Carlo Pulsoni intervista Giuseppina Volpicelli

Giuseppina Volpicelli è attrice burattinaia, autrice, regista per la compagnia Nuova Opera dei Burattini, che ha diretto per più di trent’anni, fondatrice del Teatro Verde e curatrice della Collezione Signorelli dal 1992.

 

<Chi è stata Maria Signorelli?
Parlare di mia madre non è una cosa affatto semplice. Direi che Maria Signorelli è stata una protagonista del teatro e dell’arte del Novecento essenzialmente per due ragioni: da un lato perché nata nel salotto letterario e artistico costituitosi presso i suoi genitori – suo padre, Angelo Signorelli, medico e tra i primi collezionisti di artisti italiani suoi contemporanei (Spadini, Melli, De Pisis e così via); sua madre, Olga Resnevich, medico anche lei, ma soprattutto prima biografa di Eleonora Duse e prima traduttrice di svariati capolavori della letteratura russa (cito a esempio I Demoni di Dostojevski), nonché amica tra gli altri di Diaghileff, Malaparte, Pirandello, Papini… Dall’altro perché giovanissima esordì nel mondo del teatro: appena ventenne è già aiuto regista di Anton Giulio Bragaglia nel suo Teatro degli Indipendenti, dove espone i propri fantocci (sculture di stoffa realizzate secondo i dettami del Futurismo). Successivamente si reca a Berlino per studiare con Max Reinhardt e tornata a Roma nel 1934 presenta il progetto teatrale Pluriscenio M, vale a dire la sua proposta di un teatro con più palcoscenici in modo tale che ciascuno spazio avesse una propria rappresentazione, quasi una propria anima. In seguito diventa scenografa e costumista realizzando ad esempio la prima opera di Menotti Amelia al Ballo. Questa attività la porterà a lavorare nei più grandi e prestigiosi teatri italiani (La Scala, il San Carlo…).

Come nasce il suo interesse per i burattini?
L’interesse nasce soprattutto per fornire a me – sua figlia primogenita nata in tempo di guerra dunque in un momento di totali privazioni – quelle emozioni che avevano caratterizzato la sua infanzia. Infatti essendosi sposata nel 1938 con Luigi Volpicelli, il celebre pedagogista, aveva abbandonato il teatro per dedicarsi alla famiglia. Questa attività legata ai burattini, tutta familiare in origine, ebbe una tale risonanza al punto di riaprirle nuovi spazi nel mondo teatrale che aveva precedentemente abbandonato. Crea una propria compagnia, l’Opera dei Burattini, dove lavoreranno tanti giovani che sarebbero poi diventati grandi nome nel mondo dello spettacolo. Solo per citarne alcuni: tra i musicisti Roman Vlad ed Ennio Morricone, tra gli scenografi Toti Scialoja ed Enrico Prampolini, tra i registi Lina Wertmuller, e tra gli attori Carlo Verdone…

Quali sono i motivi che hanno portato Maria Signorelli a creare la sua collezione?
Innanzitutto devo precisare che il suo essere burattinaia era una continuazione del suo agire creativo. Lei creava personaggi ma non era materialmente lei che li manovrava: insomma non era un’attrice burattinaia come invece sono io! Il primo corpus consistente della collezione nasce nel 1960 con la morte in Svizzera di Vittorio Podrecca, autentica leggenda del teatro italiano. La vicenda è molto complessa: una delle sue compagnie si trovava in tournée in America e a seguito di questo lutto doveva tornare in Italia. Considerato però che essa era costituita da più di 30 persone, non avevano le risorse sufficienti per il viaggio. L’altra compagnia a Roma cominciò pertanto a vendere i materiali presenti nel magazzino. Mia madre vide sui banchi dello storico mercato di Porta Portese bozzetti e marionette della compagnia Podrecca e per evitare la loro dispersione decise di comprare in blocco l’intero magazzino, guardandosi bene dal comunicarlo alla famiglia. Da lì la collezione si è accresciuta anno dopo anno. Con l’arrivo della TV molte compagnie di burattinai e marionettisti ritengono finita la loro era, e decidono di dismettere il loro patrimonio. Mia madre pur di non veder disperso questo mondo, intimamente legato alle nostre radici, continuò imperterrito a fare acquisti non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Tramite donazioni e scambi, la raccolta si è arricchita di numerosi pezzi provenienti dalla Grecia, Germania, Ungheria, Polonia e Cecoslovacchia. Dai suoi viaggi in Oriente mia madre ha riportato alcuni significativi esempi della tradizione turca, burattini, marionette e ombre cinesi, marionette dalla Birmania, i caratteristici burattini giavanesi di legno, grandi ombre dall’India, wayang kulit e wayang klitik - sagome di pelle e legno del teatro delle ombre - di varie regioni del Sud-est asiatico - marionette del Rajastan. In questo modo ha potuto raccogliere circa 5000 pezzi che vanno dal 1700 al 1900, da me diviso in 25 sezioni. Moltissime di queste opere, probabilmente le più amate, erano conservate nella nostra grande casa e mio padre, disperatissimo, ci diceva: “Vostra madre si espande come l’olio, lentamente!”.

Cosa viene esposto al Museo Nazionale d'Arte Orientale "Giuseppe Tucci"?
Prima di fornire questa risposta ci tengo a dire che io stessa ho realizzato un film che raccontasse visivamente non solo mia madre, ma soprattutto che cos’è la collezione. Nella mia idea lo spazio espositivo deve essere vivo, partecipato dai visitatori. Ad esempio l’allestimento è stato pensato in modo tale che lo spettatore possa godere non solo della bellezza dei pezzi esposti nella mostra, ma anche della magnifica Collezione permanente del Museo. L’idea che ha informato il progetto è stata quella di allestire dei paesaggi umani dando particolare rilievo ai giochi di luce per rendere il più teatrale possibile l’allestimento stesso. All’ingresso ho privilegiato l’attività didattica e laboratoriale: sono infatti esposti esempi di teatrini e di sagome realizzate da mia madre in alcune scuole primarie e fanno bella mostra di sé i materiali – cartoncini, colori e gli strumenti - colla, forbici - necessari per realizzare delle ombre. Segue la sezione dedicata al teatro delle ombre in Turchia e Grecia, con alcune figure di Karaghioz, il briccone a volte volgare e folle, che dal XIV secolo si incontra in tutte le regioni dell’Impero Ottomano. Nella Sala Verde numerose piccole ombre in pelle di personaggi maschili, femminili, buffoni, animali nonché di oggetti per ambientare le scene testimoniano la tradizione della Cina. Riguardo alla produzione italiana: il posto d’onore è riservato alle creazioni di mia madre. Segnalo inoltre alcune marionette della Compagnia dei Piccoli di Vittorio Podrecca, l’ambiente arabo con le piccole marionette triestine, due “teste di legno” dell’emiliano Emilio Frabboni, un grande Arlecchino della Compagnia torinese Lupi e un pupo pugliese. La produzione del teatro di figura del Sud est asiatico è molto ben rappresentata, con marionette di varie nazioni dell’Estremo Oriente, che presentano una notevole ricchezza negli abiti e una fattura accurata. Vi sono inoltre sagome indiane e thailandesi di grandi dimensioni molto curate nei dettagli.
Come dicevo per me è fondamentale l’aspetto didattico e per questo lo scopo della mostra - oltre a evidenziare che il teatro di figura, lungi dall’essere “popolare”, come a volte viene riduttivamente definito, è al contrario teatro di sapienza - vuole soprattutto sottolineare come le pratiche costruttive, le tecniche di rappresentazione, la struttura e la morale dei testi e perfino i singoli personaggi, si ritrovano con poche varianti in Oriente come in Occidente. Ho chiesto inoltre al Museo di effettuare visite guidate e attività di laboratorio destinate al pubblico scolastico in modo da favorire al massimo la partecipazione del pubblico e offrire spunti di riflessione da sviluppare in classe.

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