Carlo Pulsoni intervista Ernesto Livorni

Ernesto Livorni è professore di Lingua e Letteratura italiana presso la University of Wisconsin – Madison. Tra le sue pubblicazioni si segnalano Avanguardia e tradizione: Ezra Pound e Giuseppe Ungaretti (1998) e T. S. Eliot, Montale e la modernità dantesca (in corso di stampa). Ha anche tradotto in italiano e curato l’edizione di Ted Hughes, Cave-Birds: Un dramma alchemico della caverna (2001). Ha pubblicato numerosi articoli sulla letteratura italiana dal medioevo ai giorni nostri, sulla letteratura inglese e americana, nonché saggi di comparatistica. Ha fondato L’ANELLO che non tiene: Journal of Modern Italian Literature. In veste di poeta ha pubblicato tre raccolte liriche: Prospettiche illusioni (1977-1983) (1987), Nel libro che ti diedi. Sonetti (1985-1986) (1998) e L'America dei Padri (2005).

 

Cosa significa per te insegnare la letteratura e la cultura italiana stando all’estero?
Devo premettere che nel corso degli anni, anzi, dei decenni ormai il significato dell’insegnamento della letteratura e della cultura italiana all’estero è andato cambiando. Si è trattato di un cambiamento graduale, ma non necessariamente indolore, visto che spesso esso ha fatto e deve fare i conti con questioni di domanda e di offerta che non appartenevano al mondo dell’insegnamento universitario nel quale ero cresciuto da studente in Italia, ovviamente, ma nemmeno a quello conosciuto come dottorando nei primi anni di vita negli Stati Uniti.
Infatti, vista la grande libertà nei riguardi del canone letterario ed il tremendo impatto che gli studi culturali hanno avuto nel mondo accademico statunitense, le questioni di domanda ed offerta sono di primaria importanza, soprattutto a livello di corsi universitari (quelli “undergraduate”, per capirci), anche se non sarei sorpreso se quel tipo di pressione presto prendesse possesso anche dell’insegnamento dei corsi di dottorato. Se a ciò si aggiunge che l’università statunitense, anche quella statale, è pur sempre una grande macchina d’affari finanziari, un grande apparato anche commerciale, non si può restare sorpresi davanti alla necessità di fare di necessità virtù, per così dire, e di adeguarsi a certe esigenze di mercato (mi ripugna parlare in questi termini, ma è spesso una questione di sopravvivenza). Per il momento, sono riuscito sempre ad insegnare i corsi che secondo me vanno insegnati, anche quando li insegno in lingua inglese, e per adesso sono stato sempre ricompensato a livello di soddisfazioni accademiche ed intellettuali, anche se non mi sorprendereri se un giorno arrivasse in cui un mio corso non può essere offerto a causa dello scarso numero di iscritti!
Mi mantengo fedele all’entusiasmo ed alla curiosità intellettuale che avevo quando sono giunto negli Stati Uniti. L’insegnamento per me era ed è (e vorrei dire che sempre sarà) una missione (nel senso etimologico del termine, cosa che la vita all’estero senz’altro favorisce anche da un punto di vista esistenziale): anche se molti potranno sorridere (ne conosco purtroppo alcuni), anche tra i colleghi, credo fermamente che l’insegnamento sia e debba essere una missione. D’altro canto, missione non vuol dire cieca fede in un credo: anzi, la prospettiva dello sguardo sull’Italia dall’estero può garantire un comodo angolo di osservazione anche critico, dal quale proporre persino strade di rifondazione del sistema etico del Paese.

Qual è la situazione dell’italiano nel tuo Ateneo e in genere nello stato nel quale vivi?
Ho vissuto fino al 2000 in Connecticut, sulla costa atlantica, nella Nuova Inghilterra, insegnando a Yale University per dodici anni. Quando mi sono spostato in Wisconsin, non sapevo davvero cosa mi aspettasse, pur sapendo che andavo in un buon programma di Italianistica in una buona università di ricerca negli Stati Uniti. Adesso che ho trascorso addirittura tredici anni nel nuovo Ateneo ed in questo stato del Mid-West, posso dichiararmi soddisfatto del cambiamento. La University of Wisconsin - Madison, all’inizio del ventunesimo secolo, faceva giustamente vanto di essere l’università statunitense nella quale si offriva la possibilità di studiare il più alto numero di lingue straniere (al tempo erano 63), con il conseguente rafforzamento di tanti programmi di lingue e di letterature straniere, ma anche di programmi affini per ragioni culturali ed a volte anche tecniche. Questa situazione permette al programma di Italianistica di continuare a fiorire: il numero totale di iscritti ai nostri corsi spesso fa concorrenza ai più noti programmi di Italianistica fuori d’Italia, come quello della University of Toronto, e nell’ultimo decennio si distingue senz’altro per competenza e completezza di offerta anche a livello di dottorato. È un dato storico che il nostro programma di Italianistica da decenni prepara buoni insegnanti di lingua italiana e generalisti che a loro volta, finita la preparazione nel dottorato, ricevono offerte di lavoro e vanno ad insegnare nelle università statunitensi e canadesi. Anche in questo periodo di crisi economica, nonostante il calo dei bandi di concorso a disposizione, i nostri dottorandi sono riusciti a trovare anche interessanti collocazioni.
Inoltre, anche se la popolazione del Mid-West è prevalentemente di origine scandinava e germanica, nel Wisconsin c’è una discreta presenza italiana: cittadine come Verona e Lodi, che non sono molto distanti dalla capitale Madison, ne sono una bella testimonianza già nel nome che portano. Inoltre, nella stessa Madison, che ha un gemellaggio con Mantova, c’era una zona italiana, di cui resistono tracce: la popolazione veniva soprattutto, ma non soltanto, da Piana degli Albanesi, in Sicilia, cosa che mi ha sempre affascinato, visto che lo stesso paese siciliano a sua volta era stato fondato verso la fine del Quattrocento da rifugiati albanesi. Ma la comunità italiana più attiva è probabilmente a Milwaukee, che non a caso è la città dove vive Fonzie in Happy Days: in quella città c’è un importante centro di cultura italiana.

Vi sono rapporti di collaborazione tra la tua cattedra e l’Istituto Italiano di Cultura?
I rapporti tra la mia cattedra e tutto il programma di Italianistica, da una parte, e l’Istituto Italiano di Cultura a Chicago, dall’altra, sono ottimi. In questi anni, tanto per fare alcuni esempi, io sono riuscito ad organizzare un simposio su Marinetti ed Ungaretti per il centenario della nascita del Futurismo e quasi ogni anno ho organizzato, in collaborazione con il mio collega francesista Steven Winspur, il cosiddetto French and Italian Poetry Day (una giornata di poesia in cui poeti di lingua francese ed italiana presentano la loro poesia in una lettura collettiva e partecipano negli altri giorni ad incontri con gli studenti). Anche i miei colleghi hanno organizzato nell’ultimo decennio simposi su tanti autori importanti della tradizione italiana (Alfieri, Goldoni e, proprio quest’anno, Petrarca e la sua fortuna) o su argomenti di interesse (l’autobiografia, lo stato delle cose della letteratura contemporanea). Va anche detto che il territorio che l’Istituto Italiano di Cultura di Chicago deve coprire è molto vasto e quindi è tanto più ammirevole il sostegno che riescono a dare ad iniziative come le nostre: se uno pensa che la University of Wisconsin – Madison è tra le meno distanti da Chicago e che pure dista circa 250 chilometri, uno riesce a farsi un’idea più precisa delle distanze e delle difficoltà di collaborazione anche nell’era della comunicazione virtuale nella quale viviamo.

Quali sono, a tuo avviso, le motivazioni che spingono oggi uno studente a studiare l’italiano?
Non mi è possibile generalizzare e prendere in considerazione lo studente statunitense, anche perché ho esperienza diretta di insegnamento in poche università negli Stati Uniti. Comunque, anche pensando al tipo di studente che vedo nel Wisconsin, c’è una buona distribuzione tra studenti di origine italiana che vogliono recuperare le loro radici anche attraverso l’apprendimento della lingua, studenti che sono interessati alla cultura italiana, sia quella del passato che quella contemporanea (paradossalmente, le vicende politiche del ventesimo secolo ed anche quelle dell’era contemporanea incuriosiscono gli studenti e li avvicinano allo studio dell’italiano!), studenti che sono affascinati da aspetti di diffusione culturale come la gastronomia ed il cibo, la moda, lo sport e simili. Quindi, il panorama delle ragioni è abbastanza variegato. A ciò bisogna aggiungere che negli Stati Uniti lo studente non si iscrive ad una facoltà, ma piuttosto viene ammesso ad una università e quindi, nell’ambito di quella università, decide di fare la propria specializzazione o concentrazione (il cosiddetto “major”). In altre parole, uno studente può anche decidere di concentrarsi su due discipline e quindi, accanto alla lingua e letteratura italiane, può abbinare una disciplina che può avere delle affinità (un’altra lingua e letteratura straniera oppure anche letteratura inglese oppure studi medievali o rinascimentali oppure storia). Tuttavia, lo studente può optare per un abbinamento funzionale (italiano accanto a studi o affari internazionali o anche accanto ad economia), nella speranza che il mondo del lavoro offra opportunità di uso della lingua appresa (questi sono gli studenti che a volte sognano anche di andare a lavorare in Italia e devo dire che nell’ultimo decennio ho avuto alcuni studenti che sono riusciti a fare un’esperienza lavorativa in Italia). Infine, lo studente può anche combinare l’italiano con un’altra concentrazione che non rientra affatto in una convenzionale logica combinatoria, ma che per le ragioni più disparate può vedere l’italiano appreso accanto a discipline come medicina o biologia o immunologia o ingegneria.

Nei tuoi corsi ci sono anche italiani di seconda generazione?
Come ho già detto, nei corsi che insegno ci sono anche italiani di seconda generazione. I casi erano più numerosi quando insegnavo in Connecticut, ma non mancano affatto nel Wisconsin, anche perché gli studenti universitari della University of Wisconsin – Madison non sono necessariamente abitanti di questo stato. È un fenomeno curioso ed importante quello che porta questi ragazzi ad avvicinarsi di nuovo alle radici familiari. Non mancano quelli che vorrebbero essere in grado di parlare con i nonni, avendo genitori che non hanno appreso la lingua italiana; ma ci sono anche casi di figli di italiani che spesso sono cresciuti senza parlare correntemente italiano a casa, ma ne hanno già una conoscenza discreta da permettere loro di iscriversi direttamente ai corsi più avanzati.

Quali sono gli autori italiani più letti o più richiesti nel tuo corso?
È difficile rispondere a questa domanda innanzi tutto perché negli Stati Uniti è più difficile parlare di cattedre: se dovessimo parlarne, dovrei dire che la mia cattedra è di Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea. Tuttavia, io sono stato assunto per insegnare corsi di letteratura ottocentesca e, quando mi occupo di letteratura del ventesimo secolo, lo faccio essenzialmente per la poesia, visto che ci sono altri due miei colleghi che curano la narrativa e la teoria letteraria ed il cinema. Inoltre, sono affiliato al programma di Letterature Comparate, per il quale insegno ogni anno un corso, ed a volte anche ad altri programmi (Studi Medievali, Studi Religiosi), a seconda dei corsi che insegno.
Detto questo, si capisce perché è difficile dire quali siano gli autori più letti o più richiesti. Però va detto che, in generale, Dante rimane un faro, come dimostrano le traduzioni in lingua inglese che continuano ad essere pubblicate, sebbene nell’ambito accademico spesso venga data una attenzione superiore all’Inferno a scapito delle altre due cantiche: ovviamente, questo non avviene nel nostro programma, ma la conoscenza che altri programmi diffondono del lavoro di Dante è questa.

Quanto e chi arriva invece tra gli autori contemporanei, anche in traduzione?
A parte Dante e dopo la grande attività traduttoria che si è fatta negli anni Novanta delle opere di Calvino, oggi manca tra gli autori contemporanei una personalità di spicco che raccolga gli interessi del pubblico statunitense, almeno in ambito accademico. Tuttavia, si sta finalmente scoprendo il Romanticismo italiano e da anni si sta lavorando alla pubblicazione delle opere complete di Leopardi. La classifica del 2011 dei 100 libri da annotare del New York Review of Books metteva ai primi posti la traduzione dei Canti del poeta di Recanati approntata da Jonathan Galassi, già importante traduttore in inglese, tra gli altri, delle poesie complete di Montale.

Suggeriresti qualche nome di autore contemporaneo che ti augureresti venisse tradotto in inglese?
Ci sarebbero tanti autori contemporanei che vorrei vedere tradotti in inglese ed alcuni di loro cominciano ad essere tradotti: ci sono già alcuni libri anche di autori giovani come Carlo Lucarelli e Simona Vinci, Roberto Saviano e Melania Mazzucco. Personalmente, vorrei vedere un più alto interesse nel tradurre le opere di Claudio Magris e di Erri De Luca.

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