Marco Paone intervista Carlo Bordini

Carlo Bordini (Roma, 1938) ha insegnato storia moderna presso il Dipartimento di Studi storici dell'università di Roma La Sapienza. Il suo percorso poetico comincia nel 1975 e si snoda lungo diversi libri riuniti nella raccolta complete, I costruttori di vulcani. Tutte le poesie 1975-2010 (Luca Sossella editore, 2010). La sua opera poetica è stata tradotta in diverse lingue. Come narratore si ricordano i seguenti titoli: Pezzi di ricambio (Empirìa, 2003), Manuale di autodistruzione (Fazi 1998; 2004), Gustavo - una malattia mentale (Avagliano, 2006), I diritti inumani ed altre storie (La camera verde, 2009). Ha pubblicato inoltre: Non è un gioco – Appunti di viaggio sulla poesia in America Latina (Luca Sossella editore, 2009).

 

Ha dichiarato che, sin dai suoi esordi, ha avuto un rapporto complesso con la letteratura, standoci pienamente dentro e allo stesso tempo rimanendo ai margini del suo aspetto più istituzionale. Qual è attualmente la sua relazione con essa?

Con gli anni sono diventato meno ispido. Ho imparato a non farmi dei nemici (non sempre ci riesco) e ad evitare i litigi. Ho molti amici e ricambio affetto con affetto. Il fatto è che io mi considero uno scrittore ma non un letterato nel senso proprio del termine. Non amo molto l’accademia. Le origini della mia scrittura, le molle che mi hanno spinto a scrivere sono più legate alla mia vita che a un’idea qualsiasi di letteratura.

A proposito di margini, nella sua poesia ha spesso cercato di narrare da vicino – con uno sguardo scientifico, quasi da laboratorio – le storie “altre”, offrendo talvolta una visione alternativa del mondo. Nell’epigrafe alla sua antologia I costruttori di vulcani (2010), si legge: “poi venne la crisi di fine estate a quasi tutti noi / e ci ritrovammo a fine estate / quasi tutti in crisi”. Qual è il legame tra poesia e crisi?

Mi sono sempre coinvolto in quello che scrivo, e credo di non aver mai assunto uno sguardo scientifico, da laboratorio. Almeno volontariamente. I versi che lei cita sono in un certo senso una dichiarazione di appartenenza, di identità, la crisi è quella dei giovani che hanno cercato di cambiare il mondo e non ci sono riusciti. La mia poesia parla spesso di crisi perché la vita è crisi, oggi. La crisi è onnipresente e ci coinvolge tutti, a tutti i livelli, anche quelli più intimi.

In alcuni versi esprime una sorta di epifania di ciò che in maniera imminente accadrà, quasi una preveggenza scritta dello stato consumato delle cose mentre questo processo sta accadendo. È un modo per mettere in allerta il lettore rispetto alla fattualità e fatalità del mondo o per mostrare una visione disincantata di esso?

Credo che i profeti di sventura non siano mai disincantati. Rendersi conto che la civiltà umana sta entrando in una crisi dà sempre una sensazione di dolore e/o di rabbia.

Nella sua lunga traiettoria sembra abbia oscillato fra una retorica del vivere “nella parte di dietro della storia”, prendendo posizione per “l’uomo sconfitto” o “la parte perdente” (Mangiare, 1995), e una “scrittura di rimessa” come “risposta a qualcosa o proposta rispetto al mondo” (Strategia, 1981). Cosa ne pensa?

In genere le persone introverse colpiscono di rimessa. Quindi non credo che ci sia una contraddizione tra il vivere nella parte di dietro della storia e colpire di rimessa. Nel caso di Strategia, a colpire di rimessa non ero io, ma una ragazza di cui ero innamorato. In quel caso io ho assunto il ruolo di fighter lento e sfortunato.

In Epidemia (2001) si passano in rassegna – mostrandoli nella loro crudezza – vari temi propri dell’inizio del nuovo millennio, ma su cui si dibatte ancora oggi: catastrofi ambientali, sfruttamento intensivo del bestiame, i movimenti no global, Seattle e Genova... Cosa è rimasta di quella stagione?

Credo che la situazione sia peggiorata e stia peggiorando.

Nel suo Autoritratto presente nel blog di poesia di Luigia Sorrentino, indica la poesia spagnola e ispanoamericana e quella portoghese e brasiliana – anche in relazione alla loro tradizione barocca – come punti di riferimento delle sue ultime letture. “Credo che in questo periodo questa poesia abbia una forza molto maggiore della nostra”. Quali autori le sono più cari? Quali elementi della loro poetica, secondo lei, sarebbe auspicabile traslare – ammesso che sia possibile – e/o trovare nella poesia italiana contemporanea?

Più che fare un elenco di autori, vorrei dire una cosa che penso: la stagione gloriosa delle avanguardie letterarie, nate fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento in Francia, ha creato una scia che col passare del tempo è diventata sempre meno vitale. Il rifiuto della normalità borghese si è col tempo trasformata in una reticenza, in una sorta di sfiducia nella parola, quasi di timore. Lo sperimentalismo oggi rischia di bloccarci. Quello che amo nella poesia latinoamericana è il fatto che loro non hanno timore di parlare, hanno ancora fiducia nella parola. Il discorso sarebbe molto complesso. Non si può portare il "non senso" all'infinito. Alla fine tutto diventa uguale a tutto, ed è niente. Non si segue più. L'assurdo rischia di diventare maniera.

Francesco Pontorno la definisce come moralista e “spietato, ironico cronista del vero”. Si riconosce in questa definizione? il suo sguardo è realmente così spietato verso il mondo contemporaneo?

Francesco Pontorno è sempre stato molto generoso con me, nel definirmi un moralista. Io non credo di essere spietato, credo che la situazione che stiamo vivendo sia spietata. Io mi limito a descriverla, e se ho un qualsiasi merito, è forse quello di non cercare di edulcorarla.

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