Marco Paone intervista Luisa Castro Legazpi

Luisa Castro (Foz, 1966) è poetessa, narratrice e articolista su diversi mezzi di comunicazione. Laureatasi in Filologia Ispanica presso l’Università Complutense di Madrid, inizia la sua carriera letteraria molto presto: nel 1984 esordisce con la raccolta di poesie Odisea definitiva. Libro póstumo. Successivamente pubblica Los versos del Eunuco (Premio Hiperión de Poesía, 1986), Los hábitos del artillero (Premio Rey Juan Carlos I de Poesía, 1990) e De mí haré una estatua viviente (1997). Nel 1988 appare Baleas e baleas, la sua prima opera in galego, che ripubblicherà in una versione bilingue insieme allo spagnolo nel 1992. L’opera completa delle sue poesie è stata raccolta nel 2004 in Señales con una sola bandera.
Lunga è anche la lista di successi che ha ottenuto con i suoi romanzi: El somier (finalista del premio Herralde, 1990), La fiebre amarilla (1994), El secreto de la lejía (Premio Azorín, 2001), Viajes con mi padre (2003), Podría hacerte daño (Premio de Narrativa Torrente Ballester, 2004). Con La segunda mujer (Seix Barral, 2006) riceve il Premio Biblioteca Breve 2006. Ha vissuto a Barcellona, New York, Madrid, Santiago de Compostela e Napoli, dove attualmente è Direttrice dell’Instituto Cervantes.

 

Da alcuni anni dirige l’Instituto Cervantes di Napoli, cos’è che più l’affascina della città partenopea? Quali sono gli elementi della presenza della cultura spagnola che ancora riscontra nella sua quotidianità?

Rispondo alla prima domanda, che si collega alla seconda. Senza dubbio, ciò che più mi attrae è l’identità genuina della città. che, secondo me, contribuisce alla nostra stessa identità spagnola, forse per il lungo periodo storico in cui Napoli ha fatto parte della corona spagnola, e ancora prima di quella aragonese. A volte mi sembra di percepire un certo spirito tragico, agonico nel carattere della città, compatibile paradossalmente con un’ironia molto raffinata, che in pochi posti ho trovato. Quest’aspetto è molto spagnolo, delirio di grandezza che si accompagna a un enorme fatalismo, una miscela fra il mondo ideale e il mondo più quotidiano, pieno di ombre.
A volte penso che a Napoli non sia finito il Barocco, come in Spagna. E come in Spagna, si vive in modo molto passionale. Vivendoci ho capito che un genio come Cervantes è stato forgiato, in parte, dai suoi soggiorni italiani. Confrontarsi ogni giorno con tutto questo e provare a comprenderlo rappresenta per me una grande sfida, perché la storia della città non si riassume solo in questo, è molto più complessa, e uno spagnolo a fianco di un napoletano sembra essere un uomo nato ieri. Per non parlare di una donna. Questa è la sensazione che ho.

Nel suo percorso si è messa in risalto sia per la poesia che per la narrativa, scrivendo in castigliano e galego, lingua quest’ultima in cui ha pubblicato un unico e rivendicato titolo, Baleas e baleas (1988). Che cosa ha significato per lei questo sdoppiamento linguistico e culturale? Come valuta oggi quella raccolta di poesie e quel momento?

Per me la lingua letteraria è una, nonostante possa manifestarsi in diverse lingue. Uno scrittore cresce grazie a tutti i contributi che riceve, e quando scrivo in galego la lingua spagnola interferisce e arricchisce ciò che scrivo. La stessa cosa succede al contrario. Baleas e Baleas è un libro che contiene molte cose che successivamente ho continuato a sviluppare in altri libri in spagnolo, e ne ho una grandissima considerazione. Con Baleas, in realtà, ho aperto gli occhi su una poesia più vicina, e credo anche più matura, che poi ho continuato a esprimere in altri libri in spagnolo, come Los hábitos del artillero o De mí haré una estatua ecuestre. Il motivo per cui ho scelto prevalentemente la lingua spagnola per esprimermi nei miei libri, nonostante sia bilingue, neanche lo so. Sono ragioni legate più alla mia biografia che al mio cuore, e anche se sembra strano, non sempre le due cose vanno assieme, anzi molto spesso confliggono. Comunque, sì, mi trovo a mio agio e mi sento molto libera, esprimendomi letterariamente in spagnolo, sebbene il galego sia la mia prima lingua, la lingua della mia famiglia. A volte, attraverso un viaggio, dallo straniamento si arriva a qualcosa di simile a una voce unica.

A proposito, trattando questioni storiografiche, sembra che nella letteratura e, soprattutto, nella poesia si stia verificando un’inversione di genere in termini di canonizzazione: le autrici stanno occupando sempre di più il centro del sistema letterario. Potrebbe indicare una genealogia di autrici che hanno influenzato la sua attività come scrittrice?

Non credo che in questo momento le donne stiano occupando maggiormente il centro del sistema letterario. Ma, ovviamente, si stanno guadagnando delle posizioni. In ogni caso, posso dirle che per me è stata rivelatrice e importante l’opera di Rosalía de Castro, sia in galego che in spagnolo, dal momento che scrisse e pubblicò anche in spagnolo. E senza dubbio l’opera di Emilia Pardo Bazán, la sua vivacità e la sua saggezza narrativa. Virginia Woolf è un’altra di quelle letture determinanti, che mi hanno formato e influenzato, così come Sylvia Plath, Marguerite Duras, Simone de Beauvoir, Patricia Highsmith, Carson Macullers... Rispetto all’ambito spagnolo del XX secolo, Carmen Laforet, Ana María Matute, Mercé Rodoreda, Montserrat Roig... Per la poesia ci sono nomi indiscutibili: Clara Janés, Maria Victoria Atencia, Ana María Moix, Ana Rosetti, Blanca Andreu, Chantal Maillard, Olvido García Valdés o Chus Pato.

Al contrario, pensa che ci siano ancora delle resistenze riguardo all’accesso delle donne al mondo della cultura?

Da una parte, niente proibisce a una donna di farsi strada. Ma nella pratica, una donna deve ancora dimostrare di più e continua ad avere delle difficoltà se non sceglie di adeguarsi del tutto ai giudizi e alla visione patriarcale del mondo dominante. Io di natura sono ottimista, ma credo che convenga avere un atteggiamento molto combattivo. Credo nel talento. Bisogna combattere, ma non bisogna scaricare le responsabilità su nessun’altra persona. Prima o poi, ognuno arriverà dove deve arrivare.

In quale momento si produce la svolta nella sua narrativa, fra la pubblicazione di El somier (1990), libro caratterizzato da un notevole lirismo, e i suoi romanzi posteriori?

Sicuramente nel 2003, con Viajes con mi padre. È un romanzo in cui comincio a vedere me stessa al di fuori della letteratura, come persona, non come scrittrice. Per me questo romanzo è fondamentale, così come il successivo La segunda mujer, apparso nel 2006. La duplicità, lo sdoppiamento fra autore e personaggio, fra voce e maschera, fra chi scrive e chi è sottoposto ai dettami del linguaggio, provando a riformularsi all’interno del linguaggio, rispetto al determinismo della nostra stessa eredità sentimentale e culturale. Il linguaggio come mezzo per superare le eredità, per provare a integrarle e così avanzare in una sola direzione, per narrare la nostra essenza di creature non finite, difettose. Beh, si tratta di temi eterni. Ma ogni epoca li rivisita a suo modo, e la narrativa per me, partendo da Viajes, intraprende questo cammino, quello dell’indagine su un io che in realtà non ci appartiene, che si sovrappone continuamente e che bisogna mantenere a galla, un io costruito più da specchi che da realtà, ma ciò era presente anche nei miei precedenti libri di poesia. Esiste un profondo dialogo, in realtà, fra i miei libri di poesia e i miei romanzi.

Dopo dieci anni dalla pubblicazione della sua ultima raccolta poetica, Amor mi señor (2005), crede di ritornare a questo genere? In questo momento sta lavorando a qualche progetto narrativo o poetico?

Sto lavorando a un nuovo progetto poetico e ho fra le mani anche un nuovo romanzo. Le poesie sono nate da un’esperienza concreta, un viaggio in Liguria che mi ha permesso di recuperare la voce poetica dopo molti anni in cui non ero stata capace di trovarla. Riguardo al romanzo, pensavo di averlo terminato già due anni fa, ma mi sono resa conto di no: mi occupo di esso quando il lavoro del Cervantes mi permette di farlo, tralasciando le poesie per un momento in cui avrò il tavolo un po’ più sgombro. Non si possono scrivere poesie senza fare prima pulizia. A volte le riprendo, ma la poesia (almeno questo è il mio caso), deve inondarti, farsi strada. È il linguaggio che deve manifestarsi in te.

Infine, qual è la sua relazione come lettrice e poetessa con la poesia italiana contemporanea?

La poesia italiana mi interessa secondo una linea che proviene dalla poesia latina, da Virgilio, da Lucrezio e che arriva alle porte del Rinascimento, passando ovviamente per Dante. Mi interessa la sua capacità di concretezza e allo stesso tempo il suo volo filosofico, la sua maternità e la sua portata speculativa, se così si può dire. La lingua italiana possiede qualcosa che glielo permette, qualcosa che ci avvicina molto all’essenza delle cose, quasi come se fra le parole e le cose non ci fosse distanza. L’italiano apprende il mondo in un modo, credo, molto differente rispetto a tutte le altre lingue romanze. La lingua di Leopardi, che non è facile, è un’ispirazione costante, e nel XX secolo per me la voce più suggestiva è quella di Montale. Mi interessano enormemente due poeti contemporanei: Ida Travi e Claudio Damiani, pur essendo molto diversi tra loro. Ho potuto conoscere e ascoltare Damiani all’Instituto Cervantes, ed è stata una grande scoperta. Ida Travi l’ho scoperta in un Festival di Poesia a Como. Ma non posso avere la presunzione di conoscere in modo ampio la poesia contemporanea. Ritorno sempre ai classici e ogni tanto ascolto le raccomandazioni di alcune persone autorevoli. Da poco tempo ho scoperto Sbarbaro, per esempio, che non conoscevo e con questo ho detto tutto.

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