Giovanni Rotiroti intervista Mircea Tuglea

Mircea Tuglea (1974) è poeta, critico e traduttore, specialista di Paul Celan in Romania. Originario della Moldavia, vive a Costanza sul Mar Nero. Ha vinto numerosi premi nazionali e internazionali. Nel 1996 ha debuttato giovanissimo con il volume dal titolo Proezia (Proesia) in cui “l’Ars amandi così sensuale in Ovidio è divenuta in Mircea proesia, cioè un’altra scelta discorsiva che prova a captare i più sinuosi interstizi del soggetto” (Marin Mincu). Nel 2007 Mircea ha pubblicato la sua tesi di dottorato intitolata Paul Celan si avangardismul romanesc. Reactualizarea sensului (Paul Celan e l’avanguardismo romeno. La riattualizzazione del senso) un lavoro molto importante nella tradizione esegetica consacrata al grande poeta romeno-ebreo-tedesco di Bucovina, più un altro volume di poesie dal titolo significativo mircea tuglea. Presto uscirà la sua ultima raccolta di poesie Cartea cu papadii (Libro con soffioni) un titolo che sicuramente sarebbe piaciuto a Paul Celan.

 

Mircea, è da tanto tempo che ci conosciamo. So che stai realizzando un progetto di ricerca, per conto dell’Accademia Romena, sulla poesia di Paul Celan in rapporto con la filosofia contemporanea. In particolare stai studiando la tradizione ermeneutica inaugurata da Heidegger e Gadamer per giungere infine a Derrida. In più stai traducendo in romeno il carteggio di Paul Celan con Adorno. Perché hai scelto di venire a Firenze per fare questo lavoro, dopo aver trascorso due anni a Vienna?
È vero. Anch’io mi chiedo perché abbia scelto Firenze per scrivere su Paul Celan. Ci possono essere tanti motivi. Forse gli stessi motivi per cui Giuseppe Bevilacqua ha tradotto Paul Celan. Forse perché a Firenze c’è stato il nostro comune maestro Marin Mincu che ha contribuito a diffondere la letteratura romena in Italia. Forse perché mi aspettavo che tu mi presentassi degli studiosi appassionati di Celan, come Mario Ajazzi Mancini che mi ha generosamente prestato dei libri introvabili. Comunque la risposta è semplice. Firenze è una città incredibilmente bella, di una bellezza concentrata e calma, che dona serenità interiore. Questo mi ricorda di quando sono stato a Vienna, cioè in un altro spazio di equilibrio estetico lì concretizzato dall’architettura secessionista che ha segnato una rottura fondamentale per la modernità, la stessa rottura che qui a Firenze è avvenuta molti secoli prima ai tempi dei Medici. Dal mio punto di vista, infatti, il Rinascimento fiorentino è un Secessionismo, ma il secessionismo viennese non è un rinascimento. In questo senso mi spiego l’incredibile concentrazione dell’architettura di Firenze, dei suoi musei, dei suoi luoghi più particolari in uno spazio di pochissimi chilometri quadrati. Di qui nasce il sentimento che tutta la città sia un museo a cielo aperto in cui si possono incontrare tantissimi turisti ma pochi gatti per la strada. Comunque ho trovato a Firenze quello che cercavo, tranquillità, serenità d’animo e l’Arno che minaccia sempre di fuoriuscire dagli argini.

Mircea, tu non sei solo critico e traduttore, ma prima di tutto poeta. Paul Celan era poeta e traduttore e sappiamo che aveva tradotto in tedesco non solo Cioran, Shakespeare, Char, ma anche Ungaretti. Tu hai già pubblicato due volumi di poesia e il terzo apparirà l’anno prossimo. Hai anche vinto a Vienna un premio per la prosa. Qual è il tuo rapporto con la scrittura e la realtà?
Il titolo del mio racconto premiato a Vienna è “A Costanza gli uomini si sparano”. Quando si dice che da qualche parte gli uomini si sparano è come se si usasse la vecchia formula dei leoni (hic sunt leones) riguardanti le regioni ancora inesplorate. Forse, la Romania è ancora oggi vista come un luogo pieno di leoni, di vampiri, e di tante altre cose più o meno leggendarie, ma per lo meno è un luogo ancora vivo, e vi si trovano tanti gatti per strada. Indubbiamente nella realtà sociale romena c’è una grande dose di arcaicità che mi colpisce sia direttamente attraverso il disagio che provo di fronte al mondo sociale in cui vivo, sia indirettamente attraverso il modo di pensare e la cultura in cui mi sono formato. In tal senso posso dire che la cultura del mio paese, e più in generale il cosiddetto spazio balcanico, è molto più “vitale” rispetto alla “norma” accettata dall’Occidente, una norma che passa come “politicamente corretta” ma che, di fatto, respinge l’Altro, lo vampirizza, e rende l’umano non più soggetto ma semplice oggetto. Non deve stupire la mia profonda affinità con Paul Celan, un poeta sterminato moltissime volte, proveniente anch’egli da uno spazio così vitale (Buchland: il paese dei faggi) che può sembrare per molti versi irreale (Buchenland: il paese dei libri). In merito al mio rapporto con la scrittura e la realtà, io credo di rapportarmi soprattutto all’irreale, precisamente a quella faglia dolorosa per cui, dalla prospettiva del soggetto, la realtà non è irreale, e dalla prospettiva del soggetto implicato nella propria percezione, la realtà non è neppure reale. Qui, nell’abisso che separa noi da noi stessi, si trova forse ciò che ci unisce.

Sei stato mio ospite all’Università “L’Orientale” di Napoli, e hai fatto una lezione magistrale su Gellu Naum, Virgil Teodorescu e Paul Celan, mostrando ai miei studenti lo stretto rapporto che c’è tra la poesia e l’amicizia. Come ti sono sembrati i miei studenti di romeno? E, infine, visto che hai tradotto in questo tuo soggiorno fiorentino Atemkristall di Paul Celan, quale chance ha ancora oggi per te la traduzione?
Mi piacerebbe ritornare a Napoli, nella città delle maioliche minacciata continuamente dal Vesuvio. Gli studenti sono stati eccezionali. Forse il merito è anche del loro professore. Non è facile far tradurre Tzara, Fondane, Cioran ai propri studenti, e poi riuscire anche a trovare il modo di far pubblicare i loro lavori in forma di libri. Credo che i testi d’avanguardia, come quelli di Gellu Naum, Virgil Teodorescu e Paul Celan, abbiano un certo fascino e potere di attrazione perché si allontanano dalla langue che tradizionalmente costituisce la norma di ogni cultura. Essi possono essere recepiti in Italia e in Romania quasi identicamente perché hanno uno scarto simile che è indifferente al grado di solidificazione del linguaggio che presuppone una letteratura più antica o più nuova. È importante, secondo me, il posizionamento del lettore, più precisamente il situarsi negli strati di una tradizione culturale e linguistica. Per esempio, la poesia di Celan è molto poco recepita in Romania perché il suo particolarissimo discorso lirico non è comprensibile nella norma della tradizione. L’idea che possa esistere, come ho scritto nel mio libro su Celan, un’avanguardia con senso, che non solo provochi l’esplosione delle strutture poetiche precedenti, ma riattualizzi il senso, è inconcepibile per la maggioranza della critica romena. È questa, secondo me, la chance e la missione della traduzione, cioè quella di far sentire lo sforzo attraverso cui in ogni poema si tenta la trasmissione di un senso o almeno di qualche segnale. La traduzione non deve necessariamente essere da una lingua a un’altra, ma soprattutto una traslazione nel linguaggio comune, poiché se non siamo traduttori ci mostriamo ciechi e traditori di fronte alla nostra esistenza opaca e traditrice.

Dal volume Libro con soffioni

Le pietre

Ho sognato di lavorare da un padrone
trainavo alcune pietre
Ma non sapevo cosa farne
Le portavo e basta
Io non mi sfiancavo
Proprio così mi ha detto il capo
Tuglea, tu non ti sfianchi troppo
Attento che non ti tagli il salario e che tu non rimanga debitore
Rinuncia al premio, al veglione a miami,
o al cinghiale di natale
non vedi che non hai portato finora nessuna pietra?
Hai fatto finta, ti sei solo accostato
Ma le pietre sentono, ti odorano
le pietre si vendicano quando ti senti più felice
direttamente sulla faccia, tuglea, nella tua faccia
di barbiere, così datti una mossa e vai
vai come se i cani si attaccassero al tuo culo
e le cornacchie alle tue orecchie
porta le pietre
finché esse iniziano a parlarti
Il tango
Domenica, 28 marzo 2010
Il Superzero comincia il tango. Apre l’oblò e l’eco ascolta. Gira al suo ritmo, e lo punteggia con movimenti del fianco. Svitandosi lento il cranio, si infila. Il Superzero penetra senza chiedere dove.

Il topino
Lunedì, 3 novembre, 2008
ho appena visto un topino giocare nell’erba, era circondato da tre gatti pigri, che si leccavano le zampette. Sembravano pensare se mangiarlo oppure no. Il topino impassibile continuava a farsi gli affari suoi.

Le gatte nere
Sabato, 13 dicembre 2008
Oggi due gatte nere mi hanno tagliato la strada. Con quanta impazienza la terza mi aspetterà!

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