Enrico Pulsoni intervista Carlo Fabrizio Carli

Carlo Fabrizio Carli è critico d’arte attivo sia sul terreno della creatività contemporanea sia su quello dell’arte e dell’architettura italiane della prima metà del Novecento. In entrambi i campi ha curato mostre di rilievo come “Metafisica costruita” sulle città di fondazione in Italia e nei territori d’Oltremare, “E42-Eur. Segno e sogno del Novecento” e, assieme ad Elena Pontiggia, la mostra storica sulla prima Quadriennale del 1931 (GNAM, 2005). Ha curato più volte il "Premio Michetti", il "Premio Vasto", la "Triennale d’arte sacra" di Celano, il "Premio Termoli". E’ stato più volte tra i curatori della Biennale d’Arte Sacra di S. Gabriele, e, per un decennio, consigliere di amministrazione della Fondazione Quadriennale d’Arte di Roma.

 

Come e perché nasce Via dell’Impero?
La fondazione di via dell’Impero nasce dall’idea di Mussolini di creare un collegamento fra il Colosseo e Piazza Venezia - centro simbolico del regime fascista - e proprio per questo battezzata "via dell'Impero" (molto prima che, nel 1936, fosse proclamato il nostro effimero impero africano). L’operazione comportò la demolizione del quartiere medievale che, già sul finire del XVI secolo, era stato radicalmente trasformato per opera del cardinale Michele Bonelli.
La decisione fu presa direttamente da Mussolini e l’opera di demolizione avviene tra il 1924 e il 1932. Il Duce tagliò il nastro inaugurale il 9 aprile del 1932 e sulla nuova via sfilarono i reduci della grande guerra, come ideale continuazione dello spirito patriottico moderno con il ricordo dell’antica potenza. Il nome di "Via dell'Impero" fu attribuito anche ai tratti di strada oltre la piazza del Colosseo, divenuta raggiungibile con l'eliminazione dell'antica collina della Velia, attualmente chiamate via di San Gregorio (tra l'Arco di Costantino e il Circo Massimo) e via delle Terme di Caracalla. Il significato della strada, ribattezzata Via Imperiale, si accrebbe successivamente diventando il collegamento con il grandioso quartiere espositivo dell’E42 e direttrice dell’espansione di Roma verso il mare e verso la pianura pontina.
Alla base dell’ideazione di via dell’Impero c’era, dunque, un forte messaggio di natura simbolica. Dopo anni di accuse di non scientificità e di mancanza di documentazione degli edifici demoliti, è diventato di pubblico dominio quanto era fin qui noto agli specialisti, che cioè a palazzo Braschi è conservato una ricca documentazione fotografica e pittorica (ad alcuni pittori era stata infatti commissionata una serie di opere che restituisse anche il “colore” di quanto scompariva) della pluriennale impresa.
Inoltre non va sottovalutato il fatto che all’opera di demolizione fosse attribuito anche un carattere di natura igienico sanitaria, sul modello parigino del barone Haussmann, il quale per altro era stato contattato, come consulente urbanistico, dopo la presa di Roma. Per inciso, Haussmann aveva dichiarato che bisognava mantenere ben distinte la nuova Roma da quella storica, nello sviluppo della neocapitale del Regno d’Italia. Se il consiglio hausmanniano fosse stato seguito, A Roma sarebbero state risparmiate molte dolorose perdite.
Guardando al complesso dell’operazione, vi scorgo anche il recepimento e l’applicazione delle teorie crociane sulla distinzione tra poesia e non poesia. Nell’abbattimento del quartiere Alessandrino (ma anche in altri contesti), nella stessa teoria del “diradamento” propugnata da Gustavo Giovannoni, si pretendeva di distinguere tra il prosastico contesto dell’edilizia banale e l’edificio di pregio. Non effetto di un difetto di cultura, ma piuttosto, paradossalmente, l’effetto di una cultura aggiornata. Tanto più se si pensa al sostanziale disinteresse dimostrato in quegli anni dal Movimento moderno nei confronti di preesistenze storico-artistiche.
L’imperativo era quello di salvare tutto ciò che di poetico sussisteva: i paramenti in bugnato di un palazzetto o di una casa; ovvero “il capitello”, “l’imposta dell’arco” o “la vera di pozzo”.
Interi edifici furono ricostruiti come la chiesa di Santa Rita, architettura settecentesca di Carlo Fontana; intere facciate, smontate, furono riassemblate, come la cosiddetta “Casa di Michelangelo” al Gianicolo, o i palazzetti ricollocati a Via Rusticucci. Per non dire di elementi architettonici come le fontane: quella antistante le chiesa di S. Andrea della Valle si trovava prima a Piazza Scossacavalli nella “Spina dei Borghi”; quella di Piazza S. Simeone, proviene dall’antica Piazza Montanara, distrutta per la sistemazione del Teatro di Marcello. Il materiale venne immagazzinato in depositi comunali; in tempi più vicini a noi l’allora Sovraintendente comunale alle Antichità e Belle Arti, Carlo Pietrangeli, provvide a inventariarli adeguatamente; gran parte dei frammenti è ora collocato nei sotterranei di Palazzo Questo a smentire la sbrigativa vulgata secondo cui i prodotti degli scavi venissero eliminati.

Come si relaziona il Fascismo con il passato?
Il rapporto che il fascismo vuole stabilire con il passato può essere rappresentato in una linea di continuità che dalla Romanità giunge alla Rivoluzione fascista passando per il Rinascimento ed il Risorgimento. Questa concezione di linearità tra presente e passato rispecchia uno specifico tutto italiano al punto che l’architettura, sia quella tradizionalista che quella innovativa, si rivela diversa da tutte quelle coeve europee. Questo rapporto fra storia e tradizione fa sì che il modernismo italiano sia totalmente differente da quello europeo e che i nostri architetti razionalisti si ponessero il problema di recuperare una sorte di primato giobertiano della cultura italiana. Paolo Portoghesi ha scritto giustamente che c’è maggiore differenza tra un modernista italiano e un funzionalista europeo che tra un razionalista come Terragni e, non soltanto un novecentista come Marcello Piacentini, ma anche gli ambienti propriamente tradizionalisti. Fatto sta che oggi l’architettura italiana del ‘900 suscita all’estero un singolare interesse.
I centri di fondazione, ovvero le città di fondazione (un’ottantina, disseminate un po’ in tutta la Penisola), altra peculiarità del periodo, rivelano una volontà costruttiva perentoria. Basti pensare ai tempi ridottissimi di realizzazione. Unitamente all’opera collegata di bonifica, costituiscono il maggior processo di trasformazione territoriale che l’Italia abbia conosciuto in epoca moderna.

Alla luce delle recenti polemiche sulla chiusura di Via dei Fori Imperiali che tipo di considerazioni fai?
La cancellazione di via dei Fori imperiali, con la scusa che essa taglia le aree archeologiche dei Fori, è stata periodicamente discussa a partire dalla fine degli anni settanta – inizio anni ottanta. Alle motivazioni archeologiche si contrappongono le esigenze attuali del traffico urbano e la spettacolarità del suo percorso dal punto di vista turistico. A partire dagli anni Novanta, si era proceduto a effettuare nuovi scavi in aree lasciate a giardino ai lati della strada, ad opera della Sovraintendenza ai Beni Culturali del Comune di Roma e della Soprintendenza di Stato ai beni archeologici di Roma, oltre ad indagini archeologiche condotte nei sotterranei degli edifici adiacenti. En passant ricordo come siano stati abbattuti bellissimi alberi di 70-80 anni: ben poche furono le reazioni da parte degli ambientalisti.
Storici del calibro di Cesare Brandi e Federico Zeri manifestarono la loro forte contrarietà all’operazione; anzi il loro dissenso era stato indirizzato contro la distruzione di via della Consolazione (che pure separava il Tabularium dai Fori: essi ricordavano come fosse un luogo privilegiato, amato dai paesaggisti di tre secoli.
Nello stesso periodo era, infine, prevalsa l’idea di lasciare e conservare l’area com’era, idea tutto sommato di buon senso in un paese che sembra averlo troppo spesso smarrito. Ma i cattivi pensieri posseggono a volte un’incubazione sotterranea, per cui l’idea di cancellare l’intervento mussoliniano, la damnatio memoriae, è tornata a galla, riverniciata di novità. Il sindaco Marino parla di pedonalizzazione di via dei Fori Imperiali ma in realtà sulla strada passano tutti: autobus, taxi, auto blu etc., secondo un malvezzo – bisogna pur dirlo, all’italiana. Altro che (tanto propagandata) chiusura della strada al traffico!
Per quanto concerne lo smantellamento di via dei Fori Imperiali, già Via dell’Impero, il problema e sempre lo stesso: cancellare la memoria stessa di Via dell’Impero. C’è da dire che in un paese come il nostro, in cui altrimenti predomina uno spirito di conservazione del passato a livello reliquiario, le Sovrintendenze comunali e ministeriali sembrano, invece, fare a gara per smantellare quanto realizzato durante il ventennio. L’esempio dell’assegnazione, senza un concorso, a Meier della teca ingigantita dell’Ara pacis ne è esempio lampante. I cittadini hanno dovuto pagare un conto salatissimo per abbattere e sostituire l’involucro progettato dall’architetto Ballio Morpurgo, che assolveva dignitosamente il suo compito.
La scelta di non procedere in alcun modo, non dico al restauro totale, ma alla manutenzione del l’Antiquarium Comunale del Celio – che le riviste del tempo ci mostrano con inquadrature di squisita fattura déco -, lesionato nel 1939 a causa degli scavi della linea metropolitana, è stata una scelta di puro odio nei confronti di un periodo storico; lo stesso risentimento che si è nutrito per decenni nei confronti del quartiere Eur, di cui solo in tempi recenti si è tornato a parlare in termini di ragionevole funzionalità urbanistica.
Tra l’altro l’informazione è sempre fornita in maniera distorta. Le immagini che appaiono nei servizi televisivi inquadrano immancabilmente il tratto di strada da piazza Venezia a largo Corrado Ricci, pedonalizzata nella giornata di domenica grazie a un’ordinanza del sindaco Rutelli. In realtà la zona realmente interessata dall’attuale pedonalizzazione è quella dell’altro lato, vale a dire da largo Ricci al Colosseo.
L’idea di Adriano La Regina e Leonardo Benevolo, supportati dalla consulenza di Vittorio Gregotti (idea d’antan che però quest’ultimo ha però rispolverato), è quella di ricostruire la parte a suo tempo asportata del colle della Velia, la cui dimensione risulta evidente dal muro costruito per il contenimento dello stesso. Non si tratta insomma di scavi ma semmai di rinterramento: ricostituire uno schermo visivo verso il Colosseo.
Per la cronaca nel comprensorio di Via dell’Impero, di fronte al Tempio di Venere e Roma e alla Basilica di Massenzio avrebbe dovuto essere costruito il Palazzo Littorio ma Mussolini, pur avendo bandito il concorso (che ebbe due gradi e a cui parteciparono i migliori architetti italiani del tempo), di fronte alla grandiosità di tale operazione, preferì non mandarla avanti, non solo per motivi bellici.

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