Valentina Pedone intervista Hu Lanbo

Lanbo è scrittrice, giornalista, imprenditrice. Ha fondato la rivista Cina in Italia, che dirige da oltre dieci anni. Mancese di origine, ha vissuto a lungo a Pechino, Parigi e Roma.

 

Ti conosco come una donna molto ricca e generosa, che si tuffa nella vita con passione e curiosità. Puoi raccontare brevemente le tappe più importanti della tua vita, soprattutto in relazione agli spostamenti geografici

Per rispondere alla tua domanda ho riflettuto seriamente su come ho trascorso questi 57 anni e quali cose siano state le più importanti. Ogni volta che mi sposto da un città all’altra o da un paese all’altro, metto alla prova il mio spirito e questi cambiamenti influenzano direttamente le mie azioni. Ogni volta per me è comunque un grande progresso.

A nove anni, nel periodo della Rivoluzione Culturale, i miei genitori sono dovuti andare nei campi di lavoro nella provincia dell’Henan. Inizialmente sono andati solo loro, alcuni mesi dopo mio padre è venuto a Pechino a prendere me e miei fratelli per portarci li a vivere anche noi. Abbiamo trascorso tre anni in un paese dell’Henan; il giorno mia madre lavorava nei campi e mio padre si occupava della spesa alla mensa del ministero, noi figli andavamo alla scuola elementare del villaggio. Quella era la prima volta che andavo nella campagna cinese e che conoscevo i figli dei contadini. La Cina era molto povera, i ragazzi avevano poco cibo e pochi vestiti. Quei tre anni nella campagna mi hanno fatto capire che far crescere il grano non è semplice, che la vita contadina è dura; ho riconosciuto le differenze della vita tra la campagna e la città e le disparità tra le persone dei quadri dirigenti. Le persone che ricevevano critiche politiche e vivevano sotto controllo soffrivano tanto, spiritualmente. Sebbene la campagna non mi abbia dato molte conoscenze più tradizionalmente culturali, i tre anni che ho trascorso lì mi hanno fatto crescere con rapidità da altri punti di vista, mi hanno dato una maturità precoce. Ancora oggi penso di non riuscire a dimenticare l’onestà, la ricchezza d’animo di quella gente e il ricordo di quella parte di vita.

Quando avevo 25 anni ho lasciato Pechino per andare a studiare a Parigi. Gli anni Ottanta in Cina sono stati affascinanti; è qualcosa che i giovani di oggi non possono immaginare. Eravamo curiosi verso il mondo e abbiamo vissuto l’inizio delle riforme di apertura della Cina, quando i giovani avevano per la prima volta la possibilità di fare il passaporto per uscire dal paese. In quel periodo le persone non avevano soldi tra le mani, eppure sognavamo tutti la vita nuova. Mi ricordo quando anche mio padre guadagnava poco più di 200 renminbi al mese e non poteva aiutarmi ad affrontare la vita costosa in Europa. In quel tempo se uno studente non aveva la borsa di studio, uscire dal Paese era impensabile. Devo ringraziare i mie compagni stranieri dell’Università di Pechino che mi hanno incoraggiato dicendomi di aver fiducia nel futuro, che qualche modo ci sarebbe stato. Quando l’aereo che avevo preso è atterrato a Parigi, ero veramente terrorizzata a pensiero che nessuno sarebbe venuto ad accogliermi. I 300 dollari che avevo in mano suppongo sarebbero stati sufficienti per due giorni in hotel, ma del domani cosa ne sarebbe stato? Non osavo pensarci. I primi giorni arrivata a Parigi dovevo organizzare un modo per vivere in un’abitazione conveniente, dovevo trovare un lavoro che mi garantisse di vivere e allo stesso tempo di andare all’università. Così il mio soggiorno a Parigi fu un’esperienza unica. Dovevo risparmiare soldi e trovare anche un lavoro adatto. Ho lavorato come ballerina, attrice, insegnante privata di lingua cinese, grafica nella redazione di un settimanale. Tutto questo mi ha messo alla prova, ma mi ha anche permesso di crescere.

Ho lasciato Parigi per venire a vivere a Roma e la decisione è stata ancora più dura, dato che avrei dovuto affrontare un ambiente ancora diverso, di cui non conoscevo neppure la lingua e avrei avuto una famiglia straniera. Fortunatamente l’esperienza di vita che avevo avuto a Parigi e la prova di volontà che avevo affrontato durante la spedizione in macchina Pechino-Parigi, un duro viaggio durato tre mesi e 22 mila kilometri, non mi facevano prendere più seriamente le difficoltà. Alla fine è stato solo difficile abbandonare Parigi, la città, gli amici. A dire il vero, a Roma le cose non sono state realmente semplici: far crescere i figli, tirare su un’attività, in molti periodi ci sono voluti dei sacrifici. Ogni spostamento geografico è stato un test e quando ho superato le difficoltà è stato un passo in avanti e un progresso ottenuto. In futuro non penso di cambiare di nuovo paese in cui vivere, voglio solo viaggiare in mondo. Ora posso fare avanti e indietro tra Roma e Pechino finché da anziana la salute non mi permetterà più il lungo viaggio. Solo allora deciderò se restare a Pechino o a Roma.

Anche ora vivi tra Roma e Pechino, e anche dal punto di vista del tuo lavoro, ti dividi tra universo culturale e mondo del business. Puoi spiegare meglio ai lettori cosa fai?

Oggi il mio lavoro principale è la pubblicazione del mensile bilingue Cina in Italia. La rivista sopravvive da 15 anni. Ora quasi tutti giornali cartacei incontrano difficoltà e anche noi stiamo lavorando su nuove strategie. Non penso di smettere la stampa di Cina in Italia, ma ho la necessità di avere anche altre forme d’entrata. In questi anni viaggio continuamente in Cina. Il primo motivo è per partecipare con varie delegazioni ai viaggi in zone diverse della Cina, ma il secondo motivo è proprio per cercare occasioni di business per la sopravvivenza della rivista. Ho sempre pensato che l’Italia non avesse molto successo nella vendita dei suoi prodotti in Cina, il mercato cinese ha ancora un’enorme spazio. Tuttavia il governo italiano non è presente con investimenti nella promozione dei suoi prodotti e ciò crea difficoltà alle piccole e medie imprese italiane che operano lontano. Anche la lingua è un problema che crea difficoltà negli scambi. Il prossimo anno ho intenzione di attivare un centro di promozione dell’Italia in Cina, di creare un centro che combini la cultura e i prodotti italiani; ad oggi non esiste un centro così. Ho intenzione di cominciare a Pechino, la mia città, e poi estendermi in diverse città cinesi.
La classe media cinese è in rapida crescita, le opportunità dell’Italia sono moltissime. Appena arrivata in Italia, più di 20 anni fa, ho provato ad esportare calzature in pelle in Cina, ma i tempi non erano ancora maturi. Spero che questa volta avrò successo.

Puoi raccontare come è iniziata la tua passione per la scrittura e quale è stato il percorso che ti ha portato a raccontare la tua storia, poi quella di altri e poi a scrivere poesie? Puoi spiegare quali cose hai pubblicato e quali hai scritto senza ancora averle pubblicate?

Credo che la scrittura sia l’unica cosa che mi dia la possibilità di essere serena e felice. Mi appassiona perché è eterna. A scuola elementare poiché scrivevo bene, ricevevo spesso richieste di aiuto da parte dei miei compagni, ricordo che ogni settimana scrivevo alcuni temi sullo stesso argomento e riuscivo a farli tutti diversi. È stato un allenamento. Alla scuola media, all’epoca, c’erano sempre sessioni di critica, ad esempio sessioni per discutere su alcuni esponenti politici o addirittura su Confucio. Come rappresentante della nostra classe dovevo spesso tenere un discorso e naturalmente ogni volta dovevo scrivere le parole. Successivamente sono arrivata all’università, dove facevo spesso temi in francese e chiedevo di correggermeli ad un compagno francese. Lui per incoraggiarmi a scrivere un libro, ritenendo che scrivessi bene, mi ha proposto di tradurlo e farlo pubblicare in Francia. Nonostante non abbia pubblicato quel libro, in quell’anno ho avuto la mia prima esperienza di scrittura di un libro. Dopo la spedizione Pechino Parigi, nel ’93 ho pubblicato a Pechino il diario di viaggio di quell’esperienza. Nel 2009 a Roma ho pubblicato La strada per Roma, nel 2012 Petali di Orchidea la ristampa di La strada per Roma e nel 2015 ho pubblicato a Pechino la versione cinese. Di questa, i due terzi sono simili al contenuto dei romanzi italiani, ma l’ultima parte è nuova e contiene alcuni brani originali sull’Italia. Una casa editrice sta preparando l’uscita di un nuovo mio libro che non ha ancora un titolo finale. Il nuovo libro tratta delle esperienze di una ragazza e della sua famiglia durante il periodo della Rivoluzione Culturale. Quest’anno ricorre il 50° anniversario dell’inizio della Rivoluzione Culturale; se la gente vuole imparare a conoscere la Cina è necessario che conosca questo periodo storico, poiché le sue conseguenze sono state enormi.

Per quanto riguarda la poesia, non ho mai scritto in cinese, probabilmente perché non mi sento ancora sicura. A 25 anni, quando ero in Francia, ho scritto alcune poesie direttamente in francese e sono state pubblicate sul giornale dell’università.

Lo scorso anno ho scritto per la prima volta alcune poesie direttamente in italiano. Scrivere romanzi è una cosa lunga, mentre in poesia si possono utilizzare frasi bravi che esprimono più significato. La prima poesia che ho scritto, se si può chiamare poesia, la ho scritta su un Ipad sul treno di ritorno da Firenze a Roma.

Nel tuo stile narrativo ritrovo qualcosa di una certa narrativa di viaggio femminile piuttosto popolare nella Cina di oggi. Mi riferisco a Zhang Xinxin e a Bi Shumin, ad esempio. Alcune tue cose mi ricordano anche l’autrice taiwanese San Mao. Hai letto queste autrici? Ti sembra ci siano delle cose in comune con il tuo stile? In particolare trovo un modo simile di raccontare culture diverse con un piglio quasi antropologico. Al contempo vedo anche molto il tuo aspetto materno, che cerca di spiegare, conciliare le differenze, trovi che ci sia questa componente nel tuo raccontare l’ “Altro”?

Delle autrici che hai menzionato non ho letto granché, ad esclusione di San Mao. Mi piace la sua scrittura. Mi piace lo stile semplice e naturale, da giovane studiavo letteratura francese ed ho letto libri di molti autori, ma non ne ricordo quasi niente delle storie che hanno raccontato. C’era un autore del sud, Jean Giono, la cui scrittura molto semplice mi piaceva particolarmente, così ricordo tanti pezzi delle sue opere. San Mao è sincera, non artificiosa; lei scriveva durante i viaggi. Pure a me piace il viaggio, annotare qualcosa durante la strada. Credo che la forza delle cose reali stia nell’emozionare il lettore, c’è una vitalità forte nella scrittura. Io non sono particolarmente brava ad utilizzare un bel linguaggio fiorito. In realtà non ricordo molte parole forbite e non hanno un’attrattiva molto forte su di me, le leggo ma non le ricordo. Il mio stile semplice forse nasce solo dal fatto che questo genere di parole non riesco a memorizzarle. Alcuni anni fa i lettori dei miei libri erano quasi tutti italiani e questo ancor di più non mi permetteva di utilizzare parole complicate. Già spiegare una cultura è molto difficile, se poi si usa anche un linguaggio molto complicato, che ad alcuni risulterebbe incomprensibile, lo diventa ancora di più. Poi, come già ho detto non utilizzo questo tipo di linguaggio in cinese, figuriamoci in italiano!

Nei tuoi scritti spesso si trovano riferimenti all’universo culturale della tradizione cinese Han. A volte questi riferimenti emergono dai racconti di personaggi che non vivono più in Cina. Questo mi ricorda la scrittura di altre famose scrittrici di origine cinese, Amy Tan and Maxine Hong Kingston. Hai letto le loro opere? Qual è il tuo giudizio sui loro lavori? Possono parlare alle persone di origine cinese che oggi vivono in Italia?

Avendo scritto alcuni libri forse do l’impressione di essere molto informata in ambito letterario. In realtà non ho molto tempo per leggere libri, non ho letto neanche queste autrici. La maggior parte del tempo lo utilizzo per la gestione della rivista, per cui la parte più problematica è trovare i soldi. Se scrivo qualcosa sono articoli per la rivista Cina in Italia. La mia vita è molto lontana dal mondo letterario, sono principalmente nell’ambito dei media. I cinesi in Italia che lavorano nel mondo della letteratura sono pochi, per questo dico che, in Italia, i cinesi generalmente non hanno grandi interessi culturali. Ci sono alcuni che hanno provato a scrivere, si tratta di persone che lo fanno dopo l’orario di lavoro e spesso rimangono ad un livello amatoriale. Il mondo culturale italiano non dà molta attenzione ai cinesi che vivono qui e certo non presta molta attenzione in generale alle loro creazioni letterarie e artistiche. Credo che se c’è qualcuno che sappia scrivere, sicuramente nasceranno dei buoni frutti. Se si riuscisse a mescolare la vita dei cinesi in Italia con la belle cultura italiana uscirebbero dei bei lavori. Io non so se in futuro avrò il tempo per fare questo.

C’è una caratteristica della tua scrittura che mi colpisce particolarmente e che trovo essere una sorta di trademark della tua scrittura. Nei tuoi scritti si sente una vena fortemente eccentrica, che si nasconde fra le righe ed emerge improvvisamente di tanto in tanto. La vedi ad esempio all’improvviso spuntare in un commento dissacrante o ironico, in un guizzo di humor nero, scherzi su argomenti pesanti, come la morte, la malattia. Mi piace molto, è inaspettato e non superficiale. A volte invece l’inaspettato si riflette in una allusione erotica, in una confessione di sensualità e anche in questo caso la scrittura prende vita e prende la tua forma, ti si ritaglia addosso rivelando con chiarezza la tua personalità unica. Cosa rappresentano questi due grandi temi, la morte e il sesso, nella tua scrittura?

Che cosa è la vita? Nascere è intraprendere un sentiero verso la morte, questo è la vita. All’interno di questo percorso, ogni uomo incontra molte cose, la felicità e l’infelicità, la povertà e la ricchezza, si incontra la malattia, si possono avere problemi sentimentali o sessuali. Queste emozioni costituiscono la nostra vita. Una volta in un mercatino di Roma ho notato alcuni dipinti, ho detto all’amica che era con me: “guarda, questo artista ha dipinto in preda alla follia.” Forse la tua impressione sulla mia eccentricità è data dalla lettura delle mie poesie. Scrivendone alcune, in effetti la mia mente e quella di quell’artista hanno avuto un analogo turbamento. Ho vissuto una malattia seria: il cancro può portare le persone alla morte. Nella sofferenza di questo genere di malattia le persone pensano che la morte è vicina. Alcuni anni fa ho passato una settimana in ospedale per un controllo, la paziente in stanza con me era una donna italiana che aveva un sessantina d’anni, molto divertente. Facevamo ogni giorno degli scherzi: prendevamo in giro il cibo dell’ospedale, un dottore molto serio, etc. Era come se vivessimo entrambe sul bordo di un baratro, ma era divertente. Uscita dall’ospedale sono venuta a Pechino e due settimane dopo suo figlio mi ha inviato una mail per darmi la terribile notizia che sua mamma era morta. Da otto anni rifletto sulla questione della morte e continuo a prepararmi. In ogni caso siamo uomini e dunque destinati a morire; è solo una velocità di passo. È così che io non evito il discorso della malattia e della morte, semplicemente non ne faccio un tabù.
Ognuno di noi ha dei turbamenti interiori che hanno a che vedere con il sesso, si tratta di una questione molto profonda. Ho sempre voluto abbellire la vita sessuale, come le scene di un film erotico, non volgare, ma appassionato, pensando che la passione alla fine porti ad uno stato d’animo molto bello. Questa è la mia immagine di una vita sessuale perfetta. Ma in realtà questa immagine fondamentalmente non esiste. Il sesso è un misto di bellezza e bruttezza. Ho avuto esperienza di comportamenti sessuali non appropriati e, sebbene mi sia liberata dalla frustrazione che hanno generato, trovo che quelli di natura sessuale rimangano sempre dei problemi spiacevoli. Ad ogni modo non credo che la questione sessuale abbia bisogno di clamore, ognuno ha la propria vita sessuale reale o immaginaria. I miei sentimenti verso questo tema sono difficili da esprimere in modo chiaro e con poche frasi. Forse un giorno potrei scrivere un romanzo erotico e allora potrei parlarne in modo più chiaro. Insomma vita e morte, sesso e sentimento sono tutte categorie della nostra vita quotidiana, tutti ne siamo coinvolti.

L’ultima domanda sulle tue opere. La lingua. Cosa significa scrivere in una lingua che non è la propria? Quale svantaggio ha, lo possiamo immaginare, ma credi abbia anche dei vantaggi? E se sì quali?

Utilizzare direttamente la lingua italiana per scrivere poesie è molto gratificante, poiché so che non oso scriverle in cinese. Se le scrivessi in cinese, non potrei mai considerarle poesie. Quando scrivo in francese o italiano so che le persone riconoscono che sono straniera, non scrivere bene e così posso essere perdonata. Al massimo qualche lettore potrebbe fare lo stesso commento che io ho rivolto al pittore del mercatino: folle! La poesia può esprimere con poche parole molte emozioni, è molto bello. Ma la narrativa mi piace scriverla nella mia lingua madre. Per esprimere in modo vivido le emozioni e i sentimenti, c’è solo la lingua madre. Tre o quattro anni fa, ero a Radio Vaticana con alcune autrici straniere per leggere le nostre opere, un’ora di trasmissione in diretta. Ho letto in italiano e ho ottenuto molti applausi. Dopo la fine della trasmissione, qualcuno mi ha detto: in futuro non devi lasciare che qualcuno legga le tue opere, leggile sempre da sola perché il risultato è molto bello. Ci sono stati anche altri due incontri di lettura, durante cui alcuni italiani hanno letto alcuni miei brani. Nel 2007 sei stata proprio tu! A Pesaro! Avevo le lacrime agli occhi. In realtà la lingua non è tanto importante, l’emozione lo è di più.

Volevo farti poi una domanda personale. Tu sei molte cose diverse, una manager, una madre, una donna cinese, una donna italiana, una professionista, un’intellettuale e chissà quanto altro. È difficile essere tante cose diverse? Oppure lo rende difficile il giudizio degli altri? È una cosa che mi chiedo spesso anche io. Chi dice che queste cose devono essere per forza in antitesi tra loro? Secondo te si può essere tutte queste diverse cose, ciascuna al 100%, che ne dici?

Da adolescente volevo fare la traduttrice dal cinese al francese, ma poi ho scoperto che non potevo fare questo lavoro perché non sono brava a riportare i sentimenti degli altri. Così ora anche se mi pagassero tantissimo non farei mai quel lavoro. Il lavoro non è poi così difficile, ma serve moltissima concentrazione e fiducia in sé.

Educando i figli pensi al loro futuro, ad essere fiduciosa nel loro avvenire, per cos’altro vale la pena stancarsi? Quando erano piccoli, li ho portati con me da sola tra Italia e Cina, è stata dura. Tuttavia ogni viaggio per me è stato un viaggio ricco di speranza, perché sapevo che loro avrebbero avuto la possibilità di imparare molte cose nuove. In particolare sapevo che avrei trovato il calore di casa e delle patria a Pechino. Ero felice di fare ogni cosa, avendo la speranza nel cuore e il senso di responsabilità che mi spingeva a portare il lavoro verso il buon fine. Io vivo a Roma, ma pensare di poter fare cose utili per la Cina mi rende felice. Per esempio la pubblicazione della mia rivista Cina in Italia è un lavoro formidabile, con la rivista possiamo spiegare la cultura cinese agli italiani. Quando vado in Cina, invece, rappresento l’Italia. Mi capita spesso di partecipare a delegazioni di giornalisti che visitano diversi luoghi della Cina e spesso all’interno del gruppo io sono l’unica donna cinese che viene dall’Italia. Credo di essere una buona rappresentante italiana. In ogni caso con 26 anni di viaggi andata e ritorno penso di essere stata piuttosto utile. I primi anni di viaggio non avevo la comprensione delle persone, ad esempio un vicino di casa mi ha detto “Non puoi avere una famiglia se vuoi questa vita!”. Io invece credo che una madre dinamica può svolgere un ruolo sostanziale di modello nell’educazione dei figli. Se avesse conosciuto mia madre, che invece sistemava la casa e cucinava sempre, probabilmente non l’avrebbe ammirata.

Credo che solo la vita ha diritto di metterti alla prova. La mia rivista lavora da 15 anni e penso che questo sia una piccola conquista. Ho comunque in mente ancora un grande progetto: creare in Cina dei centri di diffusione della cultura italiana, specializzati in cibo e bevande, ma anche prodotti culturali, e che offrano la possibilità di acquistare bellissimi prodotti italiani. Il prossimo anno a Pechino aprirò il primo. Inoltre insieme ad una troupe televisiva italiana sto girando un documentario sull’Italia, in cui faccio una piccola parte. È una sfida perché non sono più giovane e non ho quel tipo di capacità degli attori professionisti. Tuttavia ho molta esperienza di vita e tramite questi anni di vita in Italia posso interpretare meglio di altri la cultura di questo paese. Nulla è semplice, non possiamo ottenere la perfezione, ma possiamo accogliere ogni sfida, ora e nel futuro. Se abbiamo fiducia e responsabilità possiamo fare molte cose fatte bene.

L’ultima domanda riguarda proprio l’identità femminile. In molti in Italia e in occidente in generale ritengono che quella cinese sia una società in cui le donne sono molto sacrificate. Conosco la società cinese e posso dire che il discorso è molto complesso. Potresti dirmi in quali aspetti della vita le donne cinesi (in Cina) ti sembrano invece più emancipate di quelle italiane? Quali sono invece i problemi e i punti di forza delle donne cinesiche vivono in Italia?

La società cinese fa progressi a ritmi molto veloci, talmente veloci che possono essere misurati nel corso dei mesi. La vita delle donne in passato in effetti non è stata semplice: erano dipendenti dagli uomini e prive di un ruolo elevato nella società. Un cambiamento fondamentale c’è stato con la nascita della nuova Cina dopo il 1949. Ora le donne sono libere e aperte. Nella vita della Cina del rapido sviluppo economico, le donne ricoprono un ruolo molto importante e sempre in crescita. Da manager al reparto amministrativo il potere delle donne si estende a tutti i livelli, nella vita sociale cinese le donne hanno più privilegi rispetto alle donne italiane, più apertura mentale. Gli uomini cinesi riconoscono queste capacità e mostrano per queste donne un incondizionato rispetto.
Le donne cinesi in Italia invece hanno un ruolo particolare, hanno tutte una piccola azienda familiare, noi in lingua cinese diciamo “ la bottega di mamma e papà”. In realtà ognuna di queste imprese familiari è gestita proprio da una donna e gli uomini sono i loro assistenti. Molti genitori delle donne non sono qui e quindi hanno molte difficoltà nella vita di tutti i giorni, per esempio non hanno chi si prenda cura dei bambini al di fuori della scuola quando loro lavorano. Spesso poi nel lavoro incontrano problemi di lingua, questioni fiscali, legali, etc.
Attualmente la burocrazia amministrativa italiana ha più criticità rispetto a quella cinese, per i residenti non è facile, per gli stranieri ancora di più. I cinesi hanno sempre un spirito ottimista, credono sempre che domani sarà un giorno migliore; hanno un atteggiamento mentale positivo, proteso verso il futuro. Questo tipo di sguardo brilla ora negli occhi delle donne cinesi.

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