Carlo Pulsoni intervista Roman Sosnowski

Roman Sosnowski insegna Storia della lingua italiana e Linguistica italiana all’Università Jagellonica di Cracovia. È autore, tra l’altro, dei volumi Origini della lingua dell’economia in Italia, Milano 2006 e Deissi spaziale nei testi teatrali italiani del XVI secolo, Kraków 2010 nonché co-autore di dizionari e manuali per lo studio dell’italiano. Negli anni 2008-2011 è stato responsabile della sezione italiana nel progetto del gruppo Fibula ( http://info.filg.uj.edu.pl/fibula) dedicato ai manoscritti romanzi del fondo berlinese della Biblioteca Jagellonica. Dal settembre 2012 è direttore del Dipartimento di Lingue e Letterature Romanze dell’Università Jagellonica.

 

Cosa ti ha spinto a studiare l’italiano e a scegliere in seguito di dedicare la tua vita all’insegnamento di quella lingua e della sua cultura?
Nella vita ci sono scelte casuali o dettate da motivi pragmatici che poi si rivelano scelte del cuore. Così è stato nel mio caso perché mi sono avvicinato all’italiano attraverso il latino che avevo studiato al liceo. Già il latino in Polonia è molto raro e i licei con il latino erano pochi (e lo sono tuttora); casualmente uno di loro si trovava nella mia città e senza veramente sapere il significato della scelta, mi ci sono iscritto. Poi sono arrivati i concorsi del latino nazionali e infine, nel 1989, il concorso internazionale in Italia, Certamen Ciceronianum Arpinas. Ero ben avviato negli studi classici e cominciavo a studiare il tedesco (importante per un classicista), ma il Certamen mi ha fatto cambiare idea. Per me è stata un’esperienza estremamente formativa, che ha deciso il corso della mia vita e, paradossalmente, non per l’incontro con il pensiero di Cicerone, ma per l’incontro con l’Italia moderna. Da quel viaggio è nato l’interesse per l’Italia che via via si è trasformato in un amore incondizionato, poi un amore più critico, ma per questo ancora più impegnativo. A questo si sono sovrapposte le tappe educative, prima il corso di laurea in lettere classiche e, quasi contemporaneamente la laurea in italianistica.
L’insegnamento dell’italiano è solo la conseguenza dell’interesse e dell’amore per l’Italia. Dopo la laurea mi è stato offerto l’incarico di insegnante come assistente presso l’Università Jagellonica e non ci ho pensato su due volte, nonostante avessi all’epoca proposte di lavoro molto allettanti al di fuori del mondo universitario. Mi sono buttato nell’insegnamento e nello studio dell’italiano e dell’Italia con grande entusiasmo perché insegnare una cultura è un modo per trasmettere la passione con metodi razionali. Nel corso degli anni ho avuto diverse esperienze di insegnamento: a livello universitario, ai corsi aziendali, come autore di manuale e dizionari. Spero che questi insegnamenti siano stati utili agli studenti e sono sicuro che sono stati molto importanti e formativi per me perché insegnare vuol dire anche imparare e maturare.

Quest’anno la cattedra d’italiano dell’Università di Cracovia festeggia i suoi quarant’anni con un grande convegno che si terrà in ottobre. Ci puoi parlare della storia della cattedra dalla sua istituzione ad oggi?
Le mie colleghe proprio in questi giorni stanno lavorando sulla storia della cattedra d’italianistica. Una delle informazioni più curiose riguarda i motivi per cui venne istituita ufficialmente la cattedra nel 1974. Nelle motivazioni presenti in una lettera al Rettore da parte del Preside di Facoltà si citava espressamente la presenza della Fiat in Polonia che all’inizio degli anni settanta stringeva un accordo con la FSM di Bielsko.
Da questo risulta che, alla base della fondazione di un corso di lauera in italianistica, c’erano non solo motivi scientifici e culturali in generale (anch’essi presenti nella lettera richiamata), ma una specifica vocazione industriale. La cattedra preparava i futuri traduttori e interpreti. Del resto, le stesse motivazioni sono state decisive per l’ampliamento del numerus clausus all’inizio degli anni novanta. Molti dei laureati della nostra italianistica hanno lavorato a Bielsko e Tychy, due siti industriali rilevati dalla Fiat da FSM nel 1993. Alcuni dei nostri laureati di quegli anni occupano ancora oggi posti importanti nella struttura del ramo polacco dell’azienda torinese.
Ma l’istituzione della cattedra e del corso di laurea in italianistica nel 1974 grazie al prof. Stanislaw Widlak, ideatore e primo direttore, fu solo il coronamento di tanti anni di insegnamento dell’italiano a Cracovia.
Addirittura, la prima cattedra della lingua italiana risale al 1806 (il dato è ripreso dal volume Tradition et modernité, a cura di U. Dambska-Prokop e A. Drzewicka, Kraków 1993), sebbene si trattasse di una cosa effimera. Successivamente, a partire dal 1892 cioè dall’istituzione della Cattedra di Filologia Romanza, l’insegnamento dell’italiano è stato quasi sempre presente nell’Università Jagellonica. Uno dei primi lettori negli anni 1908-1926 all’Università è stato Fortunato Giannini che non solo si distinse come insegnante ma anche come autore di dizionari e grammatiche.
A partire dagli anni sessanta all’Università Jagellonica era inviato il lettore di scambio, prassi interrotta nel 2012 dall’Italia a causa dei pesanti tagli al bilancio del Ministero.
Non c’è lo spazio per parlare di tante persone, italiani e polacchi, che, sia nel corso degli ultimi 40 anni sia prima, hanno sacrificato le loro forze cercando di trasmettere la loro passione per l’Italia. Stiamo lavorando su una brochure che conterrà la storia dettagliata di tutti quegli anni e che sarà distribuita a ottobre. Aggiungo solo che attualmente la Cattedra (Zaklad Italianistyki) è diretta dalla prof. Jadwiga Miszalska e dalla prof. Anna Klimkiewicz.

C’è stato un aumento di studenti di italiano a seguito dell’ascesa al soglio pontificio di Giovanni Paolo II?
È una domanda a cui è difficile dare una risposta univoca. Erano anni dove in Polonia vigeva il numerus clausus, dove l’istruzione era un bene regolato e limitato dallo stato quindi il numero di persone interessate a studiare le lingue all’epoca era sempre superiore alla disponibilità di posti. Sicuramente la presenza di Wojtyla in Vaticano ha influito sull’interesse per lo studio dell’italiano, ma i veri motivi, molto più importanti, allora erano diversi: studiare le lingue era l’unica “finestra sul mondo” e il mondo occidentale in blocco era visto da quasi tutti come una “terra promessa”. L’Italia in più si distingueva per il suo design, per lo stile, per la moda che erano attrattive aggiuntive nel desiderio di assimilare la lingua e la cultura. Come se studiando la lingua ci si volesse approppriare dello stile di vita. Negli anni ottanta, all’università le studentesse delle lingue romanze e dell’italiano, in particolare, si distinguevano per la loro eleganza e il loro stile nella Polonia accademica allora molto grigia - almeno quello era il luogo comune. Come si suol dire, se non è vero, è ben trovato e esmplifica bene il tipo di fascino che l’Italia esercitava in Polonia.
Tornando alla domanda iniziale, aggiungo che, sebbene negli studi universitari d’italianistica l’influenza del papa polacco non sia stata determinante, sicuramente lo è stata tra il clero e in alcune fasce di popolazione legate istituzionalmente o emotivamente alla chiesa cattolica. Il numero di corsisti che seguivano l’italiano aumentava negli anni anche grazie al legame dei polacchi con il Vaticano.

Qual è oggi la situazione dell’italiano nel tuo Ateneo e in genere in Polonia, considerato che, a giudicare dai dati presenti in rete, la comunità italiana è assai ridotta?
Qui, a mio parere, sono da distinguere tre aspetti diversi: la popolarità dell’italiano in quanto lingua “alla moda”, l’efficacia dell’italiano come strumento lavorativo e la presenza degli italiani in Polonia.
Per quanto riguarda il primo aspetto cioè la popolarità dell’italiano tra i polacchi come lingua che vale la pena di studiare perché si tratta di una lingua e una di cultura che attrae, bisogna dire che, dopo anni di grande interesse, ora si registra un notevole calo. Diminuisce il numero di corsisti di lingue, diminuisce il numero di richieste di iscrizioni all’università.
Paradossalmente, a questo si affianca almeno in alcune città (Cracovia e Breslavia su tutte) una maggiore richiesta dei laureati in lingue e letteratura italiana da parte dei datori di lavoro. Questo è legato allo sviluppo di multinazionali di oustsourcing (IBM, Serco, Cap Gemini ecc.) che reclutano molti dei lavoratori tra i nostri studenti. Ciò dipende anche dalla tradizione dell’insegnamento delle lingue in Polonia; i corsi prevedono tante ore di esercitazioni pratiche e, soprattutto, tutti i corsi, compresa la letteratura, sono tenuti in lingua straniera. Chi si laurea quest’anno in italiano (ma anche in francese, in portoghese ecc.) all’Università Jagellonica non ha problemi a trovare lavoro. Rimane, ovviamente, aperta la questione se quel lavoro risponde pienamente alle aspettive e alle ambizioni; si tratta dopo tutto di un lavoro d’ufficio, non di un lavoro nel campo della cultura, delle traduzioni letterarie che spesso sognano i nostri studenti.
Alla presenza di mutinazionali è legata la crescente presenza dei giovani italiani in Polonia che trovano lavoro nei centri di outsourcing e si trasferiscono chi temporanemente chi in maniera permanente in Polonia. La comunità italiana sta quindi crescendo sebbene sia ancora ridotta, non paragonabile a paesi con lunga storia di immigrazione italiana.

Vi sono rapporti di collaborazione tra la tua cattedra e l’Istituto italiano di cultura?
Sì, a Cracovia c’è un Istituto Italiano di Cultura con cui l’Università spesso collabora in occasione di eventi culturali, di conferenze o di mostre. Anche il nostro convegno dell’anniversario (come tutti i convegni precedenti) è organizzato in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura.
L’Istituto mostra una grande disponibilità nei confronti della nostra università, ma, ovviamente, il suo raggio d’azione è più ampio del nostro sia in termini territoriali che educativi. L’Istituto copre tutta l’area sud della Polonia e, sopratutto, si concentra su una vasta attività di diffusione della cultura, che comprende anche la musica, le arti figurative, il design ecc., mentre la nostra vocazione è conentrata sullo studio e sulla ricerca. In questo senso, l’azione di diffusione dell’italianità dell’Istituto Italiano di Cultura e dell’Università sono complementari.

Quali sono, a tuo avviso, le motivazioni che spingono oggi uno studente polacco a studiare l’italiano?
Lo studente/la studentessa (l’italiano parla al femminile in Polonia) che arriva ad iscriversi al primo anno d’italianistica di solito ha già avuto contatti con il paese (non necessariamente con la lingua). Si tratta di persone che hanno, per lo più, qualche interesse specifico legato all’Italia, ma vogliono conoscere bene la lingua, la realtà italiana, la cultura nei suoi vari aspetti. E di solito, in cima alla lista dei desideri è conoscere la lingua cioè saper parlare, saper scrivere.
Nello stesso momento, la generale conoscenza dell’Italia (soprattutto della modernità) è scarsa perché sia nei programmi scolastici polacchi sia nelle informazioni dei mass-media l’Italia è poco rappresentata. E quello che sanno gli studenti sono spesso immagini dell’Italia filtrate attraverso le lenti della cultura anglosassone (gli iscritti in italianistica di solito conoscono già molto bene l’inglese) con tutte le semplificazioni del caso. Anche nel main-stream culturale polacco l’Italia è vista attraverso i romanzi inglesi che esaltano la Toscana, attraverso un certo sentimentalismo dei film hollywooodiani o inglesi ambientati in Italia, attraverso, nel miglior dei casi, l’erudizione classicista.
Bisogna però dire che questa Italia moderna (ma anche quella dei secoli passati, poco conosciuta in Polonia) incuriosisce. Sono anche un oggetto di curioso interesse le varietà linguistiche dell’italiano, con i dialetti in primo luogo, con le varietà dell’italiano regionale, il tutto molto diverso dalla situazione linguistica polacca.

Nei tuoi corsi ci sono anche italiani di seconda generazione?
Si tratta di casi rari che probabilmente saranno via via più frequenti. Riguardano soprattutto figli nati da matrimoni misti, italo-polacchi perché una vera immigrazione (se di immigrazione si può parlare) è iniziata appena 3-4 anni fa.

Quali sono gli autori italiani più letti o più richiesti nel tuo corso?
Siccome insegno la linguistica e la storia della lingua non lavoro direttamente con la letteratura italiana. Un piccolo spaccato di letteratura italiana letta e apprezzata dagli studenti me lo sono creato dirigendo le tesi di laurea in traduzione. Si spazia dalla poesia di Patrizia Valduga ai libri dei giornalisti come Severgnini, da Tondelli ai cannibali (letti e apprezzati da molti italianisti), al teatro di narrazione di Paolini. Un denominatore comune c’è: prevale la contemporaneità.

Sono letti in italiano in italiano o in polacco?
Al primo anno i classici sono letti per lo più in polacco (con frammenti in italiano) mentre dal secondo anno si legge soprattutto in italiano. Questo aiuta molto nello studio della lingua, qualche volta può incidere negativamente sulla comprensione dei valori letterari delle opere lette perché non tutti hanno una conoscenza della lingua abbastanza approfondita. Tuttavia, nel complesso, considero questo sistema molto efficace. Gli studenti sono motivati a imparare la lingua non solo per scopi comunicativi, si spingono molto oltre. La necessità di leggere in italiano le opere letterarie è un grande incentivo. Ciò del resto è simile per le altre lingue moderne; un laureato in lingue della nostra università, mediamente, ha una padronanza davvero completa e approfondita dell’italiano.

Quanto e chi arriva invece tra gli autori contemporanei, anche in traduzione?
Questa domanda tocca un tasto dolente, almeno secondo me. Arrivano vari autori, anche molti, ma non sono altrettanto letti e seguiti. Le tipologie di libri/autori italiani che arrivano nel mercato editoriale polacco sono fondamentalmente tre:
a) bestseller; qui ci sarebbe Camilleri, Melissa P., Saviano. L’elenco risulta molto disomogeneo, come si vede dagli esempi, ma sono accomunati dal fatto di aver avuto grande successo commerciale in Italia. I bestseller sono usati come merce di scambio tra le grandi case editrici dei vari paesi;
b) letteratura religiosa popolareggiante (libri su Padre Pio ecc.);
c) qualche autore contemporaneo la cui scelta dipende di solito dalle preferenze degli studiosi o dei traduttori p.es. Claudio Magris o le poesie di Alda Merini. Quest’ultima tipologia è spesso accompagnata da studi, da articoli (nel caso di Alda Merini, Jaroslaw Mikolajewski, italianista, traduttore e giornalista ha fatto un’ottimo lavoro sul quotidiano Gazeta Wyborcza). Tuttavia, questo lavoro di appassionati non è sufficiente perché le case editrici non sono molto interessate alla letteratura italiana e molti autori importanti non sono affatto tradotti (non sono tradotti Busi, Celati, Vassallo, Bevilacqua e tanti, tanti altri). Non aiuta il fatto che i bestseller italiani o anche i vincitori di importanti premi letterari italiani spesso sono libri deludenti. Per non restare troppo sul vago citerò il romanzo di Nesi Storia della mia gente, ma, a mio avviso, ci sarebbero anche altri da criticare. Ovviamente si tratta di giudizi estetici personali; sono, tuttavia, forse significativi, nel senso che questo tipo di letteratura ha poco da offrire al lettore polacco.

Suggeriresti qualche nome di autore contemporaneo che ti augureresti venisse tradotto in polacco?
Simona Vinci è un consiglio della prof. Anna Moc che per anni si è occupata della letteratura italiana contemporanea alla nostra università. E devo ammettere che le sue intuizioni e i i suoi gusti letterari mi sono sempre sembrati convincenti e mai banali.
Metterei Tondelli di cui è stato tradotto solo il debutto Altri libertini, del resto ad opera delle studentesse del nostro corso di laurea. La traduzione si è rivelata un buon successo editoriale e il libro è stato molto apprezzato dalla critica polacca.
Indicherei anche Tiziano Terzani, ma fortunatamente i suoi libri sono tradotti in polacco! La mia scelta del cuore invece cadrebbe su Fruttero e Lucentini ( La donna della domenica, A che punto è la notte, Enigma in luogo di mare, Amante senza fissa dimora). Non sono nemmeno convinto che possano trovare un vero interesse in Polonia, ma sono un loro grande fan.

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