Maristella Petti intervista Alexandre Pilati

Alexandre Pilati è professore di letteratura e ricercatore presso l’Università di Brasilia, capitale del Brasile. Il suo interesse è da sempre volto alla poesia politica, area in cui si è addottorato e di cui è attualmente ricercatore e produttore. Con la sua inarrestabile attività di scrittore, si occupa in primo luogo di poesia, ma anche di saggi, frutto del suo lavoro di ricerca. Questo suo ruolo di ricercatore in un campo tanto umanistico come quello della letteratura è volto non solo a studiare questo oggetto abbattendo barriere geografiche e temporali, ma anche e soprattutto a usare il risultato di questa ricerca come criterio d’analisi della società e della storia contemporanee.

 

Del libro Incontri con la poesia del mnodo / Encontros com a poesia do mundo, una poesia mi ha colpito in particolare, ovvero A Pasolini. Pier Paolo Pasolini non sembra essere semplicemente il soggetto di una sua poesia: so che ne ha tradotto diversi scritti e, leggendo altri suoi componimenti, non ho potuto che notare che il leitmotiv pasoliniano è ben radicato nella sua poesia. Cos’è che accomuna uno studioso, poeta e professore brasiliano come lei a un’icona italiana? Ammira di più il Pasolini saggista, il regista, lo scrittore o il poeta?

La mia vicinanza con Pasolini si deve soprattutto alla lettura del libro Le ceneri di Gramsci. Si tratta di un libro poco conosciuto in Brasile e, per questo, sono entrato in contatto con lui tardi, quando ero già professore all’università. La lettura della poesia di Pasolini si è convertita nella mia lettura poetica della maturità e la sua poetica mi ha affascinato. Sono rimasto molto colpito dalla capacità con cui Pasolini rende ogni esperienza e ogni gesto molto intenso, attraverso una scelta perfetta di parole, sintassi, ritmo e sonorità. È una poesia che oserei chiamare “classica”. La considero una delle più importanti e significative del XX secolo in Europa. Dopo questo primo contatto col poeta, non è stato difficile passare ad ammirare altre sfaccettature di Pier Paolo, come quella di cineasta, saggista o polemista. Considerato tutto ciò, ai miei occhi, sarà sempre e soprattutto un immenso poeta della lingua italiana. Ho avuto l’opportunità di studiare a fondo la sua poesia nelle mie ricerche di post-dottorato, che si sono focalizzate, in particolar modo, sul libro a cui mi riferisco sopra. Da questi studi è nato un insieme di saggi, che spero sarà pubblicato entro quest’anno e che si intitola Pier Paolo Pasolini: Poesia, passione e politica.

Esattamente come quella di Pasolini, la sua poesia è densa di sentimenti, se non socialisti, comunque democratici. Ne deduco quindi che il suo pensiero politico l’aiuti nell’arte del poetare. È possibile affermare l’inverso? Ha mai trovato nella poesia, sua o di altri, i giusti stimoli e le giuste ispirazioni per reagire alle tante vicende del delicato panorama politico brasiliano degli ultimi decenni?

Hai appena toccato un tema che mi interessa molto: le possibilità e i limiti della cosiddetta “poesia politica”. Come ricercatore, mi sto dedicando allo studio di questa lunga tradizione occidentale di poeti politici, tra i quali includo, per esempio, Dante e Pasolini, Maiakovski, Carlos Drummond de Andrade e Brecht. Per me, nella poesia brasiliana non c’è esempio più completo di realizzazione massima della poesia partecipante che l’opera di Carlos Drummond de Andrade, il quale mi ispira molto come poeta e che è stato oggetto dei miei studi di dottorato. La mia poesia, molto modestamente, si appoggia a questi esempi per rendermi possibile rispondere al desiderio che ho di scrivere. Questo desiderio è di interpretazione esigente e acuta del mondo nonché di lotta per una ripartizione della realtà sociale più giusta. Non sempre questo si sposa bene con l’idea più triviale che abbiamo di poesia, come fuga dalla realtà o effusione sentimentale. Quindi, quando il poeta riesce ad armonizzare gli “oli inconciliabili della verità e della bellezza”, come diceva il critico Antonio Candido, ci troviamo sempre davanti a una grande opera. In un certo senso, è questo il fine complice della poesia che mi porta a leggere Pasolini, Drummond, Maiakovski, Dante o Brecht. E anche quello che mi fa scrivere.

A proposito della politica brasiliana: quali sono i cambiamenti che ha potuto testimoniare lei stesso nel corso della sua vita? Secondo un’asettica scansione cronologica, lei nasce durante la dittatura militare, vive a undici anni il passaggio alla repubblica, assiste al succedersi di presidenti, passando per lo scandalo Collor del 1992, per poi arrivare a Lula, Dilma e al colpo di stato – mi passi il termine – di quest’anno. Ma da un punto di vista sociale, cosa è successo tra i brasiliani? Cosa ha fatto sì che una presidente democraticamente eletta venisse sollevata, nonostante il ricordo della dittatura sia ancora vivido nella memoria della maggioranza del popolo brasiliano?

Ho accompagnato un buon numero di trasformazioni politiche nel mio Paese. Ho sempre vissuto a Brasilia, capitale del Brasile e sede dei poteri. C’è in città, pertanto, una certa effervescenza politica tipica, derivata dalla vicinanza del potere. Ho partecipato a molti movimenti per le strade urbane e di questi ho sempre bei ricordi. Ancora bambino andavo insieme ai miei genitori ai comizi della campagna “Diretas Já”, che avrebbero marcato la fine della dittatura militare. Poi, come studente delle superiori, ho partecipato alle manifestazioni per il rovesciamento del Presidente Fernando Collor. Mi ricordo che, sia in un caso che nell’altro, il clima generale era di allegria civica: sembrava che stessimo tutti partecipando a un passo in avanti significativo per la storia. In entrambi i momenti, il Brasile sembrava lasciarsi dietro brandelli di quell’arretratezza che apparentemente non sarebbe più tornata. Più recentemente, dal 2013, abbiamo visto una situazione politica molto complessa, venuta a smentire agli occhi dei brasiliani che le antiche élites compromesse con l’arretratezza e con la condizione di sottosviluppo e dipendenza erano oltrepassate. Ciò che tu definisci correttamente Golpe è una stranissima situazione di violenza contro il popolo e contro la democrazia che è, tuttavia, bollata e stimolata dai media e da settori significativi delle classi medie brasiliane e dell’élite facoltosa e obsoleta. Purtroppo il Brasile che avanzava, sebbene con molte contraddizioni, è stato vinto dal Brasile misogino, violento, patriarcale, omofobo, arrivista, arretrato, acculturato, pervertito e fondamentalista. La narrativa del Golpe è molto chiara e indiscutibilmente fraudolenta ma, almeno per ora, sembra invincibile poiché, in fondo, i signori del potere dominano molte menti e cuori, che purtroppo hanno sviluppato un vero odio per qualunque cosa odori di democrazia.

Chi sono gli oppressi e chi gli oppressori nel Brasile del 2016?

Gli oppressori sono i rappresentanti della vecchia plutocrazia. È gente che ha molto denaro, che è sempre stata impegnata in politica e detiene il potere sui mezzi di informazione di massa. Adesso si allea a questi vecchi signori del potere un estratto fondamentalista della classe media, che è, in fondo, anche vittima di tutto questo. Di recente, uno dei Ministri della nostra Corte Suprema ha coniato un termine preciso per indicare chi sono gli oppressori del 2016: la nostra “élite delinquente”. È questa élite che ha messo da parte una fortuna rubando il patrimonio pubblico, con frodi in licitazioni o occultamento di imposte, e che è, dunque, un’élite bandita e drogata di denaro pubblico. Questa selezione ora viene a chiedere di riprendere le redini del Paese stimolando, negli strati più esposti della popolazione, un vero sentimento fascista, di odio ed esclusione. Le maggiori vittime, non ne ho dubbi, sono (e saranno per il prossimo decennio): lavoratori, neri, donne, omosessuali, vecchi e giovani che ancora non sono nel mercato del lavoro. I grandi vittoriosi saranno il Capitale e i suoi seguaci; questo a meno che il popolo non si riunisca e investa in una rottura radicale con lo status quo. Comunque questo risulta almeno una chimera nella congiuntura attuale. Sono curioso di sapere chi scriverà il grande romanzo della nostra generazione. Solo un romanzo sarebbe capace di esporre il nervo di questa baraonda che è diventata la vita sociale brasiliana, in via di una disaggregazione infernale.

Possiamo delineare un parallelo tra le vicende italiane e quelle brasiliane nel panorama politico e sociale degli ultimi 30 anni? Ha mai individuato delle consonanze tra le due nazioni?

Non conosco molto profondamente la situazione italiana, ma credo che entrambe le nazioni vivano situazioni peculiari dovute alle loro condizioni periferiche rispetto ai centri di decisione del capitalismo transnazionale. Le crisi economiche e sociali che sono trascorse dagli anni ’70 hanno influenzato in maniera differente i due Paesi. Quando si osserva, quindi, la vita dei più umili, nell’una o nell’altra nazione, durante questi ultimi 30 anni quello che si verifica è una retrazione dei diritti e del potere economico dei più vulnerabili. In Brasile, abbiamo avuto un barlume di speranza di riduzione della diseguaglianza sociale e di incremento dei diritti sociali che ora, con il Golpe, è completamente minacciata. Qualcosa di simile, per quanto posso vedere, è accaduto con le speranze depositate nell’idea di Unione Europea, che sono state inaspettatamente invalidate, una volta smentite improvvisamente con la crisi mondiale del 2008. Nei corsi e ricorsi di questi ultimi trenta anni, sia in Brasile che in Italia vediamo un Capitalismo Finanziario che porta nazioni intere alla bancarotta, facendo pagare ai poveri il costo delle bassezze economiche di quelli che continuano ad arricchirsi pornograficamente col Capitale speculativo.

Tornando a Pasolini, il mio approccio con lui avvenne grazie al romanzo Una vita violenta: mi piacque talmente tanto che ne approfondii la conoscenza dell’autore; addirittura decisi di fare il liceo classico per imparare il greco che Pasolini traduceva per passione. Un semplice libro, senza alcuna previsione, mi aveva cambiato la vita. Le è mai successo? La sua vita è stata mai indirizzata in senso tanto decisivo dalla letteratura?

Certamente. E credo che sia questo il “messaggio dei libri”, che è necessario saper ascoltare. I libri ci conferiscono esperienze vitali e ci riconciliano con la nostra umanità, per questo hanno il dono di far trasformare una vita. Molti libri, più di una volta, hanno trasformato la mia vita, l’hanno resa migliore. Un libro che mi ha influenzato molto è Grande Sertão Veredas. Mi ricordo di aver sentito molto in profondità dentro di me il peso di quella grande creazione umana. Altre volte questo mi è successo con Pasolini, i greci, Goethe, Drummond, Machado de Assis, Rimbaud, Maiakovski o Balzac... In questo momento della mia vita sto studiando a fondo la Commedia e la vita di Dante. È certamente un’esperienza sensazionale; non c’è modo di descriverla. È questo che sto ricercando per riconciliarmi un po’ con l’umanità, che nel mio Paese è così perentoriamente negata tutti i giorni. La mia immersione nei libri, quindi, non è una fuga. Sono certo che la lettura di Dante mi fornisce una lettura più realista della vita sociale del mio Paese.

Sicuramente poi la letteratura è stata determinante per la sua carriera: è professore di letteratura all’università di Brasilia, capitale dello Stato. Personalmente la ritengo il retaggio più vasto di una cultura: attraverso la letteratura riviviamo le testimonianze storiche, le inquietudini, le positività di un paese intero. Che valore ha, nel 2016, insegnare letteratura in Brasile?

Insegnare letteratura è insegnare agli alunni a interpretare il mondo che li circonda. Il grande ruolo dell’arte nella formazione dei cittadini è quello dell’umanizzazione. E l’umanizzazione è un diritto degli esseri umani. Nel mondo in cui viviamo, in cui comanda la logica del ribasso del mercato e del fascismo dell’imposizione tecnologica, l’arte è una delle cose più importanti nell’ampliamento dell’umanità degli uomini. L’arte è umana e umanizza; il mercato e la tecnologia imbarbariscono. Il fatto che esista qualcosa come la letteratura ci dimostra che siamo capaci di costruire una civilizzazione e di concederle uno specchio dove proiettare le sue contraddizioni e, così, marcare ciò che potrebbe essere storicamente nuovo. Per esempio, nella recente crisi politica, è impressionante la forza con cui i fatti storici hanno attualizzato autori come Graciliano Ramos, Machado de Assis, Drummond o Clarice Lispector. Questi autori sono un patrimonio perché ci mostrano l’essenza più profonda dei nostri dilemmi sociali.

È nota ai più la colonizzazione culturale europea che ha continuato a operare in Brasile per decenni anche dopo l’indipendenza dal Portogallo nel 1882: in che misura oggi influssi europei influenzano la cultura e la letteratura brasiliana? Quali sono gli autori italiani e europei che vengono studiati in Brasile?

Oggigiorno, potremmo dire che l’arte brasiliana è abbastanza indipendente, nonostante le nostre accademie siano profondamente colonizzate e affascinate fino al limite del delirio dall’ultima moda teorica eretta dall’università americana o europea. La nostra matrice di influenza europea è basicamente francese. Studiamo in grande profusione sia la letteratura che la didattica creata in Francia nei secoli XIX e XX. Solo sporadicamente si studia qualcosa della tradizione letteraria italiana, nonostante ci siano studi molto validi su autori italiani fatti recentemente da brasiliani. Pasolini è un grande nome tra questi. Così come lo è Italo Calvino, che è un autore abbastanza consacrato nel mercato editoriale brasiliano, a differenza di Pasolini, che è più che altro visto come cineasta.

Per quanto riguarda lei, quali sono gli autori europei che alimentano la sua vena poetica? E in che misura questa influenza è dovuta allo studio? In breve: ritiene che sarebbe diventato il poeta che è oggi senza il suo percorso universitario?

Mi piacciono molti autori europei e li leggo sempre. Goethe, Rimbaud e Brecht, Pasolini e Marx (che includo in questo elenco di scrittori creatori) sono, quindi, nomi a cui ritorno sempre. Loro sono sempre accanto a me. Questa mia predilezione per loro ha certamente a vedere con il mio compito che è quello di poeta, professore e critico letterario. Non riesco a separare queste dimensioni dalla mia “professione”. Non riuscirei a essere professore senza essere poeta. Non riuscirei a essere poeta senza essere critico letterario. È tutto a servizio della creazione e dell’interpretazione del mondo. È il mio modo di “stare al mondo”.

E i poeti brasiliani invece? Quali sono i suoi modelli? Quali sono gli autori che l’Europa dovrebbe importare e imparare a conoscere?

Credo che ci siano due autori che il mondo dovrebbe conoscere con grande interesse e profondità, poiché sono all’altezza di classici universali. Parlo di Machado de Assis nella prosa e di Drummond nella poesia. Abbiamo una grande infinità di eccellenti poeti e prosatori. Drummond e Machado possono corrispondere a Dante e Boccaccio. Sono fondatori di una tradizione assolutamente brasiliana e sono stati capaci di dar vita a un deposito letterario universalmente valido, perché fedele alle esigenze della condizione sociale e artistica del capitalismo periferico.

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