Alessandra Panzanelli intervista Paola Puglisi

Lo scorso febbraio si è tenuto a Roma un convegno internazionale dedicato alle nuove frontiere della catalogazione bibliografica, o meglio alle modalità con cui le notizie vengono presentate e rese accessibili agli utenti, in presenza e remoti, delle biblioteche. Accanto ad una nuova strutturazione funzionale delle maschere di ricerca, che sempre più spesso compaiono nelle pagine di apertura degli OPAC (Online Public Access Catalogue) i cataloghi stanno modificandosi in direzione di una sempre maggiore capacità di descrivere documenti di natura diversa, mirando ad estrarre il contenuto informativo di ciascuno, e a rendere il mondo delle informazioni sempre più facilmente ricercabile. Faster, Smarter and Richer è stato il significativo titolo del consesso, con riferimento alle qualità del nuovo catalogo (Reshaping the Library Catalogue recita il sottotitolo), disvelatore dell'animo con cui i professionisti dell'informazione rivendicano il compito di organizzare i documenti, in modo che quanti hanno necessità di interrogare i depositi del sapere possano farlo con strumenti che siano al contempo sempre più ricchi, efficienti e precisi.
In questo contesto Paola Puglisi, bibliotecaria presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, ha riportato all'attenzione un oggetto da lei già da tempo indagato, sul cui destino, nei cataloghi di biblioteca, s'era espresso decenni fa uno dei maggiori studiosi del libro, G. Thomas Tanselle: la sopraccoperta. L'intervento di Paola Puglisi contiene nel titolo l'espressione con cui, nel 1971, Tanselle illustrava l'importanza di inserire nella scheda bibliografica anche le informazioni relative alla sopraccoperta, augurandosi che un giorno sarebbe stato possibile avere notizia delle sopraccoperte conservate insieme ai libri di una biblioteca semplicemente consultandone il catalogo. “The day has not yet come” diceva Tanselle, “... ma potrebbe essere oggi”, sembra concludere Paola Puglisi con il suo intervento, in cui si illustrano le modalità con cui le sopraccoperte possono essere descritte, stanti i più recenti strumenti concettuali offerti ai catalogatori (regole, linee guida, standard), e contrastando abitudini inveterate quali utilizzare le sopraccoperte per trarne informazioni (ad esempio per la soggettazione) ma senza considerarle fonti autorevoli, ignorarle per le parti che non rispondono alle strette esigenze catalografiche, peggio di tutto eliminarle.
Veniamo quindi alle domande, e prima di tutto porrei l'attenzione su una questione che qui si dà per assodata: l'importanza dell'oggetto di cui si parla, la sopraccoperta.

 

Quando compare la sopraccoperta? Si conosce la data della prima stampata?
La sopraccoperta più antica di cui si avesse notizia è stata a lungo quella del Keepsake per l’anno 1833 (un genere di annuario-strenna molto in voga in Inghilterra all’epoca), edito a Londra da Longmans nel 1832; nel 2009 però ne è stata identificata una risalente al 1829 nella collezione dei Printed Ephemera della Bodleyan Library di Oxford, che proteggeva, guarda caso, un altro esemplare di annuario-strenna, dal titolo Friendship’s Offering: siamo così in grado anche di circoscrivere il tipo di libro per cui essa è stata originariamente creata.

Sarebbe d'accordo nel dire che si tratta di una estensione della copertina, e che, come tale, sia un elemento che connota particolarmente il libro moderno (ovvero il libro prodotto industrialmente)?
Va opportunamente precisato che stiamo parlando di sopraccoperta nell’ambito dell’ editoria “moderna”, approssimativamente quindi a partire dai primi decenni dell’Ottocento: potremmo individuarne infatti, per così dire “incunaboli” in epoca precedente, ma essi non sono comparabili agli oggetti di cui discutiamo qui, essenzialmente perché, non essendo impressi, non testimoniano della volontà dell’editore di realizzarli come parte integrante del libro all’interno di una certa edizione. Detto questo, si tratta in un certo senso di un’estensione della copertina dal momento che, insieme a quest’ultima, è uno spazio che convoglia e porta alla luce informazioni di natura paratestuale, più precisamente (mi rifaccio alla terminologia di Gérard Genette e al suo fondamentale Seuils) è un elemento del peritesto editoriale. In effetti, quasi tutte le riflessioni e gli studi relativi alla copertina si potrebbero estendere alla sopraccoperta, ma la discriminante è la separatezza fisica di quest’ultima: è questo l’elemento che nel tempo ha condotto sia i bibliografi testuali che i bibliotecari, ad esempio, a considerarla in modo diverso; nonché il fattore che ha determinato la perdita di un gran numero di esemplari e la conseguente rarità delle sopraccoperte: oggi un qualunque libro sul mercato antiquario ha un valore ben diverso se è corredato dalla sopraccoperta originale o se ne è privo.

Ha secondo lei un ambito d'uso differenziato? Si potrebbe dire cioè che si usa di più per libri di un certo formato, oppure di un genere (ad esempio letteratura piuttosto che saggistica)?
Certamente la sopraccoperta ha un costo per l’editore, quindi più probabilmente va a connotare, parlando di narrativa, la prima uscita di un romanzo, mentre poi l’eventuale ripubblicazione in edizione economica sarà in brossura. D’altra parte ricordiamo tutti, credo, le collane di narrativa uscite pochi anni fa in allegato ad alcuni grandi quotidiani, le quali, pur essendo sicuramente “economiche”, a livello di strategia pubblicitaria venivano presentate enfatizzando la presenza della sopraccoperta, poiché si presumeva che questa rappresentasse un valore aggiunto per il lettore, e differenziava inoltre le collane in questione da ogni altra iniziativa analoga precedente. In realtà l’uso più o meno diffuso della sopraccoperta (se prescindiamo da alcuni editori da sempre fedeli a un certo tipo di immagine che la richiede) mi sembra piuttosto legata alla storia e alla tradizione editoriale nazionale: i paesi anglosassoni per esempio privilegiano lo stile hardcover, che richiede la sopraccoperta, mentre se guardiamo alla Francia è assai più frequente, anche per la narrativa, la pubblicazione direttamente in brossura.

Quando inizia la tendenza ad utilizzare riproduzioni di opere d’arte sulle sopraccoperte? Quali editori in Italia si mostrano più aperti ad un uso artistico della sopraccoperta?
In termini di visual design molte sopraccoperte contemporanee non hanno quasi nulla da invidiare al linguaggio della grafica d’arte, pur restando naturalmente qualcosa di diverso, prodotto all’interno di una logica editoriale seriale, non da artisti ma da professionisti della filiera del libro. Ma del resto lo stesso si sarebbe potuto affermare, ad esempio, per le copertine disegnate da un Adolfo De Carolis per l’editore Formiggini all’inizio del Novecento. Invece, la consuetudine di servirsi in copertina/sopraccoperta della riproduzione di un’opera d’arte si è affermata a partire dagli anni Cinquanta, e il fenomeno, da allora, ha prodotto risultati assolutamente eterogenei, dal rozzo o banale, all’estremamente raffinato. Non penso si faccia torto a tanta editoria di ottimo livello grafico, ma forse meno visibile, affermando che comunque in questo “gioco combinatorio” l’editore che eccelle da sempre è Adelphi, seguito in ordine di tempo, ma non di qualità, da Sellerio.

Che impressioni ha riportato, anche in relazione al tema del suo intervento, dal convegno internazionale di catalogazione da cui ha preso le mosse la nostra conversazione?
Devo premettere che non sono una specialista della catalogazione, e nel partecipare al convegno intendevo prima di tutto sollecitare su questo tema i colleghi che redigono ed applicano norme e standard: guardando ai codici di catalogazione infatti, sembra davvero che la sopraccoperta sia un inutile accessorio del libro che non vale neanche la pena menzionare. Inoltre, da “profana” avevo l’impressione che la più recente riflessione catalografica, in uno sforzo di inclusione rispetto a nuove forme documentali, si stesse allontanando in maniera abbastanza preoccupante dagli oggetti concreti, e soprattutto dalle esigenze di coloro che il catalogo lo consultano alla ricerca di questi stessi oggetti.
Dalla partecipazione al convegno ho invece riportato l’impressione che la riflessione teorica, ormai molto evoluta, quando riesce a trasformarsi in uno strumento di dialogo con l’utente, grazie al supporto di un’interfaccia amichevole ed opportunamente strutturata, davvero arricchisce la presentazione del patrimonio della biblioteca, e riesce a palesare assai più e meglio che in passato tutta una serie di relazioni tra opere, autori, edizioni, esemplari, ed attributi di questi ultimi – una situazione ben resa dall’affermazione “from collections to connections”. E sono fiduciosa che il giorno auspicato da G. Thomas Tanselle, in cui si possa venire a conoscenza delle sopraccoperte conservate in una biblioteca semplicemente consultandone il catalogo, possa essere vicino: le premesse ci sono tutte, si tratta di avviare, come si dice, una “buona pratica”.

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