Marco Paone intervista Xosé Neira Cruz

Xosé Neira Cruz (Santiago de Compostela, 1968) è professore di Giornalismo presso la Universidade de Santiago de Compostela. Come scrittore si è cimentato con successo, ottenendo diversi premi, con la letteratura per l’infanzia e per ragazzi – dal primo libro Ó outro lado do sumidoiro (1988) fino agli ultimi O punto da escarola (2009) e Jan estivo alí (2010) – e con la poesia, De esparto e seda (2008). È redattore della rivista Tempos, oltre a collaborare a diverse pubblicazioni periodiche e collane editoriali. Parteciperà al Festival ANTICOntemporaneo, che avrà luogo a Montecassino.

 

La tua traiettoria letteraria è lunga e si dipana lungo diverse vie: romanzi, racconti, poesia, teatro, fra gli altri generi. Qual è la ‘forma’ in cui ti esprimi e ti senti più a tuo agio?

Credo che non sia tanto la via d’espressione, quanto il tema che voglio raccontare. Ogni storia nasce con un tono. La scintilla creativa iniziale dà vita all’opera e questa avanza. Non è che sia lei a definire il canale attraverso il quale vuole essere raccontata, ma in realtà uno stesso tema potrebbe dar vita a diversi risultati finali in funzione del genere o della “forma” adottati. Pertanto, questo processo di maturazione mentale di una storia precedente al momento in ci si mette a scrivere – che nel mio caso può persino durare mesi o anni – definisce l’‘abitacolo’ finale in cui la suddetta storia vuole vivere e svilupparsi.

Sei un punto di riferimento fuori e dentro la penisola iberica riguardo alla letteratura per l’infanzia e per i ragazzi. Quando scrivi, qual è la maggiore differenza che trovi fra un pubblico adulto e uno più giovane?

Fra il pubblico infantile e quello adulto esiste una differenza chiara, non così evidente, a volte addirittura inesistente fra il recettore giovane e quello adulto. Infatti ci sono lettori giovani molto esigenti che leggono in continuazione e fanno della letteratura un’esigenza vitale, e lettori adulti che si mantengono in una specie di limbo della lettura, con poche incursioni in essa, mosse per lo più da mode e tendenze e non da vere passioni letterarie. Detto ciò, la frontiera principale fra questi diversi settori – infantile, adolescenziale, adulto – è segnata dalla forma di raccontare, dalla scelta lessicale e dalle tematiche.

Hai una doppia formazione, in filologia e scienze della comunicazione, ambito nel quale sei impegnato come docente. Credi che la formazione giornalistica abbia ancora bisogno di quella letteraria e filologica?

Qualsiasi formazione complementare è positiva. Non credo, in ogni caso, che il giornalista abbia bisogno necessariamente di una formazione filologica per fare bene il suo lavoro. Dipende anche dall’ambito informativo a cui si dedica, è evidente che per un giornalista specializzato in informazione politica o economica sarebbero altre le discipline che gli servirebbero. Forse l’errore scaturisce dal credere che nella Facoltà di Filologia insegnano a scrivere; in realtà, insegnano a leggere e ad analizzare le opere letterarie, oltre a comprendere i meccanismi interni delle lingue. Manca ancora – almeno nel nostro sistema educativo – l’equivalente del Conservatorio musicale nell’ambito della creazione letteraria. Chi vuole imparare a scrivere deve accontentarsi di surrogati come la Filologia o il Giornalismo, che sicuramente forniscono strumenti utili, ma in modo parziale.

In quanto filologo italiano, la tua relazione con l’Italia è molto stretta. Infatti, molte delle tue opere sono ambientate in Italia o si ispirano a essa. Quali sono gli elementi più importanti di questa affinità elettiva? Qual è la tua parola preferita in italiano?

Spesso non si sa con certezza perché si ama o ci si innamora di qualcuno. Questo è quello che mi succede con l’Italia. So che sin da piccolo mi sentivo stregato dalla sua lingua e dalla sua storia, a tal punto da cercare una grammatica italiana in una biblioteca pubblica compostelana, per lo stupore del bibliotecario, che non sapeva se quel bambino di otto anni lo stesse prendendo in giro o parlava seriamente. Ricordo di avere imparato a memoria le preposizioni in italiano, solo per il gusto di poter dire qualcosa in questa lingua, e che in questo modo sarebbe arrivato tutto il resto. Una dei miei passatempi da adolescente era quello che io chiamavo “viaggiare in Italia”, che consisteva nel dedicare un sabato o una domenica a mettere musica e aprire una mappa e foto, piante di città, ecc., ed immergermi in percorsi più immaginari che reali. Lo facevo in tempi in cui internet non esisteva, per cui bisognava lavorare duro per realizzare ogni “soggiorno”. Mi piaceva moltissimo concludere queste esperienze conoscendo i nomi delle vie di Firenze, le curiosità della vita di Roma, i dettagli della storia di Venezia, e così fino a diventare una passione alquanto stravagante. A quindici anni mi sono iscritto ad un corso d’italiano e ho avuto la fortuna di avere Nadia Poloni come insegnante, una trevigiana che aveva compreso bene che razza di personaggio si trovava davanti. Poco a poco mi aiutò a preparare il mio primo vero incontro con l’Italia, che avvenne quando avevo compiuto diciassette anni. Con queste premesse, c’erano tutti i presupposti di rimanere deluso – la realtà difficilmente può competere con l’immaginazione - ma il lavoro di Nadia fu fondamentale affinché ciò non accadesse. Anzi il contrario. Ricordo quel primo soggiorno di quasi due mesi come un sogno realizzato. E come conferma di una condanna: la sorte era stata tratta per sempre. Come succede spesso in amore, ho vissuto momenti di crisi con l’Italia, periodi di totale allontanamento, e adesso la maturità regge la nostra relazione. Ritorno in Italia ogni anno, incluso più volte all’anno – non posso più ricordare quante volte sono stato a Firenze –, per rinnovare la mia cittadinanza culturale d’elezione, e mi permetto di essere critico verso ciò che non mi piace in quanto è molto di più ciò che amo, ammiro e mi fa star bene quando sono lì, ma anche perché mi sento parte di questo contesto e in diritto di esprimermi su ciò che fa parte di me in maniera così profonda, da quando sono o, meglio, da quando sento. Alcune mie opere sono state tradotte in italiano da studenti in Traduzione e interpretazione dell’Università di Bologna, anche se per il momento non sono state pubblicate, e continua a emozionarmi la scoperta di nuove parole, con quell’emozione genuina e innocente che aveva quel bambino affascinato da quella lingua. Poco tempo fa ho avuto davanti l’originale di un manoscritto di Leonardo da Vinci: sono riuscito a leggerlo e comprenderlo, nonostante la difficoltà, e ho sentito gli occhi umidi. Come se quel testo avesse la capacità di farmi viaggiare nel tempo, un desiderio che un giorno mi piacerebbe realizzare. Sì, credo, che per me l’Italia è, soprattutto, la lingua, e da lì viene tutto il resto. Per questo non saprei individuare una sola parola: ognuna ha il suo posto nell’ingranaggio di una passione irrimediabile che dà senso a una parte di me.

A fine mese parteciperai in un festival a Montecassino dedicato a Dante Alighieri. Cos’è che più apprezzi della sua opera? In che misura Dante continua ad essere una figura fondamentale dell’europeismo?

La Divina Commedia è un monumento letterario così impressionante che se non esistesse, una buona parte della storia occidentale sarebbe diversa. Essendo un’opera letteraria di importanza capitale rappresenta anche molte altre cose: una mappa concettuale inesauribile che si rinnova con sempre più vigore con il passare del tempo. Come se vivesse di vita propria. Come se Dante, più che scrivere un’opera, avesse ideato un marchingegno portentoso. Indubbiamente è uno di questi parametri che ci aiutano a comprendere ciò che è stato e deve continuare ad essere per l’Europa. E per noi galeghi un motivo ulteriore di orgoglio, non solo per la meritata medaglia d’oro con la quale il Comune di Firenze ha reso un riconoscimento alla meravigliosa traduzione al galego dell’opera di Dante realizzata da Darío Xohán Cabana, ma anche perché Alighieri ha ricordato e onorato la nostra terra nei suoi versi.

Sono passati alcuni anni da quando è uscita nelle librerie la tua ultima pubblicazione. A cosa è dovuto questo silenzio? Hai un nuovo progetto letterario in cantiere?

Negli ultimi cinque anni ho dedicato moltissimo tempo al coordinamento del progetto europeo campUSCulturae, capeggiato dalla Universidade de Santiago de Compostela, in collaborazione con istituzioni di altri cinque paesi. È stata un’opportunità unica ma anche uno sforzo enorme, e siccome il giorno ha le ore che ha e non si possono estendere, è stato necessario sacrificare qualche ambito ed è toccato a quello letterario.

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