Inma Otero intervista María López Sández

María López Sández (Lugo, 1973), si è laureata in Filologia Ispanica, Inglese e Galego-Portoghese presso la Universidade de Santiago de Compostela, dove successivamente ha conseguito anche il titolo di Dottore di Ricerca in Teoria della Letteratura e Letteratura Comparata. Attualmente compagina la docenza nelle scuola secondaria con quella presso la facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Università di Santiago de Compostela. Fra altre pubblicazioni, del suo lavoro di ricerca bisogna menzionare Paisaxe e nación. A creación discursiva do territorio (Galaxia, 2008), che ha ricevuto nel 2007 il Premio Ramón Piñeiro riservato alla saggistica. Come autrice di narrativa ha pubblicato A forma das nubes (Galaxia, 2012), con il quale le è stato consegnato il Premio Narrativa Breve Repsol. Durante i primi giorni di marzo di quest’anno, arriverà nelle librerie il suo romanzo O faro escuro.

 

Nel tuo saggio, Paisaxe e nación. A creación discursiva do territorio, segnali l’utilità dei testi letterari, tanto nei sistemi culturali egemonici quanto nei minoritari, per la loro capacità di costruire una nazione. Pensi che questa riflessione sia ancora attuale?

Se la mettiamo da un punto di vista astratto, domandandoci in che misura la finzione serve a costruire immaginari, penso che ciò sia valido in qualsiasi periodo storico. Ogni produzione culturale assume un ruolo molto attivo nel momento in cui costruisce valori, immagini, modi di pensare e immaginari collettivi, sui quali si basa la costruzione delle nazionalità. Se parliamo di immaginari nazionali, ovviamente pensiamo a determinati momenti storici; lo stesso concetto di nazionalismo ha il suo punto di partenza nel XIX secolo. Durante l’ultima decade, si possono notare probabilmente alcuni cambi nella conformazione degli immaginari nazionali. Anzi, si sta parlando di un paradigma postnazionale. Il fatto che il postmodernismo provochi la rottura di ogni tipo di metaracconto, influisce anche nella costruzione di una narrazione nazionale. Bisogna rendersi conto del gioco in cui è coinvolta la costruzione di questo tipo di racconto perché anche questa presa di coscienza influisce sul funzionamento di tale meccanismo. A questo punto, se portiamo questo ragionamento a un livello che trascende gli immaginari nazionali, e quindi a uno sociale nel senso più ampio, credo che la finzione, la letteratura e qualsiasi produzione artistica giochino un ruolo assolutamente decisivo.

Il fulcro del tuo saggio è costituito dalla relazione tra lo spazio naturale, il paesaggio e l’identità nazionale, e come questo rapporto si riflette da un punto discorsivo sulle opere di finzione. Si rileva in molte delle narrazioni galeghe degli ultimi anni l’incorporazione di spazi esterni alla Galizia, molti dei quali canonici come, per esempio, il mondo anglosassone. Come valuti l’irruzione di questi nuovi spazi? Potrebbero rispondere alla strategia di voler fingere una “falsa” (o no) normalità?

Il fatto di renderci conto di come si sia costruito il discorso nazionalista più tradizionale e di come si sia decostruito questo meccanismo, in certo senso influisce. Si è anche messo in risalto che fingere la normalizzazione è essa stessa una strategia normalizzatrice. Tuttavia, credo che la causa non sia questa, bensì va ricercata nei referenti dei giovani scrittori, perché si scrive anche attraverso i riferimenti letterari che ognuno ha. La finzione agisce sempre a partire da certi repertori. Il peso del mondo anglosassone in questo momento è molto forte e ciò si percepisce nelle ultime generazioni di scrittori. Il loro panorama di riferimenti e letture è maggiormente globalizzato e ciò emerge dalla letteratura.

Credi che ciò obbedisca alla logica della scrittura di un’opera che sia più commerciale, quindi più facile da esportare?

Non penso sia una questione commerciale, perché non credo che sia un elemento che migliori il mercato potenziale del testo. Anzi, il fattore molto commerciale degli scrittori nordici che scrivono romanzi noir ambientati in spazi ben specifici dimostra che ciò non è così. Infatti credo che la realtà galiziana potrebbe fungere facilmente da componente d’attrazione per un mercato più ampio. Forse il passo da compiere è questo, sempre che non si sia già dato, o un’altra possibilità è quella di presentare una realtà galega che si possa vendere fuori. Esistono sempre tendenze centripete e centrifughe, e anche le microrealtà suscitano interesse e fascino.

Sostieni che la creazione di un immaginario nazionale in un sistema minoritario è soggetto alla demitificazione da parte dei sistemi egemonici, accusandoli di essere falsi, fittizi e manipolatori, forse perché non esiste la coscienza che ogni sistema sia nato così. Pensi che nell’attualità si mantenga questa dinamica? Le letture della letteratura galega che si realizzano dall’esterno si fanno partendo da questa prospettiva?

Bisognerebbe distinguere due livelli. Il livello più teorico, del pensiero, degli intellettuali, e il livello della finzione e dei lettori. Nelle nazioni consolidate, questo processo di stabilizzazione nazionale creato attraverso i tesi è stato anteriore, e proprio per questo motivo, non si percepisce più questo meccanismo, è diventato qualcosa di naturale. D’altro canto, nella stessa inclusione delle letterature nei piani di studio, la prospettiva nazionale che dal XIX si è inserita nei sistema educativi è rivelatrice del ruolo che è stato assegnato alla letteratura come creatrice di identità. Ciò che occorre di nuovo è che in galego il processo è molto più recente, si è messo in marcia solo quasi dopo la morte di Franco e, pertanto, tuttora continua ad essere visibile. Dal punto di vista dei lettori, sostengo che in buona parte non esiste un pensiero così esplicito su questi problemi da parte di ricettori spontanei. Ciò che può accadere è una certa difficoltà per i testi in galiziano di giungere in un modo poco contaminato a un vasto numero di lettori. Penso che se realmente ci fosse una dinamica agile e fluida di traduzioni, molti testi galeghi sarebbero perfettamente ricevuti senza nemmeno accorgersi delle dissonanze scaturite da questo processo. Molto probabilmente, fuori dallo stato spagnolo sarebbe ancor più semplice perché maggiore è la distanza rispetto a tutte queste questioni.

E di cosa avrebbe bisogno, secondo te, la letteratura galega per farsi conoscere in altri contesti?E di cosa avrebbe bisogno, secondo te, la letteratura galega per farsi conoscere in altri contesti?

Una scommessa decisa per le traduzioni e anche una Repubblica delle Lettere più universale. In questo momento credo si stia assistendo a un’evoluzione nei programmi di studio, per quanto timida, ma questo stesso paradigma definito postnazionale e la perdita dell’indipendenza curriculare della letteratura a favore dell’aspetto linguistico hanno provocato l’allentamento di un canone così rigido. Penso per esempio all’insegnamento della letteratura castigliana. Sempre di più si tende a incorporare una visione universale. Anche nell’ambito della letteratura galega ciò sta avvenendo, sebbene ancora in maniera minore, forse perché si continua a sentire la necessità di consolidare ciò che ancora non è del tutto consolidato. In ogni caso, sì che si è prodotto un importante dinamismo per quanto riguarda la traduzione, il che significa che se qui si è verificato un avvicinamento in galego alle letterature foranee, lo stesso dovrebbe accadere al contrario; quindi, ci dovrebbe essere una maggiore circolazione di testi che possa raggiungere i lettori di distinti spazi. Questo punto ci riporta a meccanismi di mercato, a scommesse editoriali, con i problemi annessi che ciò comporta in questo periodo. Credo che questa stessa iniziativa, scrivere recensioni, presentare testi, fare circolare idee, potrebbe essere utile. Allo stesso tempo, dipendiamo da quell’editore che mostri un pizzico d’interesse e voglia scommettere su certi testi. Per esempio, senza menzionare l’Italia, ho sempre avuto la sensazione che la mia opera avrebbe avuto un buon riscontro nel mercato francese.

Qualche mese fa hai conosciuto alcuni lettori tedeschi del tuo primo romanzo all’interno del Europäisches Festival des Debütroman di Kiel, la fiera letteraria alla quale partecipano scrittori da tutta Europa. Come è stato quest’incontri?

È stata un’esperienza fantastica. È un festival che si intitola “festival del primo romanzo”. Si invitano scrittori provenienti da tutta Europa che hanno pubblicato il loro primo romanzo, a eccezione degli scrittori del mondo anglosassone, immagino perché intendono che essi hanno già più possibilità di diffusione. Sono stati tradotti in tedesco alcuni frammenti di dodici romanzi, di cui gli autori offrivamo una lettura in lingua originale e, successivamente, alcuni attori e attrici recitavano il testo tradotto. Ci sono stati incontri di scrittori e editori, a volte tutti insieme, altre volte riuniti in gruppi. Abbiamo avuto alcuni incontri più informali e chiunque poteva avvicinarsi per fare domande, si era creato un bel dibattito su come fosse ogni letteratura. Erano molto interessati a conoscere come fosse la Galizia, il mercato e la produzione scritta in galego. Penso sia successo un po’ quello che è accaduto nel mondo della musica, dove la crisi del disco come formato ha portato a un maggior successo della musica-spettacolo, ad assistere ai concerti dal vivo; si potrebbe applicare questa dinamica alla letteratura: incontri, performance e esperienza condivisa dei testi.

Passando al tuo primo romanzo, l’amore per lo spazio, elemento costituente di Paisaxe e nación, si evince anche in A forma das nubes. Predomina la concatenazione di immagini e la visione dell’amore, della memoria, incluso del trascorrere del tempo, come paesaggi, con vento, temperature, colori, luci, tutti stimoli che riescono a emozionare. Qual è la relazione tra la tua opera di finzione e quella saggistica? Preferisci una concezione spaziale della letteratura a una temporale?

Credo che faccia parte di una continuità nella maniera di essere e pensare. Quando ho iniziato il lavoro di ricerca che poi ha dato vita al saggio, partivo dalla prospettiva secondo la quale, come lettrice, le descrizioni degli spazi giocavano un ruolo molto importante nella creazione delle atmosfere e nel generare emozioni; ero interessata soprattutto al modo in cui un testo genera uno spazio e come lo spazio condizioni l’avvicinamento del lettore al testo. Tutto ciò è alla base del saggio, ma è anche alla radice del romanzo: la dimensione maggiormente plastica del mondo letterario, che apparentemente è qualcosa che ha a che fare solo con le parole, ma possiede anche la capacità di farcele visualizzare. La dimensione più sensoriale della letteratura mi interessava molto. Se volgiamo lo sguardo alla storia della letteratura, oltre ad essere il paesaggio uno dei grandi temi poetici di sempre, vediamo come molti topos letterari hanno a che vedere con lo spazio. Dall’altro lato, nel vissuto interiore lo spazio è prioritario; addirittura, nella nostra storia personale, tendiamo a ricordare più in termini spaziali che temporali. Ci sono spazi associati a ogni momento della mia vita che in qualche modo sono quelli che trasportano l’emozione, ciò che sei stato in un momento dato rimane fissato nello spazio. Le grandi metafore esistenziali hanno pure una dimensione spaziale, dal cammino come vita, il mare... è come se gli spazi invitassero alla riflessione. In qualche maniera nel titolo A forma das nubes c’è quest’idea di guardare fuori e cercare di assegnargli un senso, d’interpretare.

La memoria gioca un ruolo essenziale nella tua opera e persino il tempo, la ricostruzione del passato, si articola come se fosse uno spazio. Credi, quindi, che la memoria recuperi il tempo in chiave spaziale?

Penso di sì, sin da La ricerca del tempo perduto, la memoria è spazializzata, gli spazi diventano ancor più prioritari per il ricordo del tempo stesso, che spesso rimane molto più diluito. Ci sono tante altre fattori presenti nella questione spazio-tempo. Lungo il corso della storia, la correlazione fra tempo e spazio si è via via fatta carico di connotazioni di genere, associando il tempo all’agenzialità maschile e lo spazio a una specie di passività o di permanenza della femminilità. Di conseguenza molto frequentemente si trovano metafore di spazi come donne e di donne come spazi. Anche tutto ciò mi interessava molto.

Effettivamente uno degli altri temi del romanzo riguarda proprio l’identità soggettiva di una donna che ricostruisce sé stessa come se fosse un paesaggio.

Per ciò che riguarda la riflessione sull’identità, c’è qualcosa d’essenziale che è applicabile a entrambi i generi: la problematica dell’integrazione di un’identità frammentata, che è un’idea che è presente nel tema delle nuvole, nel senso di una molteplicità di forme attraverso le quali provi a vedere una forma unitaria. Quest’idea di costruire un’identità nonostante le fratture che il tempo provoca, probabilmente è un aspetto patologico, come segnala la voce narrante. Forse non tutti sentono la necessità di assegnare un senso alla sintassi delle sequenze della vita, ma la protagonista lo percepisce come un bisogno per poter comprendere sé stessa.

In altre occasioni hai commentato come ad alcuni lettori sorprendesse la miscela di sensualità e violenza, soprattutto nella descrizione di alcune scene intese come erotiche. Secondo te, a cosa è dovuta questa reazione di sorpresa?

Queste reazioni credo si siano manifestate specialmente tra le persone che mi conoscono. È più che altro una questione legata all’immagine che ognuno di noi costruisce delle persone. Non penso che all’interno del romanzo ci sia una dissonanza che risulti eclatante perché credo che bellezza e violenza, o sensibilità e tragedia, nella vita stessa siano intimamente unite. Fondamentalmente le scene più erotiche sono quelle forse più colpiscono l’attenzione dei lettori. Addirittura ho letto qualche recensione in chiave erotica, quando io penso che l’erotismo è presente nel romanzo come lo è nella vita, ma non ne forma il punto centrale. Per me la questione centrale è quella identitaria: la lotta per preservare il senso.

Pensi che queste letture siano dovute ad alcune scene di erotismo che sono associate alla maternità?

Non penso sia per questo, sebbene sia vero che nella nostra società esiste una dissociazione fra la figura materna e la figura della donna dal punto di vista più erotico, ma in generale penso sia dovuto a un altro motivo. La presenza dell’erotismo nella letteratura tende a ritagliarsi uno spazio obliquo: ci sono libri chiaramente erotici, che si vendono come tali, e altri più riflessivi dove, se appare una scena erotica, non si scrive dall’interno, ma si mantiene un confine. E qui non si mantiene. Non è un romanzo erotico, ma quando appare un incontro di questo tipo lo si descrive a partire dall’esperienza. Penso che siano molti libri che trattano la costruzione dell’identità attraverso un personaggio maschile schivo, solitario. Sto pensando a testi come quelli di Herman Hesse. Siamo abituati all’idea che l’angoscia esistenziale proceda più che altro dall’uomo, perché è come se la donna nella costruzione del genere fosse maggiormente ancorata ai problemi vitali della maternità, della sopravvivenza, dell’elemento quotidiano. Il personaggio più rivolto verso il suo proprio essere è stato tradizionalmente l’uomo. Nel mio romanzo, c’è qualcosa di questo nel senso che vi è una persona che in fondo si sente sola nei momenti di riflessione, ma ciò non preclude che abbia legami con il mondo, con le cose, con l’erotismo.

Sta arrivando nelle librerie il tuo ultimo romanzo, O faro escuro, la cui protagonista è una brillante giornalista che sparisce. Quali sono le differenze fondamentali con il tuo romanzo precedente?

Sotto l’aspetto del genere letterario, esiste una differenza importante perché A forma das nubes sfiorava la lirica, mentre questo romanzo è più narrativo, più legato all’intrigo, quindi con una costruzione in cui la sequenzialità dei pezzi è molto chiara. C’è una giornalista, ma non è l’unica protagonista; è presente anche un altro personaggio femminile molto rilevante. Se in A forma das nubes apparivano tre personaggi femminili che sono molto diversi fra di loro nel modo di vivere le emozioni e la sessualità, qui il punto focale è il momento della presa di decisioni, che in fondo è molto collegato con il romanzo precedente. Se in A forma das nubes vi era un agire intellettuale votato alla contemplazione di un mosaico a cui si cercava di assegnare un senso, qui avviene lo stesso procedimento, ma attraverso la riflessione sulle decisioni che prendiamo, che alla fine è ciò che costituisce il nostro vivere. Le nostre vite sono piene di microdecisioni, ma ci sono momenti in cui l’importanza di una decisione risulta più evidente perché da essa dipende la vita o la morte. Io ho provato a creare una circostanza narrativa nella quale due donne e un uomo sono sottoposti a una serie di decisioni, messi in una situazione d’urgenza in cui c’è in gioco la stessa vita, per osservare qual è la decisione che ognuno di essi prende, dalla razionalità più fredda all’impulsività e l’emozione più pura e, in qualche modo, affinché gli stessi personaggi si osservino gli un gli altri per contemplare ciò che ognuno di essi decide.

(Traduzione di Marco Paone)

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