Carlo Pulsoni intervista Pablo d’Ors

Pablo d’Ors è nato a Madrd nel 1963. È sacerdote e scrittore, e nel 2014, per designazione espressa di Papa Francesco, è stato nominato Consultore del Pontificio Consiglio della Cultura

 

Esce solo ora in italiano L'amico del deserto (Macerata, Quodlibet, 2015, traduzione di Marino Magliani), un libro che precede di qualche anno il tuo Biografia del silenzio, all’opposto pubblicato prima da noi (Milano, Vita e pensiero, 2014, traduzione di Danilo Manera). Eppure entrambi i libri sono legati da un filo rosso, come prova anche il proverbio arabo che metti in epigrafe nel primo libro menzionato: “Chi non conosce il deserto, non sa cos'è il silenzio”. Hai trovato l'ebbrezza del silenzio proprio nel deserto?

L’amico del deserto, Biografia del silenzio e L’oblio di sé fanno parte della mia Trilogía del silenzio, preceduta da altre due trilogie: quella della mancanza e dell’illusione. Ora sto scrivendo una trilogia sull’entusiasmo che è lo stato emotivo e umorale nel quale verso da un paio d‘anni. Non è che ho incontrato il silenzio nel deserto, se non che il silenzio è deserto. Il deserto, che è quasi come dire il vuoto, è ciò che ti permette di riceverlo. E la virtù per eccellenza della persona spirituale è la ricettività, la capacità ad accogliere e a saper ascoltare.. È ciò che ci rende discepoli. E solo i discepoli, cioè coloro che seguono una disciplina, sono capaci di una vita interiore.

Nell'immaginario cristiano il deserto evoca il luogo dove Cristo si reca per resistere alle tentazioni del demonio. Ha dunque un'accezione negativa. Così non appare nel tuo libro, dove il deserto appare come un luogo metaforico: "Pochi posti al mondo sono metaforici quanto il deserto, come dimostra il fatto che quando si menziona la parola ‘deserto’ solitamente si pensa tanto al deserto fisico o esterno che a quello mentale e interiore” (p. 24); più avanti arrivi anche a scrivere che “l’attrazione per la sabbia non è diversa dall’attrazione per le origini e anche per ciò verso cui tutti siamo incamminati” (p. 94)

Nella tradizione cristiana, come in quella ebraica, il deserto è certamente un luogo di combattimento spirituale, che è come dire di purificazione. In un certo senso è così anche per Pavel, il protagonista di questo romanzo, poiché è in pieno deserto dove egli riconsidera la sua identità. Perché non si può rinascere come uomo nuovo se non muore il vecchio. E questo racconto termina proprio nel momento in cui il protagonista inizierà probabilmente il vero combattimento.

Il protagonista Pavel è ovviamente l’alter ego di Pablo che fonda l’Associazione “Amigos del desierto”. Perché hai deciso di ambientare il tutto nella Repubblica Ceca e non in Spagna dove ci sarebbe stato come protagonista “Pablo”?

Questa storia presenta echi di Edmond Jabès e dal Piccolo Principe di Saint Exupéry, questo è ovvio, ma non cessa di essere una storia mitteleuropea come la maggior parte delle mie. Perché? Chissà, forse perché ho studiato in un collegio tedesco da bambino. O perché ho scoperto la letteratura e son voluto diventare scrittore alla maniera di Hermann Hesse. O perché quando assegno ai miei personaggi dei nomi spagnoli, è come se si ribellassero smettendo di funzionare. Scrivere è inserirsi in una determinata tradizione e, da quando ho iniziato a leggere Zweig, Kafka o Kundera, ho capito che quella era la mia.

“Amavano il deserto e lo confessavano senza ostentazione né pudore. Molti sostenevano che avrebbero desiderato vivere, o per lo meno soggiornare a lungo, in uno dei numerosi deserti del pianeta. Nella infinita varietà di luoghi che offre la terra, il deserto era di gran lunga il loro preferito” (p. 30). Cosa significa nella società odierna una frase simile e soprattutto ritieni che sia qualcosa di realizzabile?

Il rumore è oggi l’autentico terrorismo, e il silenzio, all’opposto, la necessità basilare e primordiale. Ritengo che niente manca di più all’uomo contemporaneo e in particolare a quell’occidentale se non il silenzio e il raccoglimento; per questo motivo ho fondato da poco un’associazione, Amici del deserto, il cui obiettivo è proprio quello di approfondire e diffondere la vita contemplativa. La cosa straordinaria è che quando ho scritto L’amico del deserto e ho immaginato questa associazione, non mi sarei mai sognato che sarei arrivato un giorno a fondarla realmente. Ciò, e tanti altri esempi che potrei citare, mi dimostra una volta di più che non si scrive ciò che si vive, se non quello che in qualche modo vivremo.

Nel libro appare più volte Charles de Foucauld come una sorta di convitato di pietra. Cora rappresenta per il protagonista Pavel e cosa rappresenta per te?

Appena ho messo il punto finale al libro, iniziai a scriverne un altro intitolato L’oblio di sé, che si occupa precisamente delle vicende di Charles de Foucauld, esploratore del Marocco ed eremita missionario in Algeria. Per Pavel, il protagonista del romanzo, Foucauld è un misterioso padre del deserto, il cui volto lo ipnotizza senza sapere bene perché. Per me Foucauld è un maestro spirituale, un autentico faro dell’umanità, e direi che dopo Gesù Cristo è la persona che più ammiro e che più prego. Foucauld è per me il simbolo della misteriosa fecondità del fallimento.

Trovo particolarmente poetica quanto scrivi a p. 51: “Ho letto che i Tuareg dicono che Dio creò alcune terre con l’acqua perché gli uomini potessero saziarsi, e creò anche terre senza acqua perché gli uomini potessero provare la sete. Secondo la saggezza Tuareg: Dio creò il deserto perché gli uomini potessero trovare se stessi. Ma io allora ero molto lontano da quella scoperta” Si tratta di una tua riflessione letteraria o il tuo approccio al deserto nasce proprio da ciò, considerato poi quanto scrivi in seguito a p. 103: “Il deserto è il luogo che Dio creò nel mondo per se, per riposare (…). Chi va nel deserto entra nel suo territorio”.

Le tre parole spirituali per eccellenza sono per me, come per san Juan de la Cruz, Fonte, notte e sete. Tutti camminiamo in un modo o in un altro verso la Fonte, o chiamiamola Dio o pienezza. Questo cammino si svolge durante la notte, vale a dire che comporta ostacoli e difficoltà. Ma la sete illumina questo cammino e ci avvicina alla Fonte. La vita spirituale non consiste nel saziare la sete, ma piuttosto nel ravvivarla. Il deserto non è altra cosa che la notte. Ma nel cristianesimo noi crediamo che la Luce del mondo nasca proprio nelle tenebre della notte.

Se vi sono delle frasi che, a mio avviso, possono sintetizzare tutto il libro sceglierei le seguenti ”È curioso: nel paese dei nomadi ho imparato ad essere sedentario. Semmai ho coltivato il desiderio di viaggiare, nel vedere altri paesi e altre culture, questo viaggio me lo fece passare del tutto. La sabbia del deserto, così uguale agli occhi di chi non sa guardarla, contiene tutti i paesi del mondo e tutti i paesi della terra. Insomma fu proprio lì che imparai che il deserto non si può cercare: si può soltanto attenderlo; e questa attesa va affrontata come se non avesse a sua disposizione tutto il tempo del mondo e le sue ricompense (i suoi doni) ci risultassero del tutto indifferenti, per quanto preziosi possano essere” (p. 121). Puoi spiegarci cosa significa per te attendere il deserto?

La meditazione o pratica del silenziamento. nella quale credo e in cui mi applico quotidianamente, consiste nel peregrinare verso il nostro centro. Questa peregrinazione, sebbene semplice, non è facile, poiché presuppone abbracciare ciò che i buddisti chiamano vuoto e i cristiani povertà spirituale. A nessuno piace la povertà, tutti preferiamo la ricchezza. E tuttavia nel Vangelo risuona chiaramente la beatitudine dei poveri. Confidare nel potere redentore del deserto significa credere che la terra promessa è il premio di una traversata per terre desertiche e desolate. Si tratta di credere che al di là delle ombre e delle ferite dell’anima, che sono dentro di noi, ci sia nel nostro intimo qualcosa come un giardino dell’Eden, dove ritroveremo questa luce che ci forma e ci definisce.

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