Marco Paone intervista Ismael Ramos

Ismael Ramos (A Picota, Mazaricos, 1994) studia Lingua e letteratura spagnola presso la Universidade de Santiago de Compostela. Vincitore di diversi premi letterari, ha pubblicato la plaquette Hábitat/Interferencias (Concello de Outes, 2013), il dialogo A ferida (2013) – in collaborazione con María do Cebreiro –, e il libro di poesie Os fillos da fame (Xerais, 2016).

 

“Os fillos da fame” è uscito da poco (casa editrice Xerais) e, nonostante questo, le sue pagine e i suoi versi sono immediatamente circolati nei vari social network. Sembra che ci siano molte aspettative attorno a questa pubblicazione. Ti aspettavi questa accoglienza? Cosa pensi di questa relazione quasi istantanea tra la poesia, la sua lettura e il suo pubblico?

In realtà sono molto sorpreso dalla buona accoglienza che sta ricevendo il libro. Oltretutto, continua a stupirmi il fatto che, sebbene abbia utilizzato internet per anni come unico mezzo di diffusione di ciò che scrivevo (penso ad esempio al blog Interferencias), la mia attività poetica abbia avuto una così grande risonanza mediatica grazie a un libro cartaceo. D’altro canto, la relazione immediata fra il pubblico e lo scrittore non dipendono più dal libro stampato, bensì dalla diffusione della sua opera. È per questo che continuiamo a chiamare “inediti” anche quei poeti che già da qualche anno pubblicano in riviste stampate o posseggono un sito web. Ancora oggi pubblicare un libro continua ad essere fondamentale.

Il modo in cui internet incide sul rapporto fra lettore e autore è qualcosa che ancora sto sperimentando e che mi affascina e terrorizza allo stesso tempo. Ci sono giorni in cui sembra come se qualcuno avesse irrispettosamente varcato la porta di casa tua, e mi sembrerebbe quasi ingiusto impedirglielo; altri giorni, sei tu che pubblichi su facebook una foto del tuo letto disfatto di mattina. È complicato.

Il tuo libro di poesie sa di mare, lascia il sale sulla pelle e allo stesso tempo fa della sua negazione una poetica, un punto di partenza per approfondire le cose e gli eventi. “A poesía é unha ferida sen coitelo” [“La poesia è una ferita senza coltello”]. Toccherà al lettore andare alla ricerca di questa “outra cousa” [“altra cosa”] che si trova oltre i tuoi versi?

La ferita, la negazione, l’assenza, il vuoto sono concetti molto forti, attraenti e di gran lunga trattati, ma su cui è necessario ritornare più volte in modo individuale e collettivo. Si tratta di scegliere la maniera in cui addentrarsi in essi, il modo in cui si apre la ferita. Probabilmente questa “outra cousa” è questo, qualcosa a cui bisognerebbe dare il nome di ‘origine’. Per il resto, voglio credere che ciò che si trova oltre i miei versi sia il modo in cui il lettore ne fa uso, sebbene non verrò mai a sapere fino a che punto li aiuti o li obblighi ad arrivare.

La presenza e la negazione, il nominare e il silenzio si concretizzano nella profonda lotta con la corporalità della tua scrittura. Il corpo è vita, il corpo è morte. Qual è il suo ruolo nella ricostruzione della storia individuale e della memoria collettiva?

Il corpo è tutto. Attraverso il corpo conosciamo e sperimentiamo il mondo. Se addirittura ci potessimo staccare da lui, il risultato si spiegherebbe attraverso la sua negazione. Il corpo si oppone al nulla. C’è qualcosa nel corpo di potente, primitivo e ordinatore, basilare e, per questo, difficilissimo da capire. Anche le assenze si fanno corpo. In questo senso la storia individuale si costruisce attorno a una carne, a delle ossa, a un sangue.

La memoria collettiva incide su tutto ciò in modo trasversale, a volte in maniera invisibile e sconcertante. È nostro compito spiegarla, parlarle e interrogarla per farci dare delle spiegazioni: ho due mani e scrivo, se ne avessi una sarei monco.

In che misura la poesia può restituire la parola ai “corpos que non poden falar” [“corpi che non possono parlare”] e ai fantasmi?

Prima di scrivere Os fillos da fame, o durante (non ricordo bene), mi sono imbattuto negli Spettri di Ibsen. In quest’opera si utilizza una definizione di fantasma che mi è particolarmente piaciuta. Nel libro si dice, per esempio, che gli spettri sono “numerosi come le sabbie del mare”. Ciò mi ha portato a pensare ai fantasmi come molteplici e fisici sebbene irrilevanti a prima vista, tanto da non essere coscienti della loro esistenza fin quando non ci entrano negli occhi o nelle scarpe. La poesia dovrebbe quindi cercare di vedere prima il fantasma e poi interpellarlo per ciò che è. In questo senso la poesia può restituire la parola, non necessariamente all’occulto, ma a ciò che passa inosservato alla maggior parte delle persone.

L’emigrazione è un altro tema del tuo libro, un’altra ferita, giacché “a historia do emigrado é truculenta” [“la storia dell’emigrato è truculenta”]. Come vedi “o illamento de Europa” [“l’isolamento d’Europa”] in questo periodo di crisi delle frontiere politiche e umane?

Non avevo mai pensato a questi versi che citi, e che appartengono alla stessa poesia (“Plantacións”, piantagioni), in questo modo. In ogni caso, sì, credo che oggi più che mai sia necessario riflettere sul concetto di frontiera. Qualche giorno fa sono stato a Berlino per visitare un’amica. All’andata viaggiavo da Oporto e uno sciopero dei controllori aerei ha costretto a restringere lo spazio aereo francese per ore. Cosicché siamo rimasti lì, sdraiati in un aeroporto per volontà di un esiguo gruppo di lavoratori. Una volta in Germania, mi sono reso conto che tutta l’attività turistica girava attorno alla storia del muro. Ho visto anche i nuovi blocchi di appartamenti di lusso che erano stati costruiti al lato dell’East Side Gallery. In questa stessa settimana sono avvenuti gli attentati a Bruxelles [NdT: l’intervista si è svolta durante la prima settimana di aprile]. L’unica cosa che ho pensato dopo tutto ciò è stato che l’Europa sembra destinata una e più volte a morire e a resuscitare, dimentica, ma subito dopo è assalita dai rimorsi. La messa in discussione dei valori del sistema europeo è un compito che la mia generazione deve svolgere e che mi interessa da vicino.

La tua poesia è una spianata di territori bianchi, una purezza orgogliosamente sporca di fame e amore. Ciò che sorprende è il ritmo compassato, che si costruisce con brevi orazioni che poco a poco distilli, anche in mezzo a storie difficili e turbolente. A cosa si deve questa calma del tuo cantare poetico?

Probabilmente al fatto che la mia poetica si basa in grossa misura sull’osservazione e sulla descrizione. Spesso mi limito a scrivere quello che vedo in maniera filtrata. Credo che in questo senso la mia scrittura si possa considerare come una narrativa, se si vuole, pacata. Dall’altro lato, rifiuto in generale la grandiloquenza e mi faccio trascinare, a volte in eccesso, da ciò che è naturale, dalle frasi fatte, dalla narrazione dell’evidente. È come una passeggiata, cammino attento e rifletto.

Fai parte di una nuova generazione di “fenomeni” della poesia galega, che Antón Lopo ha definito “Neos”. Quali sono le affinità poetiche e letterarie che hai con gli autori della tua generazione? Quale sarà la sua eredità fra qualche anno?

Credo che in realtà le generazioni non riguardino i creatori, non fosse per la loro volontà di affiliarsi a una di esse, o di presentarsi come un gruppo, e penso che né io, né la maggior parte dei miei compagni di “generazione” condividiamo in questo momento questa volontà. In ogni caso, qualsiasi elemento di visibilità della nuova poesia in galego, tutto ciò che generi nuove riflessioni attorno alla questione, deve essere benvenuto. Qualcosa del genere è successo, credo, con la creazione dell’etichetta “Neos”.

A me sembra di vedere un grandissimo talento nei giovani poeti in Galizia. Qualsiasi persona che approfondisca un po’ la questione, che legga Oriana Méndez, Francisco Cortegoso, Gonzalo Hermo, Alba Cid, Olalla Tuñas o Jesús Castro, vedrebbe ciò che io vedo. Ma, andando oltre tutto ciò, stabilire delle linee guida mi sembra sia un compito alquanto complicato. L’errore in questo caso è stato catalogarci secondo caratteristiche formali, o come eredi o adepti di figure già consolidate.

Rispetto all’eredità, spero che ci voglia un bel po’ di tempo prima di lasciarla arrivare! Diversamente vorrebbe dire che siamo finiti, morti o a punto di morire. Tuttavia, qualora dovessimo essere ricordati come generazione, penso che la nostra cifra distintiva, se dovessi sceglierne una, possa essere la franchezza e la coerenza con ciò che abbiamo scritto, il che non mi sembra un’aspirazione da poco.

Sebbene tu sia molto giovane, dai l’impressione di essere quasi un veterano nel mondo della poesia galega. Credi che esista un problema di mancanza di legittimazione dovuto all’età delle voci più giovani che faticano a imporre la loro autonoma riflessione.

La sensazione di essere un veterano è dovuta al fatto che, come tanti altri, i miei esordi letterari sono strettamente vincolati, durante l’adolescenza, ai premi letterari della scuola superiore, motivo per cui ho cominciato ad avere una certa visibilità abbastanza presto.

L’età è, per quasi tutto, per come io la vedo, più un vantaggio che un problema. Per quanto sia difficile gestire la propria immagine, in un sistema letterario come quello galego, la giovinezza (almeno nella poesia) è stata considerata in maniera positiva sin dagli anni ‘90. Altro aspetto importante è riuscire ad imporre un discorso autonomo. Ci sarà senza dubbio qualcuno cui converrà aggregarsi a una linea poetica già affermata proporsi come continuatore della stessa. Nonostante questo, come segnalavo nella precedente risposta, uno degli errori della classificazione che si proponeva la definizione “Neos” era proprio quella di renderci debitori diretti di poetiche già consolidate, quando, secondo me, se qualcosa bisogna riconoscere a questi giovani, non è la capacità di essere corretti prosecutori del canone stabilito, ma, anzi, di evaderlo, riuscire ad evolvere e ad offrire nuove vie, invece di mettersi al servizio del più forte. Un altro fattore che spesso non si tiene a mente è che in poesia tutti siamo coetanei e abbiamo la possibilità di leggerci a vicenda, il che significa che, se anche ci separano quaranta o cinquant’anni di differenza, l’influenza non per forza si traduce in un senso esclusivamente discendente.

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