Carlo Pulsoni intervista Lorenzo Tomasin

Lorenzo Tomasin, nato a Venezia quarant’anni fa, ha studiato alla Normale di Pisa, di cui è stato anche ricercatore. Dopo aver insegnato (dal 2006) Linguistica italiana a Ca’ Foscari, dal 2012 a Losanna insegna Storia della Lingua italiana e da quest’anno anche Filologia romanza. Con Giuseppe Antonelli e Matteo Motolese cura la Storia dell’italiano scritto, i cui primi tre volumi sono usciti l’anno scorso da Carocci. Collabora con vari giornali, tra i quali, dal 2001, il Domenicale del « Sole-24ore », e dal 2014 il « Corriere del Ticino ».

 

L’italiano è una delle lingue federali della Svizzera. Da storico della lingua italiana nonché da docente trapiantato in Svizzera puoi dirci come se la passa il nostro idioma nel paese elvetico?

Bene e male insieme. Bene nel senso che almeno nei contesti urbani, multiculturali e realmente plurilingui, l’italiano è in Svizzera una lingua presente ovunque : ticinesi o italiani sono moltissimi rappresentanti della parte più vivace della società svizzera d’oggi, col risultato che la nostra lingua è presente, o almeno latente, in molti contesti. Almeno nelle città che conosco meglio – quelle della Svizzera occidentale – essa non è più avvertita come la lingua di Gastarbeiter impegnati in attività subalterne e socioeconomicamente marginali (così era nella Svizzera tedesca di qualche decennio fa), bensì come la lingua materna di un numero sempre crescente di intellettuali, di scienziati, di tecnici, di operatori economici, di creativi... Ma c’è anche un risvolto negativo della situazione: nel senso che nonostante quello che ho appena detto l’italiano resta sullo sfondo, poiché tutte le attività cui ho accennato soffrono di una perdita complessiva del reale plurilinguismo che le ha a lungo caratterizzate. Nel concreto esercizio delle professioni intellettuali e terziarie in genere l’italiano paga così il doppio scotto della minorità linguistica (è la terza lingua nazionale, ben staccata in termini di peso quantitativo sia dal tedesco, sia dal francese), e del fenomeno global dell’avanzata dell’inglese in molti contesti lavorativi. L’inglese, che sta facendo arretrare anche il tedesco e il francese dai settori più qualificati della vita economica svizzera, rischia di marginalizzare quella, tra le tre lingue di questo Paese, che già prima del suo ingresso risultava minoritaria. A ciò si aggiunge la perdita di prestigio economico ma anche culturale e politico di cui in questo momento l’Italia soffre, che penalizza l’italiano ad esempio nella scuola, dove gli studenti non italofoni possono sceglierlo in alternativa a lingue straniere che oggi hanno un maggiore prestigio internazionale.

Cosa si dovrebbe fare per promuovere o per rilanciare la nostra lingua?

Plurilinguismo, plurilinguismo, plurilinguismo. L’italiano – come qualsiasi altra lingua – non si salva imponendolo a scapito di altre (come sta facendo l’inglese), ma affiancandolo alle altre e promuovendo il valore positivo del plurilinguismo, a partire dalla scuola. Muovendo dal principio che la compresenza di più lingue nello spazio mentale è di per sé un valore positivo (ciò che peraltro si dimostra anche per via psicolinguistica), e che la perdita della diversità linguistica corrisponde a un impoverimento culturale, l’italiano potrà mantenere la sua posizione tra le grandi lingue di cultura. E invece persino in Italia c’è chi ormai progetta corsi di laurea interamente in inglese, o chi – persino tra i ricercatori delle scienze umane – ritiene che l’italiano di domani debba essere una lingua usata solo da chi « parla d’amore, cura i suoi figli o scrive le sue poesie » (così lo storico Andrea Graziosi, in un libro recente e peraltro ricco di spunti interessanti). Dopo aver combattuto per decenni l’immagine della casalinga come simbolo d’emarginazione socioeconomica, ora qualcuno vorrebbe fare dell’italiano una lingua casalinga, esclusa dalla dimensione professionale. Ecco, è questo pericolo da cui bisogna guardarci: l’italiano – esattamente come il francese o il tedesco o lo spagnolo – vanno rilanciate come lingue di dignità professionale pari a quella dell’inglese.

In molti paesi dell’est Europa, l’italiano viene studiato per via della moda, del cibo. Esiste qualcosa di analogo anche in Svizzera?

Certamente alcuni settori economici e del costume hanno un rapporto privilegiato con l’italiano. Ma direi che in Svizzera conta più il fattore interno: l’italiano non è una lingua straniera, e i motivi per cui viene studiato hanno spesso a che fare con la biografia individuale. Poiché moltissimi svizzeri vengono da famiglie plurilingui, per molti di loro l’italiano è una delle lingue familiari. Il problema, come dicevo, è che non è necessariamente la più prestigiosa. E per tornare alla frase di Graziosi, raramente si studia una lingua solo per parlare d’amore o per scrivere poesie. Ciò detto, è pure vero che l’attrattiva dell’italiano è data per molti dall’essere una lingua che a lungo è stata indispensabile per chiunque si occupasse di musica, di arte, di cultura classica, di teologia anche.

Come si pone in rapporto l'italiano con le altre lingue romanze dell'immigrazione, a esempio lo spagnolo o il portoghese?

Le lingue iberoromanze sono, anche in Svizzera, un elemento sempre più vivace nel paesaggio linguistico (uso una formula che proprio negli studi di linguistica spagnola sta conoscendo una certa fortuna e varie interessanti applicazioni). Il portoghese, ad esempio, è la lingua della comunità straniera più numerosa nella Svizzera romanda – una lingua che càpita di sentir parlare dappertutto a Losanna, ma anche a Ginevra e a Neûchatel. Eppure, le università fanno pochissimo per sviluppare l’insegnamento e lo studio del portoghese, forse perché si tratta di una comunità che incide ancora troppo poco sulla popolazione studentesca.

Per quanto riguarda lo spagnolo, poi, andrebbe ricordata una cosa che gl’italiani valorizzano poco, o addirittura trascurano del tutto : la lingua occidentale più parlata al mondo, lo spagnolo, è perfettamente intercomprensibile con l’italiano – nel senso che un italiano e uno spagnolo anche di media cultura possono comunicare perfettamente, con minimi accorgimenti, parlando ciascuno la propria lingua. Ciononostante, le pratiche di intercomprensione e lo studio delle modalità che rendono le lingue simili impiegabili simultaneamente sono quasi del tutto trascurati, o addirittura guardati con sospetto.

Eppure, le condizioni per una « lega linguistica » a livello globale ci sono tutte: l’italiano ha un antico – e pur declinante – prestigio culturale, lo spagnolo una diffusione planetaria... ed entrambe sono lingue che possono contare su una percezione, o se preferisci su un’aura, fortemente positiva. Due lingue simpatiche, insomma.

La tua formazione è di storico della lingua italiana eppure hai deciso - e di questo te ne sono molto grato - di resuscitare la cattedra di filologia romanza. Puoi spiegarci quali sono i motivi che ti hanno indotto a fare questa benemerita azione?

Non credo di avere meriti (anzi, mi sento complessivamente indegno di quest’impresa), perché penso che l’operazione fosse assolutamente doverosa. Tra i motivi che mi hanno spinto ad agire, che sono moltissimi, te ne cito solo alcuni: la Svizzera è un paese in cui tre su quattro delle lingue nazionali sono romanze; essa è, geograficamente e culturalmente, la cerniera tra i Paesi – Germania, Italia, Francia – che la Filologia romanza hanno fondato e sviluppato; in questa città e in questa università hanno insegnato Walther von Wartburg e Paul Aebischer (fino al 1968, anno a partire dal quale la titolatura Filologia romanza era stata cancellata). E questi sono motivi, per così dire, retrospettivi. Ma ad essi se ne aggiungono molti di progressivi: è ora, credo, di superare una visione sempre più frazionata e settoriale non solo della ricerca, ma persino dell’insegnamento universitario, che rischia di restringere gli orizzonti culturali dei nostri studenti, deprimendo le loro curiosità e appiattendo la loro formazione. A tale pericolo la Filologia romanza, intesa come disciplina comparativa e sincretica delle lingue, delle letterature e delle culture neolatine, offre un antidoto formidabile.

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