo dire che dopo tanti anni il mio rapporto con le varie manifestazioni di italianità locali si è modificato: prima me ne tenevo un po’ alla larga (nessuno vuole essere identificato con gli stereotipi!), ora mi fanno anche tenerezza... Per quanto riguarda l’azione dell’università, noi dell’Area di Italiano dell’USP ci impegniamo particolarmente durante la Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, iniziativa del MAE veicolata localmente dagli Istituti Italiani di Cultura; e in vari altri eventi durante l’anno.

Oltre all’università, quali sono i canali per lo studio e la diffusione dell’italiano?

La situazione cambia da luogo a luogo: pensa che il Brasile ha dimensioni continentali, e le tradizioni locali mutano considerevolmente. In certi stati della Federazione è anche studiato, come materia facoltativa, in alcune scuole pubbliche. Il panorama dell’insegnamento nelle scuole private è difficile da quantificare: non esistono – da quel che so – dati oggettivi e aggiornati. Ma sicuramente a San Paolo esiste una scuola italiana, la “Eugenio Montale”, che segue il calendario italiano; e una pletora di corsi di italiano di tutti i tipi – tenuti in scuole vere e proprie, nell’ambito di associazioni di vario tipo, nelle società calcistiche, in istituzioni varie -, dalla lingua alla gastronomia, dalla storia del cinema alla letteratura, dalla conversazione alla Commedia dell’Arte. Inoltre, a San Paolo sono presenti l’Istituto Italiano di Cultura e il suo omologo brasiliano, l’Instituto Cultural Ítalo-Brasileiro, la “Casa di Dante”, un’istituzione conosciuta da tutti in città anche per la sua posizione centralissima. Degna di nota è anche la presenza a San Paolo di una filiale dell’Istituto Europeo di Design, e soprattutto del Colégio Dante Alighieri, scuola prestigiosissima (e carissima!), in passato emanazione della Fondazione Dante Alighieri, nazionalizzata negli anni ‘40.

Anche per i brasiliani, come per gli spagnoli, è diffuso il luogo comune dell’italiano lingua “facile”?

Sì, esiste anche per i lusofoni l’idea che l’italiano sia una lingua ‘facile’, a causa della sua somiglianza, fonica e morfologica, con il brasiliano. Ma devo dire che quando gli alunni cominciano a studiarlo in modo più approfondito, soprattutto quando entrano in contatto con la grammatica e la sintassi, cambiano idea...

Quali sono le principali difficoltà per un lusofono?

Secondo me il sistema pronominale, i verbi (alcuni aspetti specifici, come l’alternanza fra gli ausiliari), l’uso delle preposizioni (per le quali cercano disperatemente delle regole: io uso sdrammatizzarle dicendo che “Le preposizioni hanno le loro ragioni che la ragione non comprende”...), la terza persona di cortesia (che in Brasile si usa poco e in genere senza concordanza fra pronome personale e forma verbale). La presenza poi di tanti “falsi amici”, cosa normale fra lingue vicine, può creare qualche problema. Ma in genere nessuno si lascia scoraggiare da queste difficoltà, anzi, a volte mi è capitato di notare che qualcuno apprezzasse questa maggiore, insospettata, difficoltà dell’italiano, capace di ‘nobilitarlo’ al rango delle lingue più difficili e, automaticamente, più importanti…

Quali sono i motivi che spingono i brasiliani a studiare l’italiano?

Mi sento di poter dire con una certa sicurezza che il principale motivo per cui i brasiliani studiano l’italiano è il piacere e la bellezza della nostra lingua. Infatti l’italiano, nonostante l’immagine internazionale dell’Italia come paese capace di offrire prodotti di alta qualità nei più svariati campi del mondo contemporaneo (moda, tecnonologia, ricerca ecc.), non è comunque competitivo con altre lingue come l’inglese, lo spagnolo, il francese o il cinese, soprattutto nel mondo dell’economia e degli affari. Ciò detto, è comunque ritenuto una lingua “bella” , tout court, piacevole da parlare anche da parte di austeri uomini d’affari. Direi che è una lingua che quasi automaticamente attira la simpatia dei brasiliani, che sentono una stretta affinità col modo di vivere degli italiani, almeno quello tradizionalmente inteso. Anche l’origine degli studenti conta molto: una grande parte della popolazione brasiliana (gli ‘oriundi’) è di origine italiana, e molti studiano la lingua per recuperare e ‘riscattare’ le proprie origini, anche se la politica di integrazione degli emigranti storicamente messa in atto da parte del governo brasiliano (la ‘política do branqueamento’), meriterebbe considerazioni molto più serie e appofondite.

Qual è l’immagine che hanno l’italiano e l’Italia in Brasile?

Quante volte ho sentito dire che l’italiano è la lingua più bella lingua del mondo, e devo ammettere che mi ha fatto piacere... E l’immagine dell’Italia è in genere buona, se non ottima. Direi che di solito i brasiliani sono molto generosi nei loro buoni giudizi sul nostro paese, che è considerato un paese bellissimo (secondo molti “il più bello del mondo”), ospitale, confusionario, ma con molte qualità umane… simpatico insomma.

Passando alla letteratura, che forma tra l’altro parte della tua attività di ricerca, quali gli autori italiani più letti e tradotti?

Il discorso è complesso e molto interessante, non esauribile in questa sede. Fra i miei interessi di ricerca, che condivido e porto avanti con colleghi italianisti di altri paesi sudamericani, c’è anche lo studio della formazione di un canone italiano in Brasile, in stretta connessione con le declinazioni locali della Questione della Lingua, la ricezione della letteratura italiana in Brasile e l’interesse e il trattamento dimostrato ed espresso dalla critica brasiliana nei confronti di questa letteratura. È importante sapere che l’imperatore brasiliano, Dom Pedro II, uomo di raffinati interessi letterari, colto e poliglotta, era un grandissimo ammiratore della letteratura italiana, che stimolò in vari modi, anche, per esempio, offrendo il destro a un italiano emigrato a Rio de Janeiro di offrirgli come dono di nozze con la napoletana Teresa Cristina di Borbone, nel 1843, una piccola antologia di autori classici italiani - Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, ecc. – tradotti dall’omaggiante nel portoghese del Brasile: tale raccolta, intitolata Ramalhete Poético do Parnaso Italiano, viene ad essere di fatto una prima selezione di autori italiani canonici, ‘autorizzati’ dall’imperatore in persona.

Interessante, una sorta di “Raccolta aragonese” brasiliana! Potresti farci qualche nome fra gli autori più diffusi?

Dando un taglio storico ad un primo, sommario elenco degli autori italiani più letti e tradotti in Brasile, metterei fra i ‘classici’, antichi e moderni, Dante, Petrarca, Boccaccio, Machiavelli, Ariosto, Tasso, Vico, Leopardi, Manzoni, Collodi, de Amicis, D’Annunzio, Croce, Pirandello, Marinetti, Ungaretti, Gramsci, Moravia, Tomasi di Lampedusa, Calvino, Pasolini (e forse si potrebbero aggiungere i librettisti dell’opera lirica). Fra gli scrittori recenti, sicuramente Umberto Eco, i membri del Gruppo ’63 (soprattutto Balestrini e Sanguineti), anche per l’amicizia personale e le affinità critiche e poetiche con i poeti ‘concretisti’ brasiliani, Oriana Fallaci, Dario Fo, Domenico De Masi, Alessandro Baricco, Andrea Camilleri, Niccolò Ammanniti, Roberto Saviano. Forse nel complesso un po’ meno conosciuti, ma pur sempre abbastanza noti (soprattutto in ambito scolastico e universitario) Italo Svevo, Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Ignazio Silone, Eduardo de Filippo, Natalia Ginsburg, Elsa Morante, Primo Levi, Carlo Levi, Ennio Flaiano, Giulio Carlo Argan, Giorgio Bassani. Recentissimo, e grande successo di pubblico, il caso di Elena Ferrante. Fra i pensatori e filosofi più conosciuti, soprattutto in ambiente universitario, Toni Negri, Mario Perniola e Giorgio Agamben; fra i critici letterari Alfonso Berardinelli. Ci sono poi casi di scrittori che non ci aspetteremmo, e che invece scopriamo avere goduto di grande notorietà in Brasile nel passato: tra i primi che mi vengono in mente Antonio Rosmini, Cesare Cantù, Pitigrilli, Paolo Mantegazza. Forse può interessare sapere che nelle ultime tre edizioni del Premio Strega a noi italianisti dell’USP è stato chiesto di indicare alcuni studenti particolarmente bravi, al fine di formare una commissione locale che si manifestasse sui libri concorrenti. Per non parlare poi del grandissimo successo che a suo tempo hanno avuto in Brasile gli autori del cinema e della canzone italiana.

Una curiosità: spaesso fra paesi e culture ci sono rivalità. Ne esistono fra Italia e Brasile?

Certamente: il calcio! Il Brasile ci ha battuto nel 1970, ma nessuno qui si dimentica della sconfitta nei Mondiali di Spagna del 1982. E poi la pizza: gli abitanti di San Paolo sono sicuri che la loro pizza è molto migliore della nostra! Non penso che sia vero, ma “gosto não se discute”.

A proposito di sport, e ringranziandoti per la tua disponibilità, ti vorrei rivolgere un’ultima domanda a proposito delle Olimpiadi. Come è stato l’anno olimpico, fra tanti problemi di terrorismo, virus, squalifiche per doping? Secondo l’opinione pubblica (e secondo te) le Olimpiadi e le Paralimpiadi sono state una opportunità positiva per il Brasile oppure no?

Anche quello delle Olimpiadi è un tema complesso: mi rendo conto che qualsiasi cosa riguardi il Brasile ultimamente lo è! Le Olimpiadi si sono svolte in un momento critico, a ridosso della decisione finale sull’impeachment della presidente Dilma Roussef: quindi esisteva il timore del governo ad interim che i sostenitori della presidente approfittassero dell’attenzione del mondo rivolta verso il Brasile durante le Olimpiadi per manifestazioni e proteste. Che ci si sono state di fatto, venendo inmediatamente represse... Comunque, direi che nel complesso si è trattato di una bella occasione di sport e tolleranza, e il Brasile ha dato prova che, quando vuole, è capace di organizzare eventi di grandi proporzioni con estrema competenza, dando prova di un senso dell’ospitalità che lo contraddistingue fra tutti i paesi del mondo.

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