Maristella Petti intervista Nuno Júdice

Intellettuale poliedrico, Nuno Júdice è riconosciuto a livello mondiale come una delle figure più rappresentative della cultura lusofona contemporanea. Oltre che scrittore, direttore di riviste, critico e traduttore, è professore della Facoltà diScienze Sociali e Umane all’Università Nuova di Lisbona. La sua produzione scritta si concentra su temi contemporanei e sulla necessità di quel ritorno al reale che era fine ultimo della generazione di poeti degli anni ’70 a cui la critica portoghese lo associa (avendo debuttato innanzitutto come poeta, nel 1972). Le sue opere, pluripremiate, sono tradotte in Spagna, Italia, Inghilterra e Francia, nonché oltremare.

 

Poeta, scrittore, saggista, professore universitario… Chi è Nuno Júdice? È riuscito a realizzare i sogni professionali che aveva da bambino o il suo percorso di vita si è poi allontanato completamente dall’idea iniziale?

Sin da molto giovane la letteratura e la poesia sono entrate nella mia vita. Ho cominciato a scrivere poesie che ero ancora bambino, e ho continuato a farlo negli anni. Sono anche stato un lettore costante e credo di aver fatto tutte le letture indispensabili per la mia formazione di scrittore. Inoltre, ho presto deciso che avrei voluto seguire il ramo delle Lettere, e ho intrapreso una carriera di professore universitario che corrisponde al mio desiderio di realizzazione professionale.

Il Congresso del CILBRA si è tenuto in una città universitaria, organizzato in parte da studenti. Considerando anche il contatto che ha con i ragazzi, dovuto alla sua funzione di professore, cosa pensa dei più giovani e del rapporto che hanno col mondo attuale, pieno di contraddizioni e di perdita di valori umani? C’è qualcosa che riconosce di sé stesso nei giovani d’oggi?

Col passare di molti anni di insegnamento e di contatto con varie generazioni di studenti, non ho mai provato alcuna sfiducia nella qualità dei miei studenti. Credo di aver contribuito all’apertura di nuove prospettive di comprensione di ciò che è la creazione letteraria, e spero di averlo fatto a partire dall’esperienza del piacere della letteratura. E confesso di non essermi mai sentito diverso dai miei alunni, per quanto riguarda questa relazione di scoperta del testo a partire da ciò che lo porta in vita quando lo leggiamo.

Qual è il ruolo della cultura, qual è il ruolo della poesia in questa Europa che […] ingombra i marciapiedi della memoria / e obbliga a spingerla da parte per lasciar passare / quelli che arrivano […]? Qual è il loro futuro?

Se l’Europa è sopravvissuta a secoli di crisi, guerre, massacri, genocidi, persecuzioni di ogni tipo, questo si deve anche al fatto che è il continente che ha prodotto la grande arte e la grande letteratura che è arrivata fino a noi e costituisce un’eredità che dobbiamo valorizzare e portare avanti. Viviamo una nuova epoca di crisi, in cui la violenza ha la forma sottile della dittatura delle pressioni economiche globali, e ancora una volta è alla letteratura e alla poesia che dobbiamo la permanenza di uno spirito europeo, che va oltre le lingue e le frontiere che ci separano.

Io leggo molto: saggi, romanzi, poesie, giornali, riviste; tuttavia, non tutti i miei coetanei leggono. Quali sono i libri che consiglierebbe a uno studente universitario, poiché fondamentali per la formazione di un individuo?

Non mi sento di avere l’autorità di fare raccomandazioni di questo tipo. Ogni letteratura e ogni cultura ha una biblioteca che si impone senza che sia necessario fare selezioni riduttrici. Posso comunque far riferimento ai poeti che mi hanno segnato: Camões, Fernando Pessoa, Rilke, Eliot, Montale, Rimbaud.

Parlando di libri, un’altra curiosità: cosa legge più di frequente? Qual è l’opera che è stata più importante nella sua vita?

Torno sempre a Álvaro de Campos, l’eteronimo modernista di Pessoa. Tutte le sue poesie, senza alcuna eccezione, sono fondamentali, ma forse si distacca «Tabacaria».

Il nome del nostro congresso è stato Culture e letterature in dialogo: identità in movimento. Poiché è anche traduttore, mi piacerebbe conoscere la sua opinione su un tema tanto complesso come la traduzione di opere poetiche. È possibile o no tradurre la poesia?

È una questione che si apre ogni volta che si parla di traduzione di poesia. Uno degli aspetti centrali del testo poetico è la sua musicalità, che deriva dalla lingua in cui è scritta. È qualcosa che si perde, senza dubbio; ma c’è la possibilità de trovare, nella lingua d’arrivo, equivalenze per suggerire questa musicalità. Quello che è importante per il traduttore di poesia è fare in modo che, leggendo la poesia tradotta, il lettore senta qualcosa di equivalente a quello che si prova leggendo l’originale.

Passiamo alla realtà italiana: qual è il primo pensiero che le viene su questo paese? Chiedo che sia sincero, qualunque sia questo pensiero.

Per me l’Italia è il paese dell’Arte nei suoi aspetti più alti: pittura, architettura, scultura, cinema, e anche della Letteratura. Lessi molto giovane «La Divina Commedia», ed è un poema che continua a stimolare il mio immaginario. Ed è anche lo spazio in cui nacque la cultura che ci ha formato, in epoca romana, ai cui poeti torno sempre per riscoprire temi e immagini che sono inesauribili. È inoltre anche l’origine della mia famiglia poiché i Júdices portoghesi discendono da un genovese che si installò dapprima a Lisbona, e poi in Algarve, nel XVIII secolo. Ho appena pubblicato un romanzo, «A conspiração Cellamare», in cui parlo di questo mio lontano legame con l’Italia.

Oggigiorno stiamo vivendo un periodo in cui molti giovani vanno via dall’Italia in cerca di qualcosa che non sempre trovano perché non sempre sanno cosa davvero vogliono: parlano di lavoro, di diritti, di qualcosa che sembra esistere in ogni nazione d’Europa fuorché nella nostra; poiché sono molti quelli che prendono questa decisione, finiscono per riunirsi e formare una piccola Italia in un altro paese, rifiutando così l’integrazione. Personalmente trovo questa attitudine un po’ infelice, perché non prende in considerazione né le possibilità che offre l’Italia né le ricchezze che un viaggio attraverso un’altra cultura può portare. Pur conoscendo già i suoi «Preparativi di viaggio», mi piacerebbe sapere qual è la sua idea di viaggio.

La mia idea di viaggio è stata molto ben definita quando, ormai molti anni fa, ho avuto una rubrica in un giornale e la persona che mi aveva invitato aveva trovato un titolo per queste cronache, ispirandosi a un film: «Turista acidental». È una definizione che mi si addice perfettamente. Non ho mai seguito guide né itinerari e scopro le città andando a piedi, al ritmo della scoperta per caso – e forse è nato da qui il mio titolo «Navegação de acaso». Per quanto riguarda ciò che oggi accade con i giovani, non solo italiani ma anche portoghesi e di altri paesi dell’Europa in crisi, obbligati a emigrare per trovare un lavoro, è una conseguenza della globalizzazione ed è solo negativo perché, spesso, non è una scelta personale ma un’imposizione delle circostanze. Tra l’altro, è qualcosa che fa parte di un mondo in cui le distanze si sono ridotte con la facilità dei trasporti e i nuovi mezzi di comunicazione, le imprese sono internazionali, e l’università stessa stimola questi spostamenti. L’ideale sarebbe un’integrazione negli spazi di arrivo, e non una segregazione. Penso che il Portogallo è un paese che non presenta difficoltà in quest’aspetto e, per quello che so, lo stesso avviene in Italia. È la tradizione mediterranea di accoglienza che dovremmo valorizzare.

Personalmente amo l’Italia, ma ho cominciato ad adorarla solo quando ho realizzato un intercambio di sei mesi nell’altro emisfero: scoprendo l’Altro ho riscoperto me sessa, ho riconosciuto il mio essere italiana. Qual è il suo rapporto col Portogallo?

Riscopriamo la profondità di questa relazione solo quando passiamo un periodo fuori casa. È stato quello che mi è accaduto quando ho vissuto per alcuni anni in Svezia, e poi a Parigi, nonostante Parigi sia, in un certo senso, una città molto legata alla cultura portoghese sin dal XIX secolo. Una delle nostre caratteristiche è l’essere ipercritici in relazione a noi, screditare ciò che siamo, sminuire la nostra cultura; ma, quando mettiamo da parte questa tradizione che viene dal secolo dei Lumi, nella seconda metà del XVIII secolo quando il Cavaleiro de Oliveira definì il Portogallo «regno cadaverico», vediamo che il paese ha una capacità di rigenerazione e di sopravvivenza che deriva da una qualità del clima, della terra e della gente che lo rendono unico per vivere con una qualità umana superiore ai difetti che possono esistere.

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