Gabriella Pelloni intervista Claudia Rusch

Claudia Rusch, nata a Stralsund nel 1971, cresce in una famiglia apertamente dissidente nei confronti del regime. Completa il liceo prima della caduta del muro, dopo la riunificazione studia germanistica e romanistica a Berlino e a Bologna. Vive come scrittrice a Berlino. Nel 2003 pubblica Meine freie deutsche Jugend, nominato per il Deutscher Buchpreis nel 2004 e nel frattempo tradotto in varie lingue, tra cui l'italiano (La Stasi dietro il lavello). Il racconto, a tratti autobiografico, narra la storia di un bambino che cresce quasi completamente isolato nella società tedesco-orientale, ed è espressione del confronto, tipico di tutta una generazione, con il tema dell'infanzia e della crescita nella DDR, confronto che oscilla tra critica e "ostalgia". Nel 2009 segue Aufbau Ost, un viaggio attraverso il passato e il presente della Germania orientale. Nel 2010 viene pubblicato Mein Rügen che riprende lo stile del resoconto di viaggio per proseguire il confronto con la realtà dei Länder orientali visti attraverso uno sguardo affettuoso e disincantato sul paesaggio.

 

Qual è stato l’impatto che ha avuto sulla tua scrittura l’aver vissuto l’infanzia nella RDT?
Non direi tanto che è stata la mia infanzia nella RDT ad aver avuto un impatto sulla mia scrittura, quanto la mia infanzia e punto. Come per tutti gli scrittori d’altronde. L’infanzia e la giovinezza sono periodi brevi nella vita di un individuo, eppure la loro importanza è significativamente maggiore. Tutta l’età adulta non fa in fondo che controbilanciare l’infanzia. Anche nella letteratura. Anzi, direi che è così soprattutto nella letteratura. Non esiste scrittore la cui opera non sia stata influenzata dalla sua infanzia e non ne sia intrisa. E io, casualmente, ho trascorso la mia infanzia nella Germania est.

Tutti i tuoi libri sono molto autobiografici, sebbene non si possano certo definire vere e proprio autobiografie. Cosa ti stava più a cuore: confrontarti con il tuo passato e la tua identità, oppure era importante per te rappresentare uno spaccato della società tedesco-orientale e raccontare cos’era il regime?
Sinceramente non mi interessava nessuno di questi due aspetti. Io amo raccontare storie, e così lavoro. Non ho mai un’idea di quello che le mie storie finiranno per esprimere o per simboleggiare, a me interessa solo raccontare un evento, una situazione. Poi tutto il resto viene da sé. A volte ho fortuna e il testo risulta alla fine molto più grande di se stesso, e così anche molto più grande di me. Ma questo io non lo posso gestire, né tantomeno pianificare. È il segreto della letteratura. Neppure noi scrittori ne sappiamo di più al riguardo. Magari fingiamo di saperlo, ma in realtà non siamo altro che strumenti ben disposti.

Qual è per te il modo giusto di confrontarsi con il passato?
Quello che presuppone una critica di se stessi. La libertà è sempre la libertà di coloro che la pensano diversamente. Non si può fare del proprio vissuto personale una misura della storia, i fatti restano fatti. O come dite voi italiani con una formula molto felice: „La matematica non è un'opinione”. Non esiste una verità oggettiva, però una verità storica sì, e questa la si deve considerare quando ci si guarda alle spalle, anche correndo eventualmente il rischio di non apparire più come l’eroe senza macchia della propria vita. Solo perché non si vuole vedere qualcosa, non vuol certo dire che questo qualcosa non si sia verificato.

In „Aufbau Ost“ (“Ricostruzione a est”) racconti di viaggi intrapresi nei vecchi distretti della RDT e descrivi luoghi che nel frattempo sono completamente cambiati. Come ti è venuta l’idea di strutturare questo libro come una serie di “immagini di viaggio”? Cosa ti piace di più del genere del resoconto di viaggio?
Non è a me che è venuta questa idea. “Aufbau Ost” è un libro commissionato dal mio editore di Francoforte, Fischer, un incarico che ho accettato volentieri. La struttura del libro è stata ideata dall’editore. Però mi veniva sicuramente incontro. Non sono una vera fan della letteratura di viaggio, però leggo molto volentieri racconti spiritosi e arguti di incontri curiosi di ogni tipo. E questa è una caratteristica tipica della letteratura di viaggio. Sarebbe un grande onore per me se il mio libro venisse accolto all’interno di questa tradizione.

I tuoi libri sono stati spesso lodati per l’umorismo. Cos’è l’umorismo per te? Ha esclusivamente una funzione stilistica o si tratta piuttosto di una strategia relativizzante?
É una strategia per relativizzare la vita che ho imparato (ed ereditato) da mia madre e da mia nonna. Nel computer così come davanti al computer. Fondamentalmente mi sforzo di prendere il mondo sul serio, ma allo stesso tempo di guardarlo con umorismo. Rende la vita moooooolto più facile, e senza dubbio più divertente. Non si deve però dimenticare che l’umorismo nasce sempre dalla sofferenza. Le persone più divertenti sono spesso quelle con le storie più tragiche. Tutto ha per l’appunto due facce – e solo insieme esse sono perfette.

Siamo ora alla solita domanda sulla „Ostalgie“. Alcuni giovani scrittori hanno descritto la loro infanzia nella RDT come una sorta di paradiso perduto. Nel tuo primo libro, “La Stasi dietro il lavello”, la vita nella Germania est è invece descritta come uno stato di emergenza, divenuto però quotidianità. Un normale, quotidiano stato di emergenza, per così dire. Sei d’accordo con questa definizione?
Rispetto alla maggioranza dei miei coetanei nella RDT io, per la storia della mia famiglia e l’ambiente in cui sono cresciuta, non ho mai avuto la possibilità di sviluppare una visione ingenuamente romantica del mio paese. Mio nonno è morto in una prigione della Stasi in circostanze che ancora oggi non conosciamo, io sono cresciuta sotto sorveglianza e spionaggio continui. Tutti i mezzi coercitivi che il sistema aveva sviluppato contro i nemici dello stato (o chi riteneva tale) mi erano familiari fin da piccola. Per me la RDT è sempre stata il nemico. Ma era anche l’unica patria che avevo. In questo campo di forze si muovono le storie del mio primo libro. Non era mia intenzione spiegare come fosse la vita nell’est, non volevo scrivere un libro sulla RDT. Ho semplicemente raccontato storie tratte dalla mia vita – e questa allora era appunto un normale, quotidiano stato d’emergenza.

Nel tuo ultimo libro "Mein Rügen" (“La mia Rügen”) descrivi la quotidianità nella RDT in un’ottica meno politica che non in „La stasi dietro il lavello“. Da cosa dipende questo?
Non direi assolutamente che in questo libro descrivo la quotidianità nella RDT in un’ottica meno politica. Al contrario, quando entro nell’argomento so trovare, come in tutti i miei libri, termini molto chiari per rappresentarla (ad es. nel capitolo su Dranske, o in quello su Prora). Ma di fatto qui non si parla veramente del periodo tra il 1949 e il 1989. L’argomento è l’isola della mia infanzia, il diventare grandi al mare; le esperienze dei sensi che vi fanno parte; lo stridio dei gabbiani, il vento tra i capelli, il rumore della risacca, la felicità perché si è trovato un fossile raro, si è fatto il bagno nell’acqua fredda, si va a passeggiare sulle scogliere, o ci si trova in mezzo ad un campo di colza. Volevo raccontare la bellezza selvaggia di Rügen, il romanticismo dell’esperienza del mare. Lo sguardo sul mare, che è sempre uno sguardo nei propri sogni. Così era 800 anni fa, così è stato nell’est, e così è anche oggi. Questo è il soggetto di „Mein Rügen“, e non il fatto che quest’isola è stata per 40 dei suoi 12000 anni territorio della RDT. Non sono una scrittrice politica e non mi sento la depositaria del lascito letterario morale dei giusti della RDT. Io racconto storie. Come ogni scrittore racconto di persone che conosco, e appunto queste, nel mio caso, vengono per la maggiore parte dalla Germania est. Ma le loro sono normali storie umane. È però vero che non sarebbe onesto ignorare le circostanze politiche della dittatura in cui le storie sono ambientate. Proprio per questo motivo la realtà emerge così spesso ai margini. Non si può certo dire che i miei libri siano centrati sulla RDT e sulla sua vita quotidiana. Che se ne venga a sapere qualcosa non è mai l’obiettivo, piuttosto una sorta di effetto collaterale.

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