Enrico Pulsoni intervista Riccardo De Antonis

Riccardo De Antonis (1952) è tra i fotografi più affermati in Italia. Figlio d’arte, si è occupato di fotografia di teatro d’avanguardia, documentando i più importanti spettacoli dagli anni settanta in poi. E’ docente di fotografia presso l'Istituto "Quasar" di Roma per i corsi di Fotografia, Graphic Design, Multimedia e Hipergraphic.

 

Come nasce il tuo amore per la fotografia?
Sono figlio di Pasquale, un fotografo che è stato un grande sperimentatore e che ha lavorato in ambiti molto diversi tra loro. Posso parlare delle sue foto antropologiche degli anni trenta, il lavoro nell’alta moda negli anni cinquanta e sessanta in contemporanea al lavoro sul teatro. Ho avuto sempre un buon rapporto con mio padre e, pur frequentando l’Università lo seguivo nel suo lavoro. In questa maniera avevamo modo di parlare di tecnica, di soggetti e ambientazioni. Una volta finita l’Università ho cominciato a lavorare regolarmente con Pasquale, in particolare facendo riproduzione di opere d’arte: questa collaborazione va dal ’75 fino al 2000. 25 anni non sono pochi! Tra gli argomenti di conversazione c’era spesso il teatro. Pasquale ha lavorato con moltissimi registi ma forse le foto più belle che ha realizzato sono quelle per Luchino Visconti. Specifico meglio: non erano foto riprese durante lo spettacolo. Visconti preventivava serate di prova per le fotografie e il giorno appresso le riportava in scena. Tennessee Williams sosteneva di non aver mai visto foto così belle come quelle fatte da mio padre per “Il tram che si chiama desiderio”. Mio padre ha lavorato come fotografo anzi, come interprete degli spettacoli messi in scena da Squarzina, Strehler, Guerrieri, Gassman, Lucignani, Zeffirelli, Tofano e De Lullo. Pasquale puntava tutto sull’espressività dell’attore e realizzava le sue foto nelle prove generali e montando sul palcoscenico. Con lui ho avuto un rapporto da bottega. E’ stato spontaneo seguitare il suo lavoro.

Quando hai realizzato che avresti fatto il fotografo?
Diversamente dalle idee della rappresentazioni sceniche di mio padre del tipo di foto di posa, per me era fondamentale coniugare tutti gli elementi presenti nell’ambito teatrale: la figura umana, la luce e lo spazio che creavano la rappresentazione stessa. Non sono mai salito su un palcoscenico per prendere foto, né ho mai voluto assistere alle prove prima di fotografare lo spettacolo. La mia fotografia è quella della visione dello spettatore.

In che anni hai cominciato a fotografare il teatro?
Ho cominciato sistematicamente a fotografare il teatro dalla fine degli anni settanta. Sono stato molto fortunato perché in quegli anni c’è stato un grande movimento di rinnovamento teatrale. Il teatro di quegli anni era sostanzialmente un teatro d’immagine, di luce, di movimento e coincideva incredibilmente con i miei interessi di fotografo. Il fatto che fosse un teatro poco parlato mi permetteva di cogliere meglio la fisicità degli attori in scena. Era per me chiaro che non andavo cercando di fotografare il personaggio ma l’insieme di quanto accadeva in scena, sempre.

In questa mostra che si inaugura giovedì 6 giugno a Macerata cosa esponi?
La scelta è caduta su vari spettacoli, in particolare due di Pina Bausch: “Caffè Muller” e “1980”, uno di Memé Perlini (“Eliogabalo”), e infine uno dei Magazzini criminali (“Crollo nervoso”). Tutti gli spettacoli di quegli anni privilegiavano una vicinanza con lo spettatore e questo ancora è stato un elemento a mio favore.

Dal tuo punto di vista, quali erano gli elementi caratteristici degli spettacoli di quegli anni?
Quegli anni ripeto sono stati una continua fucina di creatività: un aspetto era molto evidente: una traslazione continua della quotidianità nella scena. Quasi come se il mondo esterno si fosse rovesciato nel teatro. Un uso improprio, rispetto al teatro classico, della luce: l’uso frequente di lanterne magiche, proiettori e di tutto quanto potesse servire senza una vera progettualità. Potrei dire che fosse una via di mezzo tra l’objet trouvé e il trovarobato propriamente detto. Altro elemento ricorrente era la presenza continua del nudo nella scena, senz’altro una scelta trasgressiva nei confronti del pubblico.

Cosa resta di quell’esperienza?
Credo che tuttora il teatro e non solo quello sperimentale, viva ancora l’influenza degli anni settanta e successivi.

Com’è cambiato il mondo della fotografia con l’avvento delle nuove tecnologie?
La fotografia analogica era quella che si realizzava con l’uso di supporti sensibili alla luce, di piccolo formato, pellicole in bobina o in rullo o formati più grandi, lastre in celluloide da dieci per dodici centimetri fino al venti per venticinque centimetri ed in alcuni casi anche più grandi.
Naturalmente lo è ancora oggi, ma almeno per le riprese con il piccolo formato si è imposta la tecnica digitale piena di grandi novità che facilitano il lavoro strettamente tecnico del fotografo ma è ancora da valutare, mi sembra, quanto il digitale riesce ad aggiungere di nuovo dal punto di vista dei contenuti o del creativo.
Un elemento che rende il digitale particolarmente utile è l’assenza di sviluppo attraverso prodotti chimici; abbiamo raggiunto con questo sistema un’inimmaginabile immediatezza nel vedere e giudicare i nostri lavori, anche se si è perso quel fascino dell’attesa e del trascorrere del tempo che ti metteva nei confronti del tuo lavoro fotografico in un’altra condizione, direi più matura, dovuta al tempo che doveva trascorrere tra lo scatto ed il “rendering” come si direbbe oggi, ovvero il poter osservare il tuo negativo o la tua diapositiva dopo lo sviluppo e nel caso del negativo si aggiungeva altro tempo per produrre chimicamente una stampa positiva, Insomma si aveva il tempo per un giusto distacco dalla situazione reale, cosa che oggi in genere non succede, almeno che si scelga di non avvalersi della “prevue” delle anteprime, ma è una tecnica piuttosto rara e quindi si è subito davanti all’immagine che si è prodotta, con un solo e certo vantaggio la sicurezza del buon esito, ma rimane la necessità per una giusta valutazione del proprio lavoro il trascorrere di un certo tempo, che farà vedere quelle inquadrature con una impostazione mentale più serena e meno influenzata dal momento contingente sia nel bene che nel male perché con i nuovi sistemi del “reset” si possono distruggere nell’immediato degli scatti che in un secondo momento potrebbero sembrarci straordinari anche in virtù delle elaborazioni che si possono fare con i software di fotoritocco.
Ricordo a questo proposito le serate passate in camera oscura in attesa del completamento di un ciclo di sviluppo e il piacere di vedere in trasparenza le proprie fotografie dietro una piccola lampada, a volte per la curiosità ancora gocciolanti dell’acqua del lavaggio, se non addirittura dell’ultimo prodotto chimico utilizzato, ed anche le stampe positive le vedevi nascere, per il bianco e nero dentro un contenitore pieno di liquido, illuminate da una luce rossa o verde; per il colore era ancora più affascinante, usando vasche aperte in verticale si immergeva la fotografia al buio più totale e si vedeva solo l’ombra del proprio lavoro alla luce di una debolissima luce verdastra, per poi all’accensione della luce osservare l’immagine finita nella vasca del lavaggio.
Potrei citare altri infiniti casi pieni di fascino della vita in camera oscura, come il particolare odore di certi prodotti chimici che al buio ti annunciavano l’inizio o la fine di un processo di sviluppo, gli effetti che l’uso di particolari componenti chimici avevano sulle stampe, il rischio che si poteva correre in certi casi come con i vapori di mercurio per trattare i dagherrotipi, io ne feci uno solo con mio padre sull’insegna della Coca Cola, poi un amico chimico ci illustrò, per fortuna, i gravi pericoli che correvamo senza una cappa aspirante.
Questo era il mondo della camera oscura ma sarebbe lungo parlare di tutte le varie tecniche che in esso si praticavano, oltre all’uso di componenti chimici, dal ritocco, alla mascheratura, alle proiezioni per la stampa al ritaglio delle immagini, molte di queste attività le ritroviamo oggi nelle funzioni dei software di fotoritocco ma molto di quello che oggi si fa in elettronico lo facevamo “in camera oscura e dintorni”.
Tutto ciò naturalmente non ha niente a che vedere con il “concept” dell’immagine che sia nella fotografia analogica che in quella digitale può essere deciso a priori dello “scatto” o essere conseguenza di una casualità o nella maggior parte dei casi sta nella primaria capacità del fotografo che è quella di saper interpretare la realtà con il suo mezzo.
Almeno per la metà delle sue possibilità il sistema digitale è imperniato sulle esperienze fatte nell’analogico, si potrebbe discutere sulla resa dei toni dei grigi o di alcune tonalità del colore, di contrasti e morbidezze, ma penso che siano argomenti che esprimono una lettura della fotografia che si va sempre più superando con l’affermarsi delle tecniche digitali, che come dicevo hanno ancora bisogno di tempo per esprimere il meglio delle loro potenzialità, questo perché i fotografi come me che vengono dall’analogico stanno modificando il loro modo di comunicare e le nuove generazioni che in questo sistema sono nate stanno esprimendo un nuovo ed interessantissimo linguaggio fotografico con cui riescono a parlare anche quando ritornano ad esprimersi con tecniche analogiche.

Invito mostra Macerata 6 Giugno pdf

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