Enrico Pulsoni intervista Nancy Watkins

Nata a Chicago, Nancy Watkins vive a Roma dal 1978. E’ un’artista. Ha esposto in molte gallerie e musei in Europa e negli Stati Uniti e la sua opera è apparsa in decine di libri e copertine di riviste. E’ stata l’Art Editor di "Arsenale" e è autrice di quattro libri: Autoritratti senza lo specchio, The Poet's Room, Il fiore è un'idea e Visionary Flowers. E’ la vedova di Gianfranco Palmery.

 

E’ impossibile pensare a “Arsenale” senza citare il suo direttore Gianfranco Palmery.

Verissimo! Per fare una rivista di questo tipo c’è bisogno di un duro lavoro di squadra e molti, anche al di fuori dallo staff redazionale, hanno dato un contributo decisivo. Gianfranco però, era centrale, assolutamente la figura chiave per Arsenale. Era quello in grado non solo di teorizzare cosa idealmente dovrebbe essere una rivista, ma anche – con la sua conoscenza universale, il suo senso critico, la sua acuta curiosità e determinazione – saper tradurre l’idea nella realtà.

Cosa significava far parte di Arsenale?

Più che una rivista era un modo di vivere. Praticamente tutto ciò che Gianfranco e io abbiamo fatto in quegli anni – anche le cene, eventi speciali e viaggi – ruotavano attorno a Arsenale. E’ stata paragonata alle riviste storiche della prima metà del XX secolo e certamente le rispecchia sia per quanto riguarda l’insistente ricerca di una qualità senza compromessi, sia per la sua intensa partecipazione. Quando fu fondata negli anni Ottanta i mass media e la cultura di massa erano già una realtà, sebbene non consolidate come al giorno d’oggi, ma Internet, mail e scrittura digitale non esistevano. Non fu certo una coincidenza che il primo numero impiegò nove mesi per venire alla luce. D’altra parte il progetto comune, le difficoltà, e perfino la lentezza, ci portavano a essere più uniti: sarebbe impossibile contare le relazioni che nacquero proprio da Arsenale.

Come e perché nacque Arsenale?

Partiamo con il perché: riempì un bisogno impellente. Le riviste già consolidate non avevano molto da offrire ai nuovi autori. Ogni volta che gli scrittori s’incontravano era la stessa musica – “Dovremmo fondare una rivista!”. Gianfranco aveva già maturato da tempo questa idea quando Alessandro Ricci gli telefonò nel marzo del 1984 per annunciargli che disponeva di fondi per una rivista e che dal momento che Gianfranco era molto stimato sia per gli articoli su "Il Messaggero", che come poeta, tutte le persone con le quali aveva parlato insistevano sul fatto che lui avrebbe dovuto essere il direttore. Sapendo quanto fossero essenziali gli elevati standard e l’impegno, Gianfranco aveva quanto meno dei dubbi. Quanto erano seri? Alessandro Ricci ci convinse infine a partecipare a un primo incontro. Quando ci riunimmo la prima cosa che emerse è che non c’erano i fondi su cui Alessandro aveva contato. La delusione era palpabile e io lanciai una sfida: “Avrebbero permesso che la mancanza di fondi potesse impedire di fare qualcosa in cui tutti loro credevano ciecamente?”. Iniziammo a incontrarci una volta a settimana discutendo i vari aspetti, suddividendoci i ruoli e Gianfranco introdusse qualche altra persona. Accettai di diventare l’Art director e anche di occuparmi della grafica. Impiegai molto tempo a fare esperimenti, feci un bozzetto della copertina che conteneva il frontespizio – un carattere grande che avevo disegnato a mano per fare in modo che Arsenale risaltasse sullo scaffale dei giornali - aggiunsi un’immagine circolare, il testo, una cornice rossa intorno al bordo, e orgogliosamente lo presentai al gruppo. La reazione non fu quella che mi aspettavo. Invece di limitarsi ad ammirare la copertina, rimasero a bocca aperta con un collettivo: “fantastico – lo dobbiamo proprio fare!”. Tutto si consolidò quando Gianfranco scrisse il primo magnifico editoriale e andò sempre più veloce quando cominciammo a raccogliere testi e abbonamenti.

Perché il nome Arsenale?

In aggiunta ai vari significati della parola, cantiere navale, fabbrica, deposito, a Gianfranco piaceva molto l’etimologia: Dante la introdusse in italiano dall’arabo “dar as sina’ a”, che vuol dire "casa delle arti". Nel primo editoriale scrisse: “In quali di questi significati, beninteso traslati, si riconosce e si propone la rivista? In tutti certamente, o meglio nella loro contraddittoria unità; poiché progetto e fuoco, caos e costruzione, tecnica, sono concetti che vanno tenuti bene in mente apprestando un periodico di letteratura che non vuol essere espressione d’una tendenza”. Più di tutto trovò che fosse perfetta metafora per la rivista: un luogo per costruire qualcosa il cui valore fosse duraturo.

Come decidevate cosa pubblicare?

Gianfranco stabilì una formula che dava spazio sia agli autori affermati che ai nuovi – poesia, racconti, saggi critici, traduzioni, recensioni, arte

“Arsenale sarà un luogo di confronto. Confronto con la tradizione – o con le varie tradizioni –, e confronto con quelle, e tra loro, delle tendenze della contemporaneità, esteso, va da sé, ad altre letterature. Sicché vi appariranno riproposte di autori del passato, recuperi di testi in ombra o dimenticati (né mancheranno scoperte singolari e curiosità), e, naturalmente, lavori nuovi, di scrittori italiani e stranieri, con particolare attenzione agli autori giovani”.

Dall’inizio concordammo una regola fondamentale: se avessimo richiesto un pezzo a qualcuno lo avremmo pubblicato a prescindere. In generale questi inviti erano rivolti ad autori ben noti: poeti come Caproni, Luzi, Bertolucci; narratori come Consolo, Bonanni; saggisti tra i quali Quinzio, Agamben, Baldacci. Riguardo alle proposte che giungevano spontanee, si usava aggiungere una lista con il nome dei lettori sopra il manoscritto. Un minimo di tre lettori avrebbe letto il manoscritto e segnato un “sì” o un “no” sul foglio. Agli incontri settimanali si faceva il punto della situazione. Arsenale accettava solo materiali inediti e noi lavoravamo sodo per mettere insieme il giusto assortimento. Come si può immaginare, spesso si discuteva animatamente su chi invitare e su quali manoscritti accettati pubblicare nel numero in preparazione. Gianfranco era molto rigido riguardo alla possibilità di pubblicare qualcosa in cui non si credeva fermamente.

Come vi procuravate gli articoli prima dell’era digitale?

Ci crediate o no la maggior parte dei manoscritti ci veniva recapitata a mano, solitamente a un pranzo a casa nostra o a quella di uno degli autori o dei lettori. Questa regola valeva anche per situazioni apparentemente inverosimili. Per esempio Raymond Carver e Tess Gallagher vennero a cena e Raymond mi diede una storia mai pubblicata in inglese, figurarsi in italiano!

Avete convinto uno scrittore famoso come Carver a darvi un racconto inedito?

Fu un’idea di Raymond. Io avevo esitato a chiedergli un racconto perché essendo amica di Tess non volevo metterlo in imbarazzo. D’altronde non volevo nemmeno che pensasse che non ci tenessimo ad avere un suo testo. Quando vennero a trovarci buttai lì a Tess l’idea che ci sarebbe piaciuto avere un racconto di Raymond. Tess glielo riferì immediatamente e il suo viso si illuminò. Raymond entusiasticamente mi disse, "Qualunque racconto vi piaccia, sceglietelo voi!". Ero sbalordita ma riuscii a far presente che il suo agente non sarebbe stato felice. La sua faccia si oscurò per un istante ma dopo dieci secondi di riflessione trovò la soluzione. Aprì la sua cartella di cuoio e tirò fuori “Errand” (L'incarico), la storia a cui stava lavorando, spiegandoci che il suo agente ancora non l’aveva avuta. Diventato di colpo timido, aggiunse “Sarai la prima persona, a parte Tess, a leggerlo”.

Incredibile! Di che tipo di budget disponeva Arsenale per pagare i suoi collaboratori?

Denaro? Facevamo i salti mortali per pagare i costi di stampa, e ovviamente non pagavamo i collaboratori. Tutti noi eravamo volontari. Nel caso di Raymond non solo egli era consapevole che non avrebbe ricevuto compenso alcuno, ma venni a sapere che pochi giorni dopo, a cena da uno dei più grossi editori italiani si rifiutò di dargli qualsiasi suo testo, a qualunque prezzo. La cosa importante per i collaboratori come Raymond era l’incredibile cultura, l’autentico amore per la letteratura, l’intensità dell’accuratezza che ritrovavano in Gianfranco. Raymond, come del resto tanti altri, sapeva che Arsenale era un Pantheon dove si entrava solo per merito.

Vedo che il primo numero seguito da molti altri si aprono con la poesia.

La poesia era il cuore di Arsenale. Gianfranco insisteva nel darle il rispetto che merita in quanto "forma di conoscenza" e un modo per conferirle importanza era aprire la rivista con poeti importanti. Cosa intendeva per "poesia come forma di conoscenza"? Lo spiega in un editoriale: “Vuol dire che intendiamo rivendicare alla poesia quella funzione conoscitiva da cui sembra ormai essere stata esautorata. Una funzione conoscitiva che si attua attraverso quei mezzi che le sono propri: l’immagine, la metafora, l’analogia, la stessa rima... I quali sono, è noto, i più antichi, e non per questo decaduti e inservibili, mezzi di conoscenza.
E vuol dire, allo stesso tempo, che la poesia, e in genere la letteratura, dopo il travaglio formalistico in cui si è andata estenuando da almeno un ventennio – e in questo in linea con una certa tradizione italiana –, deve ricollegarsi a un processo di pensiero più generale, irrobustirsi con vigorose meditazioni sui «grandi temi», approfittare anche di questo risveglio della filosofia, della riflessione religiosa; ma non per ingollare il tutto, come è accaduto negli anni ’60, per esempio con la fraseologia e il gergo scientifici, solo per attualizzarsi...”.

La rivista era anche un interessante esempio di scambio tra scrittori e artisti. Come nacque questa idea?

Anche in questo caso rimando a quanto aveva scritto Gianfranco:

“La presenza, accanto alle opere letterarie, di opere artistiche non avrà solo un valore illustrativo. Vorremmo che si ristabilissero quei rapporti fruttuosi, quel vitale contagio, che altre età hanno conosciuto, tra letteratura e arti figurative.”

Arsenale non solo pubblicava lavori d’arte ma per ciascun numero, un diverso artista era invitato a creare un’immagine circolare per la copertina. A turno, numerosi artisti sostennero generosamente la rivista donando grafiche numerate per gli abbonamenti speciali.

Dove avvenivano gli incontri redazionali?

Quasi tutti a casa nostra. Avevamo un tavolo rotondo e ognuno tirava fuori manoscritti e prendeva nota. Io facevo sempre una torta e spesso Giovanna Sicari o a volte l’intero gruppo si fermavano a cenare. La più memorabile fu la cena con i tacos. Un problema era che né io né Gianfranco fumavamo e la sua richiesta di uscire in terrazzo prima di accendere la sigaretta venne derisa. Ore e ore di fumo collettivo voleva dire che l’appartamento avrebbe puzzato di sigarette nei giorni successivi, quasi fino alla riunione seguente. Fortuna volle che Valerio Magrelli avesse il suo primo miniappartamento vicino a via Giulia e lo mettesse a disposizione per gli incontri. Anche Ginevra Bompiani cominciò a offrire la propria casa. Erano entrambi più centrali ma nessuno andava così bene. Anziché sedersi intorno a un tavolo, le persone si sedevano sul divano o sulle poltrone (la chaise longue da Ginevra era famosa), sicché gli incontri non avevano la stessa concentrazione. Ma non posso descrivere il sollievo nel tornare a casa e sentire l’aria respirabile!

Come veniva stampata la rivista?

Arsenale fu uno degli ultimi esempi della gloriosa stampa in linotipia con testi e disegni fisicamente impressi sulla carta. Scorrendo le dita sulla copertina, se ne poteva sentire il rilievo. Negli anni Ottanta la linotipia era già rara essendo stata rimpiazzata dall’offset. Ma Gianfranco insistette perché trovassimo una tipografia vera – e che tipografia! Mille metri quadri con enormi macchinari impolverati. Spendemmo giornate intere lì ed eravamo quasi gli ultimi clienti rimasti. Riaprire le buste gonfie degli originali dei vari numeri, mi fa ricordare perché ci si accontenta di qualcosa in meno nella qualità di stampa allora come adesso. Era letteralmente un sacco di lavoro specialmente per una rivista graficamente complessa come Arsenale. In linotipia ogni parola deve essere ribattuta in tipografia su grosse macchine che sputano fuori il testo, riga per riga, composto in piombo. Correggere le bozze è un lavoro impegnativo e eseguire la grafica significava realizzare bozzetti a matita. Sicuramente anche allora esistevano modi più semplici e veloci per stampare, ma lui voleva che l’abito fosse dello stesso livello dei contenuti.

Perché è morta Arsenale?

La vera domanda dovrebbe essere come ha fatto a vivere così a lungo. Nei suoi dodici numeri Arsenale ha pubblicato lavori di 145 scrittori e 35 artisti per un totale di 870 pagine. Non avevamo alcuna istituzione o finanziamento alle spalle. Tutto ciò che il gruppo aveva in comune era il desiderio di fare una rivista. In uno degli ultimi numeri Gianfranco scrisse un editoriale che rifletteva su questa esperienza sia in termini di significato che di frustrazione.

“Un’idea pigra ed egotista trova spesso voce e credito in questi tempi: che le riviste letterarie non servono a niente, che se ne fanno troppe, ecc. Bisognerà ancora ricordare che la letteratura moderna è stata fatta sulle riviste?”

La domanda/risposta che chiude quello stesso editoriale ci offre una chiave di lettura del suo più intimo desiderio per Arsenale

“Cosa conferisce a una rivista il suo potere magnetico, polare? Avere uno scopo anteriore: non essere un luogo di concrezione di testi vari, ma uno spazio di risonanza spirituale; stare nel tempo, ma lontano dalle sirene dell’attualità. Le riviste attualiste sono come le attardate: morte gore della letteratura; l’attualità è per i quotidiani e i rotocalchi – i luoghi dello spreco del talento – : una rivista letteraria sarà il luogo della custodia e dell’accumulo, e il riparo «per il talento futuro» (Copeau).”

Esiste un archivio della rivista e del suo direttore?

Gli archivi di Arsenale contengono la collezione completa dei manoscritti di tutto ciò che fu pubblicato. Sono divisi per numero e sono pieni di indicazioni in rosso ad uso dei tipografi (tipo di carattere, spaziature ecc.). Ci sono più di cento foto di autori sia italiani che stranieri che furono usate nelle “Notizie sui collaboratori”. Vi è una collezione di opere d’arte, incluse le tavole originali delle copertine. Inoltre, ci sono le lettere di commento dei vari collaboratori sui fascicoli pubblicati, recensioni critiche, lettere che accompagnavano abbonamenti e sottoscrizioni e lettere e appunti scritti da Gianfranco. Per finire ci sono le vecchie piastre di metallo, oggetti abbastanza insoliti, con le immagini speculari incise su fogli di zinco. Gli archivi di Gianfranco sono anche più ricchi: spaziano dalle sue note originali, ai manoscritti divisi in base a libro, saggio, articolo; alla corrispondenza, foto, opere d’arte, curiosità, ritagli di giornale, libri in edizione limitata, manoscritti di altri autori per non menzionare la sua fenomenale collezione di libri.

Gli archivi sono consultabili?

Le richieste di consultazione sono ben accolte; anzi sto anche considerando idea di donare il materiale ad una biblioteca o istituzione accademica per rendere più facile l’accesso agli studiosi. Per qualsiasi informazione la mia mail è: nancywatkins2@gmail.com

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